Il treno di Erlingen




Recensione di Laura Salvadori


Autore: Boualem Sansal

Editore: Neri Pozza Editore

Traduzione: Alberto Folin

Genere: narrativa

Pagine: 224

Anno di pubblicazione: 2021

Sinossi. Élisabeth Potier, docente di storia e geografia in pensione, residente a Seine-Saint-Denis, è una vittima collaterale dell’attentato islamico del 13 novembre 2015 a Parigi. Dopo alcuni giorni passati tra la vita e la morte, la donna esce dal coma con un’altra personalità, e con questa identità morirà un mese dopo. Per decifrare la testimonianza scritta che ha lasciato a sua figlia Léa occorre passare attraverso l’incredibile racconto della baronessa Ute von Ebert, residente a Erlingen, in Germania. Da settimane Ute vive rinchiusa, minacciata da un misterioso nemico che, come un’epidemia, si diffonde sulla terra e agisce per ridurre la specie umana in schiavitú. Per sfuggire a questa minaccia, gli abitanti di Erlingen attendono con trepidazione l’arrivo del treno che li porterà in salvo, ma il treno ancora non si vede. Attraverso una serie di sarcastiche lettere che Ute scrive a sua figlia Hannah traspaiono tutta l’angoscia e l’incertezza per una situazione ai limiti della realtà: ogni giorno viene detto ai cittadini di Erlingen che il treno arriverà, per poi sostenere il contrario. Bisogna sempre tenersi pronti, ed è spossante. Nessuno sa, inoltre, con chi e con cosa abbiano a che fare; al punto che la minaccia ha preso ormai il generico nome di «nemici», una parola che contiene tutte le ipotesi. Come è cominciato tutto questo? E in che modo le storie di Élisabeth Potier e Ute von Ebert, e quelle delle loro figlie Léa e Hannah, entrambe residenti a Londra, sono collegate tra di loro? Attraverso un’avvincente storia che si discosta notevolmente dai soliti schemi narrativi di finzione, l’autore di 2084. La fine del mondo consegna al lettore un potente romanzo che narra del destino di due donne nell’epoca in cui la teocrazia islamista si insedia nel cuore dell’Occidente.

Recensione

Il treno di Erlingen è un romanzo ad un passo dal saggio. Un intreccio minimo dietro il quale si spalanca un mondo, che non si fa remore ad essere spaventoso, inquietante e onirico.

Una storia che si nutre di se stessa, come il mitico uroboro, che finisce laddove inizia, senza soluzione di continuità. Una storia che nutre la nostra paura, che ingrassa le nostre incertezze. Un racconto che confonde e preoccupa, senza sentire il bisogno del velo pietoso dell’ipocrisia.

I temi scottanti, che dividono e scandalizzano i più, non scoraggiano l’autore dal girare il coltello nella piaga, mai guarita, delle migrazioni. Nella questione mai risolta delle lotte religiose. Nella commistione, esplosiva, tra occidente e oriente. Tra cristianesimo, ebraismo e islamismo; il delirio delle religioni monoteiste, che mai come in questo romanzo appaiono inconciliabili, seppur nate da un comune denominatore e da aspirazioni pressoché speculari.

Il romanzo presenta due piani narrativi paralleli, che raccontano lo stesso fatto: i giorni successivi all’aggressione di Elisabeth, avvenuta nel caos che segue l’attentato al Bataclan di Parigi del 2015.

Da un lato c’è il racconto di Elisabeth, che l’incidente ha rinchiuso in un mondo inesistente, attanagliato dall’imminente invasione di un nemico invisibile e per questo motivo spaventoso e disumano. Dall’altro c’è il racconto della figlia a, che ci riporta con i piedi in terra. Alla realtà, che non per questo è meno spaventosa.

Elisabeth si crede un’altra persona, discendente di una stirpe germanica che nel 1832 attraversò l’Oceano Atlantico per costruirsi una vita nel continente Americano. Elisabeth ripercorre le tappe di questa migrazione, descritta come necessaria, interpretata da un novero di europei il cui scopo era di spodestare da quelle terre i popoli autoctoni, che rifiutavano di integrarsi. Una migrazione auspicata dal governo degli Stati Uniti. Una storia gloriosa, seppure costruita sulla menzogna.

Il glorioso passato non è che un ricordo, in un presente che invece si mostra spaventoso, che si nutre dell’ignoranza, della superstizione e della paura per sottomettere. Si pensa a salvarsi, ma è evidente che la salvezza non potrà essere per tutti. La salvezza ha la forma di un treno, che giungerà a trarre in salvo le persone. Un treno che non arriva mai.

a, la voce della ragione, arriverà a distruggere le aberranti e spaventose costruzioni della madre, rappresentando i fatti così come sono: un mondo preda di invasioni migratorie finalizzate a sradicare l’uomo bianco a favore dell’uomo di colore. Il cristiano a favore dell’islamico. Una sostituzione perpetrata con il sangue. E una sola domanda, che rimane in sospeso: potrà il mondo sottomettere l’Islam?

Nel mezzo il lettore troverà un mondo intero. Elisabeth e a in realtà propongono al lettore profonde riflessioni sul destino dell’umanità. Sulle paure che minano le nostre gambe e sull’opportunità di coltivarle, per tenerci in pugno. Sull’ignoranza e sul pregiudizio, che da soli sono più potenti e letali di una schiavitù.

Che lo sconosciuto invasore sia sovrapponibile all’invasore storico del mondo occidentale, vale a dire l’Islam, è tutto da vedere e da dimostrare. Molti sono gli spunti che l’autore ci dà, ma in ultima istanza alza le mani e chiede a noi lettori una possibile e personale interpretazione.

Un romanzo nel romanzo, denso di voci che sussurrano favole spaventose per non farci dormire.

Una prosa sottile, ammiccante e colta, che riesce nell’intento di scrollare le nostre teste pigre e imbevute di luoghi comuni. Il magistrale utilizzo della metafora quale chiave interpretativa di un presente complesso e spesso manovrato da chi sta in alto e non ha scrupoli alcuno a mettere un popolo contro l’altro, in nome del progresso e della libertà. Parole come campi minati, che nascondono meschinità e miopia.

Una lettura non certo facile e non per tutti, ma che consiglio a chi è curioso di confrontarsi con  l’ennesima chiave di lettura del nostro tempo.

  

 

Boualem Sansal


Boualem Sansal è nato nel 1949 in Algeria e vive a Boumerdès, nei pressi di Algeri. Alto funzionario del ministero dell’Industria algerino fino al 2003 (incarico da cui fu allontanato per i suoi scritti e le sue prese di posizione politica), ha vinto il Prix du premier Roman e il PrixTropiques 1999 con il suo primo romanzo Le serment des barbares, il Grand Prix RTL-Lire 2008 con Le Village de l’Allemand, e il Grand Prix du roman 2015 de l’Académie française con 2084. La fine del mondo (Neri Pozza,  2016). Nel 2014 è stato nominato per il Premio Nobel per la letteratura.

 

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