Sotto mentite spoglie  




Antonio Manzini


Passo dopo passo, però, anche se stanco, amareggiato, arrabbiato, Rocco Schiavone continua a guardare il mondo con gli occhi socchiusi, a indignarsi, a tenere insieme il cuore e il cervello, la memoria e il futuro.

«Nel nuovo giallo di Antonio Manzini, il suo vicequestore deve vedersela con una rapina, un cadavere in un laghetto, un chimico sparito e soprattutto con il Natale (che detesta). Ma sul fronte sentimentale arriva una storia appassionata.»– Severino Colombo, La Lettura

Sinossi. Ad Aosta è quasi Natale. Una stagione difficile, per Rocco Schiavone, e non solo per lui. Un periodo dell’anno che da sempre con le sue usanze svetta nella nota classifica affissa in Questura. Tutto sembra andare male. Ovunque nelle strade si esibiscono cori di dilettanti che cantano in ogni momento della giornata. La città è preda di lucine a intermittenza, della puzza di fritto, dell’agitazione dovuta all’acquisto compulsivo. Lampeggiano vetrine e finestre, auto e antifurti. Di fronte ai negozi, pupazzi di raso e fiamme di stoffa si agitano al soffio dell’aria calda dimenando braccia, teste e lingue. Non c’è da aspettarsi niente di buono. E infatti. Una rapina finisce nel peggiore dei modi possibili, coprendo Rocco di ridicolo, fin sui giornali. Un cadavere senza nome viene ritrovato in un lago, incatenato a 150 chili di pesi. Un chimico di un’azienda farmaceutica sparisce senza lasciare traccia. Rocco non parla più con Marina. E nevica. Eppure qualcosa si muove. Sandra sta meglio, sta per uscire dall’ospedale. Piccoli spiragli, rari sorrisi, la squadra, come la chiama Rocco con un filo di sarcasmo, sembra crescere, i colleghi migliorano, i superiori comprendono. Schiavone a tratti sembra trovare le energie per affrontare gli eventi che si susseguono, le difficoltà che si porta dentro, e poi quello slancio svanisce e ancora si riforma. Il vicequestore entra ed esce dalla sua oscurità, a volte il sole lo aspetta, quasi sempre il cielo è plumbeo, una promessa di neve e di gelo.


Editore: Sellerio Editore Palermo

Collana: La memoria

Genere: Giallo

Pagine: 432 p., Brossura

Anno edizione: 2025

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


«Giusto o meno, i pensieri sono quanto di più personale ci sia rimasto, Rocco, condividerli con qualcuno è una scelta a volte molto coraggiosa».

«O molto vigliacca».

In Sotto mentite spoglie, Antonio Manzini non racconta un caso. 

Racconta l’arte antichissima, e modernissima, di sopravvivere. Di andare avanti anche quando il cuore tira il freno a mano.

Lo fa con la sua scrittura dalla voce unica,  che non accarezza. 

Colpisce, illumina, sgualcisce. 

Su questa sincerità non levigata  si posa la neve di Aosta e non addolcisce,  ma piuttosto mette tutto in risalto, come una lente trasparente che amplifica il silenzio, un paesaggio che inghiotte certezze e restituisce solo domande, una cornice perfetta per un uomo che non sa più se esiste o va avanti per inerzia.

Aveva ripreso a nevicare e i fiocchi cadevano lenti trasportati dalla brezza leggera, attraversavano i lampioni accesi, si stagliavano contro le finestre buie

adagiandosi sulla strada, sui rami degli alberi, sulle macchine parcheggiate e sui vestiti dei pochi passanti come volessero cambiare forma a tutta la città.

Nel clima  invernale che Manzini sa tratteggiare meglio di chiunque altro, Aosta appare come una città che sembra fatta di silenzi, lampioni, ombre, neve che scende come un promemoria costante che il mondo non ha nessuna intenzione di essere clemente. 

Ed è dentro questo spazio gelido, non cornice ma ambientazione-personaggio, che Rocco Schiavone si muove, con quell’ ironia che è anche  l’unica sua difesa rimasta.

Ecco infatti Rocco guardarsi riflesso in una macchinetta del caffè con i capelli bianchi di neve e gli venne da sorridere perché si immaginò ultraottantenne, smunto e scavato, con gli occhi spenti e le labbra risucchiate dai denti rimasti. Un Babbo Natale triste (…) pronto a farsi prendere per il collo dai ricordi e allo stesso tempo capace di mandarsi subito a fare in culo per non cedere alla malinconia. 

