Il quaderno del fato




Recensione di Cristina Bruno


Autore: Edoardo Guerrini

Editore: Il seme bianco

Genere: giallo

Pagine: 143

Anno di pubblicazione: 2019

 

 

 

 

 

Sinossi. Le vicende si svolgono tra Torino, Marrakech e Samarcanda attraverso la traduzione di un codice dell’XI secolo in persiano antico, delle Quartine di Omar Khayyâm, famoso poeta e scienziato. A Samarcanda, nella Tomba del Re Vivente, c’è il secondo volume. I terroristi islamici lo vogliono, pensando che contenga le chiavi per violare la segretezza di ogni computer.

 

Recensione

Laura e Franco sono in viaggio turistico in Marocco, assieme a una coppia di loro amici e vicini di casa Adil e Ayisha, originari proprio del paese arabo. Con la loro guida sperano di avere una piacevole vacanza culturale e artistica. In realtà le cose si complicano perché Adil, venuto in possesso di un misterioso libro, diviene il bersaglio di un’organizzazione araba con ambizioni di supremazia mondiale. Al ritorno a Torino traducono il testo e scoprono che l’autore è Omar Khayyam, poeta, astronomo e matematico arabo vissuto a cavallo tra il 1000 e il 1100 dopo Cristo.

Nelle sue quartine alluderebbe a un altro libro, che si trova a Samarcanda, che contiene preziose informazioni matematiche. Il gruppo di amici, per amor di conoscenza, non esita a intraprendere un nuovo viaggio per scoprire il mistero. Ma a Samarcanda dovranno sostenere una difficile prova…

Il testo è molto breve e di facile lettura. L’ambientazione porta il lettore dal Marocco a Torino e poi all’Uzbekistan facendogli scorgere angoli di un mondo che per molti è poco conosciuto. Le “Quartine” di Khayyam sono per l’autore una scusa per far conoscere la cultura araba sotto un punto di vista diverso. Quella che viene posta in risalto è la necessità di riunire popoli e religioni con le armi del dialogo e dell’amore perché solo così si potrà salvare il mondo.

Anche la scelta dei protagonisti, appartenenti all’ambiente islamico, rappresenta un modo per invitare al superamento della diffidenza verso una cultura che solo in apparenza è diversa dalla nostra, ma che in realtà contiene al suo interno altissimi livelli di spiritualità e di speculazione filosofica.

Non è un caso, del resto, che il nostro Medioevo abbia avuto una ripresa formidabile proprio durante l’invasione araba che ha arricchito l’Occidente con i suoi testi scientifici e matematici e con le sue tesi filosofiche. Molti di quei testi sono state le basi per gli studi dei nostri scienziati e filosofi.

Come sottolinea l’autore stesso, le divagazioni matematiche appartengono più al fantastico che al reale e servono essenzialmente a sottolineare le finalità ecumenica del libro.


Intervista

Il libro affronta il tema delicato della convivenza pacifica delle religioni e delle culture. Come è nata l’idea?

Il primo nucleo nasce da una suggestione evidentemente derivata da letture di attualità, riguardanti i bibliotecari di Timbuktu e la loro opera fervida e pericolosa per salvare i manoscritti delle biblioteche segrete dalla furia distruttrice dei jihadisti. Ho pensato che tra questi codici uno potesse essere opera di un matematico arabo, e contenere dei segreti capaci di salvare il mondo. Da questa idea di partenza ho iniziato a pensare a chi potesse essere l’autore, e mi è venuto in mente Omar Khayyam, la cui opera avevo letto molti molti anni prima, da ragazzo. Sono andato a ricercare notizie su di lui e ho pensato fosse il soggetto ideale come autore del mio manoscritto. Un altro fattore essenziale è stato un cambio di sede lavorativa: a causa del mio passaggio in Regione Piemonte e del conseguente trasferimento nel quartiere Aurora, a pochi passi dal mercato di Porta Palazzo, il mio affetto per quel quartiere multietnico di Torino, ovviamente già presente, è cresciuto e mi ha portato a identificare quel condominio come la sede naturale dei miei protagonisti.

Il teorema di incompletezza di Godel è dirompente in matematica perché dimostra l’impossibilità di dimostrare la completezza di una teoria restando all’interno della teoria stessa. Per parlare di qualcosa abbiamo sempre bisogno di un metalinguaggio e quindi di uscire dall’ambiente di cui parliamo in una infinita estensione di linguaggi e di teorie che non possono mai essere complete. In questo gioco di scatole cinesi infinite sta la grandezza della sua intuizione matematica. Nel suo libro invece le conclusioni di Godel sembrano ribaltate attraverso un algoritmo infallibile di decidibilità. Come mai questa scelta?

