di Giacomo Galanti
e
Gian Paolo Pelizzaro

Ho seguito per decenni la vicenda di Simonetta Cesaroni e della sua misteriosa scomparsa, la scomparsa di una ragazza per bene, senza ombre, senza misteri, che nella mente di tutti coloro che ne hanno anche solo sentito parlare, era una bellissima ventenne dai lunghi riccioli neri, che sdraiata sul litorale romano si godeva giovinezza ed estate con indosso un costume intero bianco.
Ma chi era davvero Simonetta Cesaroni e, soprattutto, cosa le è successo? Le ipotesi sul suo omicidio, alcune delle quali hanno condotto a veri e propri processi anche a danno di innocenti, sono state svariate, a partire da quella più semplice (un fidanzato che voleva liberarsi di lei) per finire a chiamare in causa i servizi segreti e misteri nei quali la ragazza, per sua sfortuna, si era imbattuta svolgendo un semplice lavoro di contabilità.
Ma cosa le è accaduto veramente? Il suo omicidio è davvero da collocarsi all’interno di un intrigo troppo difficile da chiarire per poter arrivare a una verità?
Sinossi: Via Poma. Due parole. E nella mente di tanti si materializza una foto degli anni Novanta. C’è una giovane in spiaggia in costume da bagno intero di colore bianco. Si chiama Simonetta Cesaroni. Il 7 agosto 1990 viene uccisa a Roma nell’ufficio dove si recava due volte a settimana, di pomeriggio, per registrare al computer la contabilità. Il suo caso è ancora irrisolto. Il 19 dicembre 2024, l’omicidio è tornato al centro delle cronache per la decisione della Gip di proseguire le indagini, respingendo la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura. I punti salienti del delitto che la giudice ha evidenziato nella sua ordinanza erano già stati puntualmente indicati in un libro del giornalista Gian Paolo Pelizzaro – dal titolo L’intrigo – pronto per la pubblicazione e acquisito agli atti dal magistrato di allora, il 31 ottobre 1996. Ma quell’inchiesta fu improvvisamente archiviata e i documenti al centro del libro di Pelizzaro furono fatti sparire. È stato un altro giornalista, Giacomo Galanti, a ritrovare il dattiloscritto di quel libro, mentre nel 2020 cercava i documenti per il podcast Le ombre di via Poma. Questo non è solo il racconto di uno degli omicidi più famosi della cronaca nera e giudiziaria del Dopoguerra, ma di un preciso momento storico che vede il crepuscolo della Prima Repubblica e alcuni dei suoi attori incrociare da vicino questa vicenda. È la storia di un retroscena mai raccontato prima, di documenti inediti e di un libro perduto. Una storia tornata prepotentemente attuale.

di
Kate Ducci
Simonetta Cesaroni viveva a Roma in zona Lamaro con il papà Claudio (venuto a mancare nel 2005), la mamma Anna e la sorella Paola, all’epoca fidanzata con Antonello, persona che le starà vicino nelle complicate e dolorose fasi di ricerca e ritrovamento della sorella.
Al momento della sua scomparsa, Simonetta era fidanzata da due anni con Raniero Busco, una ragazzo del quale si dichiarava innamorata, ma che sembrava non ricambiarla con la stessa intensità. Il loro era un rapporto discontinuo, per il quale Simonetta non faceva mistero di soffrire.
Nel gennaio 1990, Simonetta aveva trovato lavoro come segretaria contabile presso la Reli Sas, studio commerciale sito in zona Casilina. La società era di proprietà di Ermanno Bizzocchi e Salvatore Volponi e, tra gli altri, aveva come clienti la A.I.G. – Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù.
Proprio Salvatore Volponi aveva proposto a Simonetta di prestare lavoro come contabile presso gli uffici dell’A.I.G. a partire da giugno 1990. La settimana lavorativa di Simonetta si svolgeva quindi il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 16:00 alle 19:30 presso la Reli Sas, mentre nei pomeriggi di martedì e giovedì, dalle 15:30 alle 19:30, si recava presso gli uffici A.I.G., che si trovavano in via Poma 2.
Essendo un lavoro integrativo e probabilmente provvisorio, Simonetta non aveva detto ai propri familiari dove fosse collocata sa sede dell’A.I.G., al punto che la sorella, in seguito alla scomparsa di Simonetta, riuscirà a ricordare il giusto indirizzo facendo appello alla memoria e cercando il nominativo della società sull’elenco telefonico. Quel nome ‘Via Poma’ che diventerà nell’immaginario collettivo così tristemente famoso, le farà tornare in mente un accenno che le aveva fatto Simonetta nelle settimane precedenti e la condurrà nel luogo che cambierà per sempre la sua vita e quella delle persone a lei più care.

