Il cieco di Ortakos




Recensione di Fiorella Carta


Autore: Salvatore Niffoi

Genere: Narrativa

Pagine: 167

Editore: Giunti

Anno: 2019

Sinossi. Salvatore Niffoi ci rapisce una volta di più con un romanzo breve e un racconto, due storie di cecità vissute nel paesino di Ortakos su due sentieri paralleli, ma percorsi in direzioni opposte. La prima, quella di Damianu Isperanzosu, su mastru tzecu de Ortakos, cieco dalla nascita e odiato dal padre violento e possessivo per questa sua invalidità. Una pesante croce che si aggiunge alla lunga sequela di rovesci e disgrazie da cui la sua famiglia è afflitta da generazioni. L’unica salvezza, oltre il bene viscerale che gli vuole la madre, sarà l’intelligente carità del medico e del prete del paese: Damianu andrà a scuola, imparerà a leggere con le dita, e grazie alla passione per la letteratura – che fa «immaginare i colori nascosti del mondo degli altri» – potrà andare a cercare fortuna «in continente». Ma il richiamo della propria terra, delle proprie radici, sarà irreprimibile. Un’esistenza vista con gli occhi di un cieco, intrisa di buio masticato inghiottendo dolore e rabbia, ma anche di tutto il calore e l’amore che tatto e destino gli faranno incontrare sulla strada. Fino alla notte del miracolo. La seconda, quella di Paolo, ragazzo soprannominato Pasodoble a causa della sua mania per il tango, che sceglie sin da piccolo «di non vivere la propria vita, per vivere tutte quelle degli altri attraverso i libri», e poi recludersi in convento. Ambientate in una Barbagia infera eppure meravigliosa, e narrate con una lingua cruda, lirica, sismica, due storie che hanno la propria chiave nel mistero della visione. Di chi, mettendo a rischio ogni giorno la propria vita, forse riacquista la vista perché attraverso il dolore ne ha maturata una più profonda, e di chi, come Paolo, alla fine deve perderla, perché troppo sicuro di «aver visto tutto quello che c’era da vedere».

RECENSIONE


Leggere Niffoi è come immergersi in un fiume di poesia che scorre attraverso immagini arcaiche, parole familiari, personaggi soggiogati dal destino eppure immersi in una soggettiva magia.

È un libro particolare questo: il lungo racconto che parla di Damianu e della sua cecità è un inno alla vita, quella esistenza fatta di affannose salite che comunque portano a un panorama meraviglioso e lui, Damianu,cieco dalla nascita, ci accompagna per il suo mondo mostrandoci la dolcezza della vita, l’amarezza delle sue origini insabbiata dalla volontà di vedere, sebbene in maniera differente, un mondo fatto di bellezza, forza e speranza.

Nessuno più di lui riesce a osservare e insegnarci che tutto è possibile. Lui che dal buio crea la luce.

Il racconto breve che segue non è slegato dal primo per intenti e metafore, nonostante personaggi e i luoghi differenti.

Paolo è l’antitesi di Damianu, uno che la vita la vede, ma non la osserva, la attraversa senza assaporarla e, per contrappasso, si vedrà costretto alla cecità per una punizione dettata dal destino, forse perché immeritevole di tanti colori, di tante occasioni mai sfruttate, mai apprezzate.

La prosa di Niffoi è inconfondibile, unica e trascina con sè la lingua della nostra terra, rude ma insostituibile, perché dove l’italiano non riesce a rendere l’idea delle sensazioni, il sardo evidenzia e esalta sentimenti, colori e vita.

Salvatore Niffoi


(Orani, 1950) è uno dei maggiori scrittori italiani. Esordisce nel 1987 con Collodoro (Solinas, poi Adelphi, 2007). Tra le sue opere: Cristolu (Il Maestrale, 2001), La leggenda di Redenta Tiria (Adelphi, 2005), La vedova scalza (Adelphi, 2006, Premio Campiello), Ritorno a Baraule (Adelphi, 2007), Pantumas (Feltrinelli, 2012), La quinta stagione è l’inferno (Feltrinelli, 2014). Per Giunti ha pubblicato nel 2017 Il venditore di metafore.

 

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