Ti ringrazio per queste domande davvero interessanti. Devo dire che pur non avendo strumenti formativi adatti a parlare con piena cognizione di causa di teorie matematiche tanto complesse (la matematica è stata sempre un po’ la mia bestia nera dai tempi del liceo scientifico, che pealtro ho superato senza troppi danni in una scuola assai selettiva come il Galileo Ferraris di Torino) ho dato qualche occhiata a ciò che si dice in termini filosofici sui teoremi di Godel, ed ho appunto pensato di arrivare a ipotizzare una sorta di “nuova via” che superasse l’indicazione di Godel, che peraltro probabilmente fin troppo spesso viene “piegata” come una sorta di spiegazione filosofica alla base della interpretazione della realtà, mentre per essere valutata correttamente non dovrebbe essere usata al di fuori del suo significato strettamente matematico. Ma io volevo fare letteratura e non ho assolutamente l’ardire di fare considerazioni filosofiche che sarebbero ben oltre la mia portata. Semplicemente, l’istinto mi dice che se l’Universo ha un senso e se esiste un Dio creatore e che ne conosce il destino, questa entità potrebbe in qualche modo “aiutare” le sue creature a crescere ed evolversi. E allora sempre l’istinto mi porta a pensare che esista una verità oggettiva, così come esiste un accordo tra il nostro sentire e la bellezza del Creato: noi riconosciamo istintivamente la bellezza di un cucciolo appena nato o di un paesaggio naturale, o di un corpo perfetto. E questo mi porta a credere che un genio come l’autore del “mio” manoscritto possa aver individuato una via di uscita dal teorema di indefinibilità della verità.

Se davvero esistesse un simile algoritmo non sarebbe uno sminuire le capacità critiche dell’uomo e far dipendere le sue decisioni da una macchina uccidendone il libero arbitrio?

Anche questo è un punto fondamentale: infatti a pag 124, cap. 19, viene riportata una quartina che parla di questo:

“Tu non ci vuoi come soldati ubbidienti, ci lasci facoltà di scegliere. Moltitudini di noi possono scegliere l’amore o il non amore, il vero o il non vero. Alla fine, chi prenderà la via sbagliata andrà lontano da Te”.

Perciò la “soluzione ” che ho individuato non è in contrasto con il libero arbitrio: altrimenti saremmo nel campo di una “teocrazia” che impone la “sua” verità così come ancora oggi succede in molti paesi, e si uscirebbe da quella libertà di pensiero e di culto che nel libro è la base di pensiero di Yusuf e Compagni. No, io ho pensato, invece, ad una sorta di “intelligenza artificiale” che derivi da un dono divino che Omar avrebbe intuito nella sua immensa saggezza, che fornirebbe all’umanità un pizzico dell’onniscienza divina. Perché se Dio conosce il vero e conosce il destino del mondo, allora forse anche per lui potrebbe arrivare un momento in cui decida di far crescere le sue creature, fornendo loro gli strumenti per  conoscere il bene. E per me il volontarismo etico di Socrate e Platone è un po’ la ragione di vita: ovvero, non si può compiere atti ingiusti se si hanno gli strumenti culturali per distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Questa è un po’ la chiave del mio “lieto fine”:  una sorta di mondo nuovo nel quale non siano automaticamente censurate le “fake news”, ma siano contrassegnate in modo indelebile come tali, e gli atti truffaldini di coloro che si appropriano dei beni pubblici siano anch’essi scoperti in automatico e comunicati a tutti. Ebbene, la mia ipotesi è una sorta di indicazione di fiducia in un diverso destino dell’uomo: purtroppo, è possibile che essa si riveli soltanto come una fiaba, qualcosa di destinato a non avverarsi mai. Eppure, c’è sempre qualcosa che mi spinge ad avere fiducia, qualcosa di simile a quanro indicato negli altri versi riportati a pag. 125: 

“Boschi, giardini, rive dei fiumi tutta la bellezza mi parla di Te. La gota liscia, la treccia lucida di una ridente fanciulla, il suo sorriso bianco di perla mentre mi porge la coppa, Tutte queste cose a Te mi conducono E quando sento questo accordo, a Te mi avvicino”

Accordo, è come una musica che ci mette in connessione col mondo in cui abita Dio.

Grazie e arrivederci

Edoardo

A cura di Cristina Bruno

fabulaeintreccio.blogspot.com

 

 

Edoardo Guerrini


Edoardo Guerrini è nato a Torino nel 1965, ma è molto legato a Napoli, città dei suoi genitori. Biologo, ha due figli, lavora come dirigente presso la Regione Piemonte, dedicandosi alla tutela dell’ambiente da venticinque anni. Lettore accanito, ama i classici, a cominciare da Cervantes e Shakespeare, e le detective stories. Il suo esordio letterario, Senza fili, è del 2017.

 

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