possiamo sapere
Sinossi. Nell’ottobre del 2014, durante una cena tra amici, il grande poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien un poema che non verrà mai pubblicato e di cui si perderanno le tracce. Un secolo più tardi, in un mondo ormai in gran parte sommerso dopo un Grande Disastro, lo studioso di letteratura Thomas Metcalfe scopre degli indizi che puntano a un intreccio amoroso e criminale. Ma che ne sappiamo degli uomini e delle donne del passato, con le loro passioni e i loro segreti? E che sapranno i nostri discendenti di noi e del mondo guasto che gli lasceremo in eredità? Nel maggio del 2119 Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, si reca per l’ennesima volta alla biblioteca Bodleiana per consultarne gli archivi, a lui arcinoti, nel tentativo di scovare qualche scampolo di informazione inedita sull’oggetto dei suoi interessi, la fantomatica “Corona per Vivien” del grande poeta Francis Blundy, mai ritrovata. Il viaggio è disagevole, ora che la Bodleiana è stata trasferita nella Snowdonia, nel Nord del Galles, per sottrarre il suo prezioso contenuto alle acque che, dopo il Grande Disastro e l’Inondazione che ne seguì, sommersero l’originaria sede, a Oxford, e gran parte della terra. Ma gli abitanti del ventiduesimo secolo, sopravvissuti a quella catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria, e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia ora con sognante nostalgia. Forse anche così si spiega l’ossessione di Metcalfe per il poemetto perduto. Miracolo di costruzione poetica, la Corona di Blundy fu composta poco più di cent’anni prima, nel 2014, in occasione del compleanno della moglie Vivien, e recitata un’unica volta durante i festeggiamenti presso il Casale dei Blundy, in un tripudio di vini e cibi deliziosi e ora introvabili, alla presenza della loro cerchia di amici. Facendo riferimento al celebre banchetto del 1817, cui parteciparono Keats e Wordsworth, l’evento fu successivamente definito «Secondo Immortal Convivio». La profusione di diari, corrispondenze e messaggi disponibili racconta delle correnti di amore e invidia che attraversavano tutti i partecipanti, del primo marito di Vivien, il liutaio Percy, e della malattia degenerativa che si era impossessata del suo cervello, delle ambizioni represse della donna. Ma dell’agognata “Corona per Vivien” neanche l’ombra. Che fine ha fatto la sublime poesia della cui stessa esistenza ormai i più dubitano? Quale verità si cela dietro la sua scomparsa? E quale differenza potrebbe mai fare il suo ritrovamento? Sarà un’intuizione geniale a fornire l’indizio che orienterà Metcalfe in una caccia al tesoro stevensoniana nell’ignoto. Il suo viaggio svelerà una storia d’amore e di compromessi e un crimine impunito, e getterà una luce nuova su figure che le parole tramandate gli avevano fatto credere di conoscere intimamente.
Autore: Ian McEwan
Traduzione: Susanna Basso
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa
Pagine: 376
Anno di pubblicazione: 2025
Recensione
di
Salvatore Argiolas
Il professore Thomas Metcalfe dell’Università of the South Downs nel 2119 sta studiando la composizione di un poema “Una corona per Vivien” che nel 2014 il celebre poeta Francis Blundy dedicò alla moglie, e che nessuno ha più letto da un secolo.
Durante la sua indagine il professore utilizza tutti i documenti che ha potuto reperire, diari, raccolte epistolari, email, per cercare di ricreare quell’opera perduta.
“Ricapitoliamo. La corona fu recitata dal suo autore nell’ottobre del 2014, 107 anni fa. Da allora e fino al 2021, anno cruciale per la mia ricerca, accadde quanto segue. Harry Kitchener scrisse una lettera in cui faceva riferimento al primo “immortal convivio” e annunciava l’esistenza di un capolavoro.” (…) “Il punto non era la perdita di un poemetto di compleanno recitato dopo cena, bensì ciò che quel poemetto era diventato in virtù della sua non-esistenza: un ricettacolo di sogni, di tormentose nostalgie, di vana collera retrospettiva, e l’oggetto di una sconclusionata venerazione.”
E’ proprio nostalgia la parola chiave in quanto Metcalfe ha nostalgia di un periodo che non ha vissuto, ma che ha studiato a fondo e ne apprezza la struttura culturale anche alla luce di quanto è successo in seguito e che lui, come voce narrante, fa filtrare con parsimonia, cioè il Grande Disastro che ”Con le iniziali maiuscole, che entrò nell’uso comune come forma abbreviata in luogo del consueto elenco di conseguenze legate al riscaldamento globale. (…) Il termine non arrivava tuttavia a coprire la connessa Angoscia Metafisica, vale a dire il crollo delle speranze nel futuro o, più specificamente, il venir meno della fiducia nel progresso.”
Il mondo in cui vive Metcalfe è infatti un ambiente distopico in seguito ai cambiamenti climatici e soprattutto a un missile intercontinentale lanciato verso gli Stati Uniti che esplodendo in pieno Atlantico causò tsunami catastrofici che devastarono il continente europeo con la scomparsa di tante grandi città e dove la nazione guida mondiale è la Nigeria.
“A causa di tsunami, guerre, fame e malattie, la popolazione della terra precipita sotto i quattro miliardi, mentre una Germania a brandelli viene incorporata nel territorio della Grande Russia. (…) La Gran Bretagna divenne un arcipelago, e la sua popolazione ne uscì dimezzata.”