È in questo suo oscillare tra sarcasmo e ferita aperta, un uomo che tiene insieme  stanchezza, fedeltà e rimpianto nella stessa mano con la quale regge la sigaretta.

Anche qui  aveva tre enigmi da risolvere. L’identità del morto, chi l’aveva ucciso e perché.  Sull’identità era indietro, come lo era su chi l’avesse ucciso, il perché erano i soldi. Su questo ne era certo.

Uno su tre.

Ma,  attenzione,  Il caso criminale, chiaramente, c’è.  

E pesa. 

Gli piaceva la storia degli enigmi di Turandot, forse perché gli ricordava la sua vita. Il tizio si gioca la pelle con tre domande assurde e le azzecca conquistando la bella principessa. Lui, se azzeccava gli enigmi,al massimo mandava in galera qualche figlio di puttana. Nessuna principessa. Nessun romanticismo. Se non li indovinava, la testa la tagliavano a lui, non fisicamente, moralmente. A Pechino gli avrebbero mozzato la testa.

Manzini lo racconta con la consapevolezza amara che la vita non è un’elegante partita a scacchi e costruisce l’indagine con quella finezza propria sua,  niente piroette sceniche, niente colpi di teatro messi lì per far rumore. È un’inchiesta che procede come una camminata sulle strade bagnate e viscide di neve inzaccherata,  passi lenti, sguardo attento, e la sensazione costante che ogni dettaglio stia dicendo più di quanto sembri. I fili si intrecciano con naturalezza, senza forzature, e quando la verità comincia a emergere si intuisce che non si tratta, solo,  di scovare un colpevole, ma di capire fino a che punto si è disposti ad alterare la propria identità pur di restare a galla.

Manzini lavora sul metodo, sulla pazienza, sui silenzi sospetti tanto quanto sulle parole dette di traverso, portando i lettori  dentro un mondo dove tutti indossano un volto di riserva e ogni pista buona è nascosta sotto una bugia ben raccontata.

Non a caso, tutto converge sulla grande idea del libro, manifesta già dal titolo, «Io, tu, i tuoi colleghi, i delinquenti, tutti vogliamo mostrare la parte più bella. Solo i pazzi e i depressi se ne fregano, per il resto viviamo tutti sotto mentite spoglie».

Non per  falsità, ma perché il mondo ci chiede di esserlo, non per malizia, ma per sopravvivenza. 

«Se devi mascherare, devi lasciare tutto com’è, qualsiasi elemento fuori luogo è una traccia. Devi essere bravo, verosimile e soprattutto non andare contro le convenzioni.»

Si risulta  credibili quando si prova a non cambiare niente, senza sbavature, senza elementi fuori posto,  appoggiandosi  ai pregiudizi, lasciando che gli altri vedano ciò che si aspettano di vedere. 

Ma è il romanzo stesso che sussurra che sotto i travestimenti c’è sempre una crepa, e che quella crepa è l’unica parte sincera.

E allora, la  domanda che non ci si aspetta

«Sei felice?» 

 che  rimette le cose nella loro misura giusta,  

«Perché… perché me lo domandi?».

«Perché in fondo ti voglio bene».

«E allora sì, sono felice»

il bene detto a bassa voce, senza orpelli, quello che non può anche non  salvare,  ma che tiene in piedi per un altro giorno. È un’intimità fragile, schietta, che non ha bisogno di spiegarsi troppo, le basta  permettere  a  due persone di riconoscersi.

Il resto, poi,  arriva nelle riflessioni più intime, quelle che Manzini incastona nella quotidianità con un realismo che travolge. 

Guardando una piazza addormentata, un mulino fermo, una donna anziana che si sistema i capelli senza accorgersi di essere osservata…

Guardò fuori. Ancora scuro. (…)

Nel palazzo di fronte, dietro il vetro della finestra del primo piano, una donna anziana guardava la piazza. Aveva addosso una vestaglia a fiori verdi e azzurri e i capelli bianchi. Si aggiustò la chioma con un gesto meccanico, antico, che risaliva alla sua giovinezza forse, a metà fra il distratto e il civettuolo.

Chissà a cosa pensava.

e subito dopo chiede di sé e a sè cos’è che mi tiene qui?