Martedì 7 agosto 1990 Simonetta doveva sbrigare le ultime incombenze prima di andare in ferie e si reca in Via Poma attraversando una Roma quasi deserta.
Alle 15:00 Simonetta esce da casa accompagnata dalla sorella Paola che la saluta presso la stazione della vicina metropolitana. Da lì, la ragazza impiega circa venticinque minuti per raggiungere l’ufficio di Via Poma intorno alle 16:00, come concordato con il datore di lavoro.
L’ufficio quel giorno è chiuso al pubblico, lo stabile è quasi vuoto e Simonetta entra grazie alle chiavi che le ha consegnato Volponi. Gli inquirenti, in seguito, stabiliranno che Simonetta abbia iniziato a utilizzare il computer intorno alle 16:30, per poi interrompere del tutto le attività intorno alle 17:15. Successivamente, la ragazza telefona a Luigina Berrettini per risolvere un problema di contabilità e alle 17:30 effettua l’ultima operazione sul programma fiscale utilizzato per lavoro.
Da quel momento in poi, le sorti di Simonetta sono incerte. Unico elemento pressoché certo è che Simonetta, non avendo eseguito intorno alle 18:20 la telefonata a Volponi, per aggiornarlo sullo stato dei lavori, a quell’ora aveva già subito l’aggressione. La sua famiglia l’attendeva a casa per le 20:00 ma, non vedendola arrivare e non sapendo l’indirizzo o il numero di telefono al quale cercarla, alle 21:30 inizia a cercarla. La sorella Paola e il fidanzato Antonello si mobilitano per primi, spostandosi in motorino per cercarla lungo il tragitto che avrebbe dovuto percorrere. Successivamente, Paola si reca presso l’abitazione di Volponi, che le era stata indicata casualmente da Simonetta in precedenza. L’uomo si mostra assai nervoso e arriva addirittura a negare di conoscere numero di telefono e indirizzo del luogo in cui lui stesso aveva inviato Simonetta a lavorare.
Quando, grazie alla memoria di Paola, riescono ad arrivare in Via Poma 2, l’uomo si rivolge però alla portinaia con il fare di chi la conosce bene ed è stato più volte in quel luogo.
Nonostante anche la portinaia si mostri reticente e addirittura neghi di possedere le chiavi dell’ufficio (arriverà persino a nasconderle dietro la schiena al cospetto della polizia), finalmente alle 23:30 Paola, Antonello, e i portinai (moglie e marito) riescono a entrare e trovano il corpo ormai senza vita di Simonetta.

Simonetta è senza abiti e il suo corpo è stato colpito da numerosi segni di un’arma da taglio. Sul seno sinistro ha un segno evidente causato probabilmente da un morso, anche se questa ipotesi verrà poi smentita da perizie successive. Il corpo è disteso sul pavimento in posizione supina e, nonostante i colpi inferti siano stati numerosi, le tracce di sangue ritrovate sono esigue e si intravede un alone sul pavimento in marmo, come se qualcuno si fosse premurato di ripulire la scena, facendo anche sparire gli stracci utilizzati per l’operazione di pulizia.
Nelle altre stanze non vi sono tracce di colluttazione, quindi per gli inquirenti il delitto è avvenuto nella stanza dove Simonetta viene ritrovata. Nonostante ciò, viene rilevata una minima traccia di sangue anche nella stanza in cui Simonetta lavorava, sulla tastiera del telefono, e c’erano tracce di sangue sulla maniglia della porta d’ingresso della stanza del delitto. Il sangue analizzato dirà che appartiene a un uomo che ha il gruppo A.
L’autopsia stabilirà che Simonetta sia morta a causa delle diverse ferite da taglio e che la morte sia avvenuta tra le 18:00 e le 18:30.
Anche a causa della reticenza, delle omissioni e delle bugie delle persone che frequentavano lo stabile di Via Poma o che vi risiedevano (i colleghi di Simonetta arriveranno addirittura a negare di averla mai vista o di averne mai sentito parlare), le indagini si fanno fin da subito complicate e, purtroppo, lacunose. Alcuni alibi non verranno mai verificati, altri mai creduti, ad alcuni elementi verrà dato il valore di prove certe che condurranno a processi ingiusti, mentre indizi importanti verranno del tutto tralasciati.

