Il continente bianco




 IL CONTINENTE BIANCO

di Andrea Tarabbia

Bollati Boringhieri 2022

Narrativa italiana moderna e contemporanea, pag.252

Sinossi. Venticinque anni, bello come un Cristo e convinto che l’unica via per sopravvivere nel mondo sia un odio esercitato con calma e raziocinio, Marcello Croce è a capo di un movimento di estrema destra che annovera picchiatori, fanatici, ma anche teorici e figure dai tratti quasi metafisici – tutte accomunate dal fatto che, per loro, vivere è come trovarsi in guerra. Grazie anche alla connivenza con certi rappresentanti politici e alla condiscendenza con cui l’opinione pubblica, ormai, guarda a molti fenomeni legati al neofascismo, Croce porta avanti la sua idea di sovversione e, nel frattempo, frequenta Silvia, una donna della borghesia romana con la quale instaura un gioco di potere che li porterà alla perdizione. La vicenda è ricostruita da un narratore misteriosamente attratto da Marcello e curioso di capire che cosa muova coloro che, oggi, credono in un’idea superata e violenta e la vogliono attuare. Ma c’è di più. La storia di Silvia e della sua caduta era già stata raccontata nello splendido romanzo, rimasto allo stato grezzo, che Goffredo Parise scrisse alla fine degli anni Settanta, “L’odore del sangue”. “Il Continente bianco” ne riprende temi e motivi, e sposta la vicenda ai giorni nostri, conservando nel rapporto morboso tra Silvia e Marcello la metafora potente del fascino che certe idee hanno esercitato, ed esercitano, sulla borghesia italiana. Andrea Tarabbia, autore di “Madrigale senza suono”, scrive un romanzo sul potere, a volte funesto, che abbiamo sugli altri e ci regala un ritratto di un gruppo di persone – e forse di un Paese – che danzano sull’abisso.


Il continente bianco

A cura di Loredana Gasparri


 Recensione di Loredana Gasparri

Se mi metto a seguire il filo di pensieri e associazioni che mi ha fatto nascere la sola lettura del titolo, mi viene un po’ da sorridere.

Il continente bianco mi ha fatto subito pensare all’Africa, che di solito è accostata alla parola “nera”. Una volta, almeno. Ora si preferisce usare l’espressione “subsahariana”, forse per evitare insinuazioni e possibili accuse razziste che oggi tendono a fiorire con estrema facilità anche dal nulla.
Tuttavia, per restare sull’espressione Africa nera, immediatamente penso a Joseph Conrad e il suo Heart of Darkness, e l’iconico “The horror!

The horror!” del suo protagonista Kurtz. Razze e razzismo, bianco e nero, orrore e oscurità. E libri, riferimenti letterari.

Prima ancora di aprire la porta del libro, il titolo mi suggeriva alcuni fili e colori della trama. Non finirò mai di stupirmi del potere di queste creazioni di carta, dall’aspetto così innocuo.

Partiamo proprio dal filo dei libri.

All’inizio, l’autore pone un’Avvertenza, come per i medicinali:

“I libri o sono vivi o sono morti”. E sono creature potentissime, ricordate?

Al punto che, se pure li riteniamo morti e sepolti perché sono nati in epoche lontane, non esitano a dimostrarci il contrario.

Il libro che sembrava morto è L’odore del sangue di Goffredo Parise, scritto negli anni Settanta e quasi rinnegato dal suo stesso autore, che non lo pubblicò. Ma è difficile che una potenza di quel genere se ne stia zitta e buona in un cassetto… ne uscì nel 1997 e deflagrò la polemica per il contenuto scabroso, scomodo, scomodissimo.

E nel 2022, l’apparente morto riuscì a tormentare talmente a fondo Andrea Tarabbia, da spingerlo a ridargli vita, prendendo uno dei suoi personaggi, Silvia (quasi una costola, no…?) e riportandole il marito, la casa, e affiancandole un amante estenuante e contraddittorio, il bellissimo Marcello Croce. E ora all’attenzione della giuria del Premio Strega. Niente male per un morto!

Gli altri fili parlano di oscurità, sporco, fascismo “dentro”, noia, incapacità di adeguarsi alla vita in società, odio per i diversi, le altre razze, i ricchi, ribellione, un senso di giustizia che fatica a mettersi a fuoco, perversione nei sentimenti, e bellezza. Una bellezza contorta, che non ha niente di classico, armonico e non parla di proporzione nelle forme, o nella profondità celestiale dei sentimenti.
È la bellezza della perversione del buono, della ferocia del bianco, che non è purezza in quanto candore, ma stato assoluto talmente forte da essere spaventoso e persino mortale. Non è la veste dell’angelo, è la zanna del lupo che sbrana. 

È la bellezza di una storia che vuole essere raccontata con il suo sporco, la sua violenza, la sua necessità di reclamare il suo diritto ad esistere, che tira i capelli a Tarabbia perché la scriva, spingendolo a frequentare il marito psicanalista di Silvia, a farsi suo confidente e a conoscere in prima persona Marcello, l’amante orrendo, e i suoi “amici”, a immergersi nel loro buio degradante.

La storia non ha pietà. Non ne ha per l’autore, che deve scrivere vivendo su di sé sentimenti e situazioni in cui non si sarebbe trovato di propria volontà, e non ne ha per i suoi personaggi, che spinge oltre i limiti, azzerandoli.

Mi sono ritrovata scombussolata dopo la lettura. I riferimenti di giusto e sbagliato reclamano attenzione, ma qui non c’è posto per loro, perché, quando si fanno sentire, nessuno li ascolta.
C’è un immenso vuoto bianco che divora tutto e lascia ciechi.

E soprattutto lascia le domande senza risposta.

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Andrea Tarabbia


Andrea Tarabbia, nato a Saronno nel 1978, russista di formazione, è docente di letteratura comparata presso l’Università di Bergamo. Ha pubblicato i romanzi: La calligrafia come arte della guerra (Transeuropa, 2010), Marialuce (Zona, 2011) e Il demone a Beslan (Mondadori, 2011), il saggio Indagine sulle forme possibili (Aracne, 2010), l’e-book La patria non esiste (Il Saggiatore, 2011), Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri, 2019) e Il continente bianco (Bollati Boringhieri, 2022) candidato al Premio Strega 2023. Oltre a scrivere sulla rivista Il primo amore, pubblica articoli per Liberazione, Gli altri, Nazione indiana.