Sei valigie




Recensione di Elvio Mac


Autore: Maxim Biller

Traduzione: Giovanna Agabio

Editore: Sellerio

Genere: Narrativa

Pagine: 161

Anno di pubblicazione: 2020

Sinossi. Chi ha tradito il nonno Schmil, capostipite della famiglia Biller? Forse uno dei suoi affascinanti e talentuosi figli, o la sua ambiziosa nuora, oppure è stato lui stesso causa della sua morte, per i continui traffici al mercato nero. Nella primavera del 1960 Schmil viene arrestato all’aeroporto di Mosca per contrabbando di valuta e giustiziato di lì a poco. Qualcuno deve averlo denunciato al KGB, Schmil non è nuovo a tali commerci, e nella cerchia familiare cominciano a circolare sospetti su chi di loro possa essere stato l’autore, volontario o involontario, della delazione. Maxim Billersublima in tensione narrativa l’atmosfera di totale insicurezza e di reciproca diffidenza che si genera in ogni regime totalitario, dove l’individuo è alla mercé di qualunque voce o supposizione. Attorno all’evento cruciale si confrontano sei punti di vista differenti e divergenti, alternati e mescolati alle esperienze personali dell’autore, che è nipote di Schmil. Sullo sfondo il confronto Est-Ovest durante la Guerra Fredda, l’antisemitismo dilagante, la disperata disgregazione dei rapporti umani alla prova di uno stato di polizia. I personaggi, smarriti tra i grandi avvenimenti della storia e le piccole miserie della quotidianità, sono esposti alla devastante violenza degli eventi, i dubbi si acuiscono puntandosi sull’uno o sull’altro componente della famiglia, le rivelazioni alimentano l’ambiguità, sembrano suggerire l’intercambiabilità delle possibili motivazioni, rafforzando ogni incertezza e scarto di prospettiva, disfacendo il tessuto degli affetti e della fiducia reciproca. Per salvare la propria vita si può essere costretti a scelte drammatiche e crudeli, si può tradire o diventare eroi. Ma i personaggi di Biller sono solo uomini e donne impegnati a vivere e sopravvivere, mentre attorno a loro scorre la storia d’Europa del secondo dopoguerra con le sue contraddizioni e le sue speranze, che proiettano in controcampo un racconto delle lacerazioni che ancora dilaniano il nostro mondo.

Recensione

Questa storia è autobiografica con la voce narrante di Maxim durante la sua crescita. Racconta della famiglia Biller che si trasferisce in Germania. L’autore prova a ricostruire i rapporti tra i parenti, alcuni dei quali sembrano ambigui, primo fra tutti quello tra suo padre e Natalia, la moglie dello zioDima.

La ricerca di un traditore sembra essere indirizzata proprio verso Dima che ha la colpa di essere finito in prigione ed ora sta per essere rilasciato. Viene trattato come la pecora nera della famiglia e Maxim allora quindicenne, durante un breve periodo di permanenza a casa dello zio Dima, prova a indagare cercando e frugando alla ricerca di qualche indizio della sua colpevolezza.

Maxim riuscirà a parlare anche con l’altro zio, Lev, quello che sembra avere tagliato i ponti con tutti, o forse sono stati gli altri a non voler più parlare con Lev. C’è sempre un velo di mistero intorno ad ogni personaggio, come se nessuno di loro sia pulito, ognuno nasconde qualcosa.

Pur essendoci descrizioni dettagliate dei personaggi, restano dei vuoti incolmabili che fanno sospettare di tutti. Il fine non sembra quello di trovare un colpevole, ma giustificare quello che è successo con la costruzione del clima di quel periodo che opprime le persone fino al punto di condizionare la loro vita, quella di Natalia è sicuramente la più complessa.

Sei valigie sono sei verità, forse sei bugie. Credo che la caratteristica principale della scrittura di Biller, sia di riuscire a descrivere dettagliatamente il quadro e i personaggi senza svelare nulla. Restano sempre domande sospese. Una costruzione quasi da libro giallo dove Maxim indaga attentamente sulle cause della condanna a morte di suo nonno, ma alla fine è tutt’altro che un giallo, quindi non si avranno risposte.

I temi portanti sono la vita sotto regime dittatoriale e l’avversione nei confronti dell’ebraismo. Il narratore sembra odiare quel senso di segreto cattivo che la famiglia nasconde, ma alla fine tutto sembra giustificato dal passato, da quello che ogni persona ha attraversato.

Dentro una famiglia ci sono spesso rancori, invidie, paure e rivalità, che crescono ed esplodono per diventare poi parte della vita dei figli che non conosceranno mai completamente le dinamiche di un tessuto famigliare sempre monco di spiegazioni. Certo qui una spiegazione è che la fuga dalla Russia ha diviso i fratelli e ognuno di loro ha dovuto trovare un modo per sopravvivere.

E’ ampia la panoramica sulle difficoltà vissute dall’Est europeo negli anni dopo la seconda guerra mondiale. Il tentativo è quello di parlare dei rapporti tra le persone, cercando di spiegare perchè si tradiscono e si separano, perchè si mantengono certi sottili e perversi legami di famiglia nonostante tutto.

Resta un senso di incertezza che sgomenta. La domanda senza età che possiamo ricavare dal libro è sul tradimento. Siamo disposti a tradire chiunque per salvarci?

A cura di Elvio Mac

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Maxim Biller


 Nato a Praga da genitori russi ebrei, nel 1970 si trasferì con la famiglia in Germania. Vissuto a lungo tra Amburgo e Monaco di Baviera, ora risiede e lavora a Berlino. La sua opera si impernia da sempre, in modo particolare, sulle relazioni tra ebrei e tedeschi.

 

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