Guardare i fiocchi veleggiare come lucciole? I fiori in primavera? Il caldo d’estate? Le gambe delle donne? Il sole, la luna, le stelle? Tutta roba che il più delle volte mi deprime. E allora? Lupa campa perché così le dice l’istinto. Mangia perché deve farlo, come dormire, svegliarsi e fare i bisogni. Non se lo chiede. La mia dirimpettaia? È anziana eppure campa. Non ha dolori? Non ha ricordi? Non ha assenze? Cedimenti? Perché la vita è così robusta? Da dove le viene ‘sta forza? Marì?

Ed ecco come questo meraviglioso romanzo diventi  qualcosa di più grande della trama, ossia una riflessione sulla sopravvivenza, sul peso dei ricordi, sul fatto che per continuare a vivere occorra, in qualche modo, barare.

La forza è una presa per il culo, lo sai?

Perché non è la forza, è l’inerzia che ti manda avanti. La forza non c’entra un cazzo. Dura qualche minuto, un’ora,ma poi si consuma. È l’inerzia stupida, attonita, la stessa degli automatismi di un passaggio a livello o di un motore a tenerti in piedi come un mezzo deficiente ipnotizzato, che si ricorda un po’ di movimenti e continua a farli perché la memoria, amore mio, glieli fa compiere. E se invece torna a campare con l’umore di una persona nuova, sappi che mente. Non è più quello di prima, fa finta, ma non lo è. Se non fai finta, alla vita non ci torni più.

La  vera questione non è più chi ha ucciso, ma cosa ci tiene vivi.

Marina? Non ci sei. Non vieni più? No? È giusto così, sai? Non devi venire, per troppo tempo t’ho costretta a stare in un posto che non è più tuo. Mi manchi, amore mio, mi manchi e cerco di respirare mangiando l’aria, sì, la piglio a morsi che sennò l’ossigeno non m’entra nei polmoni. 

Marina, in un monologo che vibra di tenerezza e disperazione, in un respiro che manca, che in un amore che continua a vivere comunque dentro di lui. C’è un dolore  non spettacolarizzato e  non usato come dramma narrativo, che è una presenza costante, nascosta dietro ogni gesto, ogni sguardo, ogni respiro. 

Quel tipo di dolore che non si supera, si attraversa. 

A volte male.

Manzini non consola. 

Illumina. 

E può fare  più paura della verità che si cerca nelle indagini.

Poi c’è  Caterina, ci sono  i colleghi, gli amici con cui Rocco si punzecchia e si salva senza volerlo. 

Legami imperfetti, ruvidi, impastati di affetto vero e stanchezza. 

È un romanzo potente, Sotto mentite spoglie, pieno di neve, pieno di ferite, pieno di pensieri che scaldano e insieme bruciano.

Potente, sì. Ma soprattutto onesto. 

Come Rocco Schiavone, che non sa fingere fino in fondo e per questo resta, da sempre, uno dei personaggi più umani, e amati,  della nostra narrativa.

Come la neve che cade ad Aosta, capace,  illudendoci di cambiare forma a tutto, di mostrarci le cose per quello che realmente sono.

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Antonio Manzini


Attore e sceneggiatore, romano (allievo di Camilleri all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica), ha esordito nella narrativa con il racconto scritto in collaborazione con Niccolò Ammaniti per l’antologia Crimini. Del 2005 il suo primo romanzo, Sangue marcio (Fazi). Con Einaudi Stile libero ha pubblicato La giostra dei criceti(2007). Un suo racconto è uscito nell’antologia Capodanno in giallo (Sellerio 2012). Del 2013, sempre per Sellerio, ha pubblicato il romanzo giallo Pista Nera. Secondo episodio della serie: La costola di Adamo (Sellerio 2014). Nel 2015 pubblica Non è stagione (Sellerio), Era di maggio (Sellerio) e Sull’orlo del precipizio (Sellerio). Del 2016 è Cinque indagini romane per Rocco Schiavone(Sellerio). Altri suoi romanzi pubblicati con Sellerio sono: 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2017), La giostra dei criceti(2017), L’ anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone (2018), Fate il vostro gioco (2018), Rien ne va plus(2019), Ogni riferimento è puramente casuale (2019), Gli ultimi giorni di quiete (2020), Vecchie conoscenze (2021), Le ossa parlano (2022), Elp (2023), Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Sud America? (2023), Il passato è un morto senza cadavere(2024). Tra gli altri libri non parte della serie di Rocco Schiavone, Tutti i particolari in cronaca (Mondadori, 2024), con cui debutta nel catalogo Giallo Mondadori, Sangue marcio (Piemme, 2025). Nel 2025 scrive il suo primo libro per bambini per la collana La memoria dei ragazzi di Sellerio con il romanzo Max e Nigel.