A pagare le conseguenze più pesanti di tutto ciò, sarà inizialmente il portiere dello stabile Pietrino Vanacore che, oltre a non aver fornito agli inquirenti risposte chiare sui propri spostamenti, farà intuire a chi conduceva le indagini di saperne assai più di quanto fosse disposto ad ammettere. Il portiere arriverà a scontare 26 giorni di carcere e i sospetti su di lui e sulla sua consorte lo inseguiranno anche dopo l’archiviazione della sua posizione. Vanacore si toglierà la vita diversi anni dopo, il giorno prima di dover tornare in Tribunale in veste di testimone nel processo a carico di un nuovo colpevole.
Il secondo a fare le spese di indagini approssimative sarà Federico Valle, un giovane con problemi di anoressia e depressione che quel giorno, a detta di un testimone poi risultato per nulla credibile, si trovava a trovare il nonno residente in Via Poma, nello stesso stabile in cui Simonetta Cesaroni è stata uccisa. Anche il ragazzo verrà in seguito liberato da ogni accusa ma, come Vanacore, ne porterà i segni addosso per sempre.
L’ultimo a entrare nel mirino degli inquirenti e arrivare fino a un processo per omicidio, sarà il fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, che verrà condannato in primo grado ma assolto definitivamente in appello.
Anche altri personaggi entreranno nel mirino degli inquirenti ma senza indossare mai la veste di veri e propri sospettati. Tra questi, l’avvocato Caracciolo di Sarno, i cui movimenti, telefonate fatte e ricevute e alibi traballante, lo rendono un personaggio assai sospetto e coinvolto in qualche misura almeno nelle attività successive alla morte di Simonetta.
Quello che appare fin da subito chiaro è che il corpo della ragazza sia stato trovato prima dell’intervento di sua sorella, che qualcuno libero di muoversi senza il rischio di venire scoperto abbia pulito la scena del delitto, che più persone siano state coinvolte con telefonate per pianificare il da farsi. Tra queste potrebbe trovarsi il colpevole, alcune di queste probabilmente conoscono bene il suo nome.

Negli anni successivi alla morte di Simonetta, il caso è tornato più volte protagonista delle cronache, dando l’illusione a più riprese di trovarsi davanti a una soluzione, per poi approdare alla quasi certezza di aver tirato in ballo un innocente (come nel caso di Raniero Busco), o qualcuno al corrente dell’accaduto, un complice intervenuto dopo, ma non il reale colpevole (come nel caso di Pietrino Vanacore).
Giacomo Galanti e Gian Paolo Pelizzaro ripercorrono tutte le tappe della vicenda, analizzando ogni elemento in mano agli inquirenti, ogni testimonianza, ogni contraddizione. Oltre a basarsi su un lavoro di indagine e di scrittura decennale, permettono a chi legge di seguire a sua volta tutte le piste praticabili, mettendogli sotto gli occhi ogni elemento considerato o colpevolmente trascurato, smascherando testimoni falsi ed evidenziando la posizione sospetta di coloro che sarebbero stati preziosi testimoni, ma hanno evidentemente omesso o mentito.
Ho seguito questa vicenda nel corso del tempo e ogni suo sviluppo, ma questo è sicuramente il lavoro più completo e prezioso sull’omicidio di Simonetta Cesaroni e che, almeno personalmente, mi ha permesso di farmi un’idea piuttosto netta, cosa che non ero mai riuscita a fare, nonostante l’impegno messo per venirne a capo.
Importante è sottolineare che gli autori non suggeriscono un colpevole e né cercano di dirottare il lettore in una direzione, ma elencano semplicemente i fatti. Tutti. Anche quelli che con colpa grave sono stati tralasciati, anche quelle prove che sembravano andate smarrite o non essere mai state trovate, ma che loro sono riusciti a rintracciare e hanno consegnato agli inquirenti.
A loro va il grandissimo merito di aver messo insieme un lavoro prezioso e che forse, se approfondito, potrà portare a dare una risposta alla mamma e alla sorella di Simonetta.
Come scrivono loro stessi nelle pagine conclusive di questo splendido lavoro di indagine ‘L’intrigo di via Poma è l’archetipo del contatto letale tra la figlia di una modesta famiglia di periferia e il cinico ambiente di una borghesia cittadina popolata da notabili, professionisti e gente che contava nel sottobosco del potere centrale’.
Simonetta non era una di loro, Simonetta era sacrificabile e il suo assassino aveva talmente tanto potere in quel microcosmo di cui via Poma 2 era il fulcro, da poter imporre il silenzio a chi avesse tenuto alla propria tranquillità, alla propria sicurezza.
Chissà se, divorato dal rimorso, qualcuno si deciderà a parlare e dire cosa ha visto o cosa ha saputo. Chissà se, in alternativa o contemporaneamente, questo libro che non è solo un libro ma più un’opera di indagine, condurrà gli inquirenti a percorrere una pista che è sempre stata a portata di mano.
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