Il brigante




 Il brigante

di Giuseppe Berto

Neri Pozza 2022

Narrativa, pag.336

Sinossi. Nel 1951, l’anno in cui pubblica Il brigante, Berto è già uno scrittore affermato. I due libri precedenti, Il cielo è rosso e Le opere di Dio, composti nell’isolamento del campo di prigionia di Hereford e apparsi tra il 1947 e il 1948, erano stati accolti favorevolmente in Italia e all’estero, dove la stampa non aveva mancato di accostare lo scrittore ai maestri del neorealismo cinematografico italiano. Con Il brigante, Berto decide dunque di rendere aperto omaggio al romanzo al cui centro vi siano scottanti problemi sociali – dirà successivamente di aver scritto un libro «marxista» –, alla maniera dei narratori che, come mostra Gabriele Pedullà nello scritto che accompagna questa edizione, orbitano, in quella stagione letteraria, «attorno a Elio Vittorini e si riconoscono genericamente in un movimento neorealista dalle molte facce diverse». Traendo ispirazione da un fatto di cronaca, Berto narra la vicenda di Michele Renda, giovane reduce di guerra che, tornato nel villaggio natio tra i monti della Calabria, ingiustamente accusato di omicidio, si dà alla macchia e diventa un brigante. Una storia che consente all’autore del Cielo è rosso di porre in risalto «il conflitto assoluto di Bene e di Male, lo scandalo della virtù perseguitata, la riscossa delle vittime innocenti» (Gabriele Pedullà), e di comporre pagine particolarmente felici sulla vita delle campagne calabresi in un momento di radicale trasformazione. Come, tuttavia, Berto farà notare nella prefazione all’edizione del 1974, Il brigante non è un romanzo interamente ascrivibile al neorealismo, al movimento culturale, cioè, che mirava alla «rigenerazione morale del paese» e al «raggiungimento d’una decente giustizia sociale». Michele Renda, il suo protagonista, è un «sorpassato», un uomo «indissolubilmente legato al mondo arcaico dell’odio, del tradimento, della vendetta» e la comunità in cui si muove, animata da dicerie, è quanto di più lontano dal grande mito della «comunità organica». In realtà, gli elementi psicologici propri della scrittura di Berto, quelli che troveranno la loro massima espressione nel Male oscuro, sono già presenti in questo romanzo in cui un eroe, estraneo e irriducibile al suo mondo, è mosso da un universo interiore nel quale bene e male sono divisi soltanto da un esile filo. Nel 1961, Renato Castellani trasse dal Brigante un film giudicato da Berto il migliore di tutti i film tratti dai suoi romanzi, e dalla critica odierna un capolavoro della cinematografia italiana. 


Recensione di Laura Bambini

Il brigante è uno di quei romanzi che rientra appieno nella mia zona di confort: romanzo storico ambientato in un posto indefinito dell’Italia con una struttura circolare.

Il protagonista della storia è Michele Rende, reduce di guerra, che torna nel suo paese natale sui monti della Calabria e viene preso di mira per le idee rivoluzionarie dai concittadini e dalle forze dell’ordine, che lo accuseranno dell’omicidio di un signore del posto. Per una serie di vicissitudini, tra cui la guerra, Michele Rende si darà alla macchia e vivrà come un brigante.

La sua storia non ci viene narrata né da lui né da un narratore esterno, in un’operazione simile al Grande Gatsby: la voce narrante è quella di Nino, un ragazzetto del posto disilluso, unico tra i cittadini a mostrare simpatia per il brigante e a non esserne intimidito.

Il romanzo ha uno stile amaro come la storia racconta, mescolata perfettamente alla Storia reale, che si avverte come una cornice senza la pesantezza o la sensazione di intromissione di alcuni romanzi storici. Gli eventi reali sono quasi impercettibili, eppure la storia è così presente che si fa fatica a distinguerla dalla storia inventata.

L’autore definisce il romanzo “marxista” e non interamente ascrivibile al filone del neorealismo. Concordo con entrambe le definizioni: lo stampo politico della storia è chiaro e per nulla pesante, inoltre non c’è la tendenza neorealista nella sua purezza. La parte psicologica del romanzo somiglia più a un filone odierno che non ai romanzi dell’epoca, riuscendo a renderlo attuale e non datato.

Berto accarezza la realtà della vita contadina, dell’ignoranza e dell’incertezza di quegli anni con un tocco leggero, senza scadere nel vittimismo o nel melodramma. C’è tutta l’Italia di ieri e di oggi: la famiglia al centro del microcosmo di ognuno, la lotta sociale mai estinta e oggi più viva che mai, il classismo e il populismo, l’amore che cerca di essere una risoluzione e non sempre ci riesce.

Mi aspettavo il finale, eppure mi sono commossa lo stesso.

È la prima volta che leggo qualcosa di Berto e sicuramente non sarà l’ultima.

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Giuseppe Berto


Giuseppe Berto nasce a Mogliano Veneto il 27 dicembre 1914. Nel 1947 pubblica presso Longanesi Il cielo è rosso, su segnalazione di Giovanni Comisso. Tra il 1955 e il 1978, anno in cui si spegne a Roma, dà alle stampe, oltre al Male oscuro (Neri Pozza, 2016), Guerra in camicia nera Oh Serafina!. 
Con Neri Pozza sono stati ripubblicati La gloria (2017) e Anonimo veneziano (2018), per restituire all’apprezzamento dei lettori e della critica odierna l’opera di uno dei grandi autori del nostro Novecento.