Belle per sempre




Katherine Boo


DETTAGLI:

Traduttore: Cristina Pradella

Editore: Beat

Genere: narrativa

Pagine: 312

Anno edizione: 2024

Sinossi. Abdul ha sedici anni, o forse diciannove: i genitori confondono spesso le date di nascita dei loro nove figli. Vivono ad Annawadi, la baraccopoli che sorge sui terreni che appartengono all’autorità aeroportuale di Mumbai. La gente dell’aeroporto ha fatto costruire una barriera che separa lo slum dalla strada che porta al terminal internazionale. Chi la percorre vede solo un muro di cemento ricoperto dalla pubblicità di una marca di piastrelle, uno slogan che prende tutta la lunghezza della parete: belle per sempre, belle per sempre, belle per sempre. Oltre il muro, tremila persone vivono stipate in trecentotrentacinque baracche, anche sui tetti, sopravvivendo perlopiù grazie al commercio dei rifiuti. Intorno, c’è un Paese con una crescita economica senza precedenti nel mondo, tale da cambiare le cose perfino ad Annawadi. L’antico fatalismo, l’ineluttabilità delle caste cedono il passo alla fede in possibili cambiamenti. Gli abitanti adesso parlano di un’esistenza migliore con disinvoltura, come se la fortuna fosse un cugino che può presentarsi alla porta in un giorno di festa, come se il futuro non dovesse per forza assomigliare al passato. Fino al giorno in cui Fatima «la storpia», colei che più di tutti aveva sperato che la buona sorte toccasse anche a lei, si versa addosso il combustibile per cucinare e si dà fuoco con un fiammifero. Una terribile tragedia di cui, inaspettatamente, viene incolpato proprio il giovane Abdul. 
Dopo aver raccolto per anni le storie di Annawadi, il Premio Pulitzer Katherine Boo racconta con lo sguardo lucido della giornalista e l’empatia della scrittrice la vita dello slum indiano in un’epoca di mutamenti globali e disuguaglianze sociali sempre più feroci, la quotidianità nei bassifondi governati dalla corruzione e dal bruciante desiderio di riscatto.

 Recensione di Diego Pitea


Il pregio principale di questo libro di Katerine Boo è quello di farci ‘vivere’ all’interno di Annawandi, uno slum indiano tra i più poveri.

Ero a conoscenza del fenomeno ma devo dire che l”autrice mi ha sorpreso con la vividezza delle sue descrizioni.

Lei stessa ha vissuto per quattro anni nello slum, affiancata da un interprete, per cercare di catturare ogni minimo particolare ed è per tale motivo che le storie dei protagonisti colpiscono allo stomaco come un pugno e fanno riflettere e commuovere.

La trama, che spesso sfocia in una vera e propria inchiesta, traccia le vite di diversi protagonisti di Annawandi, dal raccoglitore di immondizia, bambini che si ritrovano in strada dopo che l’orfanatrofio ha deciso che ormai sono troppo grandi per essere tenuti lì, agenti corrotti che si mettono d’accordo con i ladruncoli per spartire il bottino, politici in malafede che approfittano della paura dello sgombero per prendere i voti degli abitanti, insomma una variegata popolazione sull”orlo della disperazione.

Mi ha colpito molto lo stacco fra la ricchezza dell”aeroporto di Mumbay, con lo slum che si trova a poche centinaia di metri.

Come a dire che spesso è più facile voltarsi dall’altra parte.

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Katherine Boo


Dopo una breve carriera al Washington city paper, lavorò dal 1993 al 2003 al The Washington Post. Nel 2000 vinse il Premio Pulitzer per una serie di articoli dedicati al disagio dei malati mentali nei centri d’accoglienza.