La credibilità della storia




A cura di Alessandro Chiometti


 

 

Almeno dai tempi di William Shakespeare è noto il fenomeno della “sospensione dell’incredulità” del lettore o dello spettatore di teatro o di cinema quando si presta a raccontare una storia.  

Lo scrittore, o il regista o il narratore, possono tranquillamente narrare di cose inesistenti e impossibili in questo mondo purché la loro storia abbia una coerenza. Dai tappeti volanti della mitologia persiana, agli animali parlanti di Kipling fino ad arrivare agli androidi di Blade Runner o a quant’altro sia stato in grado di immaginare l’uomo, chi ascolta una storia è disposto a sospendere la propria incredulità.

Il discorso fondamentale perché questo si verifichi e l’ascoltatore non interrompa la visione del film o la lettura del libro è per l’appunto la coerenza della storia e del mondo creato dal narratore.

Per intenderci, quando uno legge J.R.R. Tolkien non è che ad ogni pagina sta lì a dire, ma va là gli elfi e gli hobbit non esistono, i draghi non esistono, e non esistono neanche uomini che vivono più di due secoli.

Li accetta, perché l’universo della “Terra di Mezzo” è assolutamente coerente con le regole stabilite dal suo creatore (ad eccezion fatta forse per il personaggio di Tom Bombadil, ma questa come si suol dire, è un’altra storia). Le cose cambierebbero, ad esempio, se a pagina 1233 il caro Tolkien non avesse saputo concludere la storia e far vincere la battaglia ai buoni e allora ecco che

Legolas comincia a sparare raggi laser dagli occhi rivelando un suo potere segreto occulto e… bla bla bla. In quel caso si prende il libro si torna in libreria e si obbliga la libreria a restituire il prezzo di copertina. In caso il commesso non acconsenta si è legittimati ad andare a casa dell’autore e dell’editore a reclamare il credito.

Altri esempi di storie perfettamente coerenti per quanto assolutamente non verosimili sono ad esempio i libri di Stephen King che è assolutamente geniale nel presentare la “magia” come la definisce lui su più livelli. Dal male che infesta Derry da secoli che si presenta in forme mutevoli (It), al diavolo che corrompe le persone offrendogli “Cose Preziose” in cambio di marachelle e dispetti nei confronti di altre che diventeranno sempre più pesanti fino a distruggere Castle Rock.

Capolavoro di coerenza visionaria è senz’altro “Mattatoio N. 5” di Kurt Vonnegutt il cui messaggio pacifista è amplificato dal fatto che l’autore, per trovare qualcosa si più assurdo di quello che ha visto  davvero  a Dresda durante la seconda guerra mondiale deve parlarci di alieni pandimensionaliche vedono tutto lo scorrere del tempo simultaneamente.

 

 

Mattatoio N. 5” di Kurt Vonnegutt

Brutti esempi di storie non coerenti ci vengono spesso dal cinema hollywoodiano dove ultimamente gli sceneggiatori sembra che incollino pezzi di film a caso. Su “The visit” di Shalyman ad esempio tutte le acrobazie fatte dal regista con la machina da presa non possono farci smettere dal pensare che la storia deriva dal presupposto che una madre sia così idiota da mandare due figli di non più di dieci anni a conoscere i loro lontanissimi nonni da soli senza neanche dargli una foto con cui possano effettivamente riconoscerli. Ricordiamo perfettamente di aver pensato quando i ragazzini scendono dal treno e vanno incontro a chi li aspetta: “Se questi non sono i nonni ma due maniaci è la storia più ridicola mai raccontata”. E puntualmente…

Altro esempio di incoerenza grave che rende insopportabile tutta la storia viene da “A quiet place in cui ci sono questi misteriosi aracnidi dall’udito ultrasensibile che al minimo rumore che l’uomo fa gli saltano addosso e lo sbranano seduta stante. Beh per affrontarli che fanno i c.d. “ nostri eroi”? Vanno a vivere in una cantina insonorizzata scegliendo di uscire il meno possibile? Prendono  le casse audio più potenti del mondo e sparano trash metal a palla giorno e notte in modo che non solo gli aracnidi non li possano sentire ma abbandonino il pianeta per la terribile tortura? Macché loro sono dei geni, quindi vanno a vivere in campagna a piedi nudi. E a quel punto, a soli dieci minuti dall’inizio del film, la bella Emily Blunt potrà inventarsi quello che vuole, ma lo spettatore sarà comunque troppo preso dal ridere dell’assurdità proposta.

 

A quiet place

 

Ultimo esempio di mancanza di credibilità per noi è stata sempre “La bambolina assassina” di cui non abbiamo  mai capito il successo negli anni ’80. Ci dispiace ma un bambolotto può essere “posseduto” dalla peggior anima del peggior  strangolatore del mondo, ma resta un bambolotto. Potrà farti un graffio ma poi… calcione o mazzata ben assestati, lo prendi, lo butti nel fuoco… il film è finito, andate in pace. Completamente diverso il discorso per il remake del 2019 invece, in cui la bambola diventa assassina non perché è posseduta ma perché è un intelligenza artificiale a cui sono stati tolti i blocchi di sicurezza inibitori, ed è in grado di connettersi con ogni app e ogni tecnologia dell’invadente multinazionale Kaslan. E allora se permettete, cambia tutto, il gioco funziona, eccome!

Alessandro Chiometti

 

 

A cura di Alessandro Chiometti

Autore di alcuni romanzi e di molti racconti brevi, cura con l’Associazione Civiltà Laica di cui è presidente la Direzione Artistica del Terni Horror Fest.