Intervista a Alberto Beruffi




A tu per tu con l’autore


Innanzitutto grazie per aver accettato la mia intervista per ThrillerNord e complimenti per i suoi romanzi.

L’ispettore Pioggia è davvero un personaggio anomalo nel panorama letterario. Infatti, a differenza di molti suoi “colleghi” caratterizzati con dipendenze, manie o passati poco edificanti, lei ce lo descrive come un uomo con dei demoni interiori, ma senza “vizi” riprovevoli. È chiuso e cerebrale, ma con un forte senso della giustizia e del voler arrivare alla verità a ogni costo. Come è nata l’idea di questo personaggio?

Non è facile ricordare come sia nato. Il primo romanzo l’ho iniziato nel 2007 e ormai Marco Pioggia convive con me da così tanto tempo che mi sembra ci sia sempre stato. Quando ho iniziato ad abbozzarlo, volevo che non avesse particolari vizi o manie e che alcune sue particolarità, come i biscotti spezzati o il tormentarsi il braccialetto al polso, fossero strettamente connessi alla sua storia passata. Storia che invece di essere raccontata compiutamente, è frammentata nei vari romanzi. Anche il suo aspetto fisico resta in parte indefinito, ma mettendo insieme i vari accenni si riesce ad averne un’idea abbastanza precisa. Fin dall’inizio ho voluto che Pioggia avesse un carattere definito e obiettivi chiari, lasciando la libertà al lettore di poterselo immaginare come vuole, mentre indaga spostandosi sul vecchio maggiolone cabriolet ispiratomi da una canzone di Ligabue.

Da dove nasce l’idea di chiamare un personaggio Pioggia? È un discorso evocativo o è un cognome come un altro?

Amo la pioggia, il mare, le distese d’acqua e volevo che il mio protagonista avesse un nome che evocasse tutto questo. E poi la pioggia ha spesso una venatura malinconica, che ben s’adatta al personaggio.

Interessante è anche il suo stile narrativo. È ricco di descrizioni quando si tratta di farci “vedere”, coinvolgendo tutti i sensi, ambienti e paesaggi, ma parco nel raccontarci l’interiorità dei personaggi che ci vengono presentati “per sottrazione” e per mancanze. È un modo per lasciare libera interpretazione al lettore o c’è un’altra spiegazione?

Come ho già accennato, ritengo giusto che il lettore possa dare la sua personale interpretazione. Inoltre, dipende anche dal mio stile di scrittura. Accade raramente che siano esplicitati i pensieri dei personaggi, di solito si possono dedurre dalle loro azioni. Una visione un po’ cinematografica, in cui la rappresentazione prevale sul racconto.

Una curiosità. “Il caso dei tre bambini scomparsi” è il terzo libro in cui compare l’ispettore Marco Pioggia, come mai il sottotitolo recita “Il primo caso dell’ispettore Marco Pioggia”?

Quando ho scritto il mio primo romanzo, mi sono inserito in un determinato punto della vicenda di Pioggia. Dopo aver scritto il secondo, ho sentito che mancava qualcosa ed era necessario mettere alcuni punti fermi nel passato di Marco. Anche per questo ho scritto “Il caso dei tre bambini scomparsi”, che è il prequel di “Una ragazza cattiva” e che quindi, pur essendo il terzo, è temporalmente il primo.

Ho adorato “Il caso dei tre bambini scomparsi” anche perché sono affascinata dal binomio giallo/thriller e arte.  Dopo “Una ragazza cattiva” che aveva per filo conduttore i testi delle canzoni e “Prima di morire” dove il teatro la faceva da padrone, ora l’arte pittorica. Perché la scelta di costruire le sue storie collegandole al mondo dell’arte? Nel prossimo cosa dobbiamo aspettarci?  Il cinema, la danza o altro?

Amo l’arte in tutte le sue forme. Quando ho iniziato a scrivere, volevo che i miei romanzi non fossero inquadrabili soltanto come thriller, ma avessero anche risvolti diversi. Ho cercato di farlo in quattro modi: con la musica, con la bellezza delle nostre città italiane, con un’arte, fondamentale nella trama e diversa in ogni romanzo, e con le figure femminili, alleate o contrapposte a Pioggia, che sono indispensabili e su cui si regge buona parte dell’intreccio. Nel prossimo ci sarà ancora l’arte, in diverse forme, ma ho in mente qualcosa di diverso che non posso anticipare. Spero di saper sorprendere.

Nei prossimi romanzi, e qui è la curiosità femminile che parla, ci regalerà qualche tassello in più sulla vita e sul passato di Marco?

Continuerò sulla strada tracciata, mettendo qualche tassello in più, ma senza arrivare mai al puzzle completo. Anche nella vita reale non conosciamo mai nessuno fino in fondo, e voglio che per Marco sia la stessa cosa.

Nei suoi romanzi la suspense regge dalla prima all’ultima pagina, forse anche all’ultima riga. Quale strategia utilizza?

Cerco di scrivere ogni capitolo, anche quelli brevi che prediligo, come se fosse un mini-racconto, con un finale che lasci il lettore in attesa del seguito. Inoltre, nella trama predispongo tutti i pezzi, come in una partita a scacchi, per cui si può avere la sensazione di una partenza un po’ lenta. Poi, però, quando si entra nel vivo, ogni pezzo sa cosa deve fare, e le mosse si succedono velocemente per arrivare al finale previsto da me e, nelle speranze, imprevisto per il lettore, che deve sempre lasciare qualcosa di aperto.

So che lei è un appassionato di musica e la inserisce in ogni romanzo. La ascolta anche quando scrive?

Ascolto sempre musica. Mentre scrivo un nuovo thriller creo man mano una playlist in cui inserisco anche tutte le canzoni che cito, direttamente o indirettamente, all’interno del romanzo stesso.

Ancora grazie per il tempo che mi ha dedicato e attendo la prossima avventura di Pioggia.

Grazie per l’intervista, è stato un piacere poter parlare di Marco Pioggia e del mio modo di intendere la scrittura.

Luisa Ferrero

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