In questo contesto post-apocalittico il professore sviluppa un intenso interesse verso la cultura del secolo precedente e in particolare al periodo 1990-2030 mettendo in luce il valore della cultura e della conoscenza e l’importanza di tramandarla in una catena di trasmissione del sapere che superi il tempo e le circostanze.
“Il ponte crollato lungo il fiume e l’uomo che cent’anni prima lo attraversa rappresentano il passato dal quale anch’io sono escluso, il passato che da qui sembra integro e prezioso, il tempo in cui molti problemi dell’umanità potevano ancora essere risolti. Quando troppi pochi comprendevano la sublime bellezza dei loro mondi, naturali e costruiti dall’uomo. Per professione, ho passato la vita a entrare in confidenza con persone che non potrò mai incontrare, persone esistite veramente e perciò ai miei occhi molto più vive dei personaggi di un romanzo.”
Ian McEwan è uno degli scrittori contemporanei più interessanti e capaci di creare universi narrativi coerenti e precisi e con quest’ultima fatica ci ammonisce a stare attenti all’inerzia che potrebbe portare alla catastrofe e eleva un commosso elogio a questi tempi che sembrano così difficili ma sono ancora suscettibili di evoluzione positiva.
Il titolo è una citazione tratta da “Dr Johnson& Mr Savage” di Richard Holmes “Riguarda il genere di verità umana, sospesa tra fatti e invenzione, che un biografo è in grado di ricostruire raccontando la storia di una vita altrui in modo tale da renderla al tempo stesso sua (come amicizia) e del pubblico (come un tradimento). Ci interroga su quello che possiamo sapere, quello che possiamo sapere, quello che possiamo credere e , in ultima analisi, quello che possiamo amare.”
Proprio nella sua ricerca del poema scomparso Metcalfe riflette sulla capacità di capire e entrare in sintonia con i personaggi dei tempi passati di cui studia le gesta nei documenti, arrivando anche ad ammettere di essere innamorato di Vivien, donna vissuta cent’anni prima e di cui conosce solo quello che lei ha voluto far sapere e che gli amici e conoscenti hanno detto di lei, come viene messo in evidenza nel memoriale che costituisce la seconda parte del libro e che rafforza la sensazione che i documenti scritti costituiscono le migliori possibilità di mentire, al contrario dei fatti che non si possono fraintendere.
“Quello che possiamo sapere” intercetta e illumina tematiche di scottante attualità come il pericolo nucleare, il cambiamento climatico, l’irresponsabilità di molte scelte e la paura del futuro che nel finale della prima parte viene stemperata da un messaggio di speranza ma soprattutto il romanzo di McEwan testimonia la potenza della letteratura, una “danza con persone sconosciute che ho finito per amare.”
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Ian McEwan
Scrittore e sceneggiatore britannico. Esordisce con due raccolte di novelle, Primo amore, ultimi riti (1975 – pubblicato da Einaudi nel 1979 con la traduzione di Stefania Bertola) e Tra le lenzuola (1978 – edito da Einaudi nel 1982 sempre con la traduzione della Bertola), che ritraggono, in uno stile raffinato e impersonale, situazioni quotidiane, dominate tuttavia dall’ossessione per il sesso e segnate dalla morte. Sesso, perversione e morte sono temi trattati anche nei primi romanzi, Il giardino di cemento (1978, portato sul grande schermo nel 1993 dal regista Andrew Birkin con la nipote Charlotte Gainsbourg e tradotto dalla Bertola per Einaudi nel 1980) e Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers 1981 – Einaudi 1983, tradotto in film nel 1991 dal regista Paul Schrader con Christopher Walken, Rupert Everett, Natasha Richardson ed Helen Mirren), e diventano una metafora del vuoto di valori del mondo contemporaneo. Nei romanzi successivi lo scrittore si interroga sulla natura delle relazioni e dei sentimenti, spesso estremi, nati in contesti esasperati. Bambini nel tempo (1988 – Einaudi traduzione di Susanna Basso): la scrittura nervosa e asciutta di McEwan si apre in questo testo a improvvisi lampi di suggestiva liricità. Lettera a Berlino (1990 – Einaudi, ancora tradotto da Susanna Basso), da cui John Schlesinger trasse nel 1993 il film The Innocent, con Anthony Hopkins e Isabella Rossellini. Del 1993 anche la storia di The Good Son di Joseph Ruben con Macaulay Culkin, Elijah Wood. Cani neri (1992) indaga invece l’impossibilità di conciliare religione e progresso scientifico, materialismo e metafisica. Si ricordano poi L’amore fatale (1997, Enduring Love) da cui l’omonimo film del 2004 di Roger Michell con Daniel Craig, Amsterdam (1998, Booker Prize), Espiazione (2001 Atonement – nel 2007 divenuto un film di Joe Wright con James McAvoy e Keira Knightley), Sabato (2005), Chesil Beach (2007 a breve un film con la regia di Sam Mendes e la sceneggiatura dello stesso McEwan). Del 2011 Solar. Nel 2012 esce Miele. Alla sua produzione appartengono anche le raccolte di storie per bambini Rose Blanche (1985) e L’inventore dei sogni (1994). McEwan ha scritto anche per la televisione. Nel 2017 ha vinto il Premio Bottari Lattes Grinzane per la sezione La Quercia, intitolato a Mario Lattes (editore, pittore, scrittore, scomparso nel 2001), dedicato a un autore internazionale che ha saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e di pubblico.
Tra le sue recenti pubblicazioni ricordiamo: Nel guscio (2017), il racconto Il mio romanzo viola profumato (2018), Macchine come me (2019), Lo scarafaggio (2020), Lezioni (2023), Quello che possiamo sapere (2025).