Intervista a Alice Basso




A tu per tu con l’autore

A cura di Loredana Cescutti 


 

 

 

Nel tuo libro si racconta dell’enorme differenza fra l’essere donna ed essere uomo nel 1935. Purtroppo, mi sono resa conto che nel 2021 su tanti versanti questa disparità sia ancora ben radicata. A questo proposito, ad un certo punto Sebastiano fa questa riflessione: “… il mondo sembra preoccupato che le donne vogliano far troppo ma a lui non spiacerebbe affatto che Anita potesse fare al posto suo le cose che lui sa che lei farebbe meglio di lui.” Secondo te, cos’è che ancora manca, a livello culturale, per abbattere questa barriera in modo definitivo?

Ah, a saperlo! Sarei una grande statista, credo, se avessi una risposta precisa… La cosa che mi fa sorridere (amaramente) è che secondo me tutti noi o quasi, nella nostra vita, abbiamo incontrato una figura femminile – a volte nostra madre, a volte una nonna, o un’insegnante… – delle cui capacità organizzative, pratiche, intellettuali eccetera ci siamo fidati ciecamente. Tutti, anche chi prova una generica sfiducia nella categoria generale delle donne (posto, peraltro, che esista una cosa del genere, visto che a me sembra che dire “le donne”, così, come fossero un’unica massa indistinta accomunata dalla sola forma dei genitali, sia già di per sé un’intollerabile semplificazione). Ti faccio un paragone. Una volta ho letto un’aspra critica al film “Green Book”, ce l’hai presente? Quello sull’amicizia fra un colto musicista nero e un rozzo impresario bianco nel sud degli USA di qualche decennio fa. La critica diceva che la dobbiamo finire di pensare che ogni discriminazione si possa superare con il “conoscersi meglio”, inteso come il fare amicizia singolarmente con un rappresentante della categoria discriminata, come se ciò bastasse a farcela rivalutare in toto. L’ho trovata un’obiezione plausibile… ma inesatta. Perché nella mia esperienza invece è proprio questo, spesso, l’innesco di una visione diversa: il vicino razzista che però a furia di chiacchierare col portinaio di colore ammette che è una bravissima persona e ha tutto il diritto di essere considerato un cittadino al pari suo; il vecchino sessista che però adora la sua dottoressa e attraverso la stima che ha per lei può guardare a tutte le donne in modo più possibilista… Quindi, mah. Forse a certe persone che hanno sempre in bocca qualche denigrazione verso “le donne” direi a bruciapelo: “E tua madre? Non gliela daresti da amministrare questa città/azienda/nazione a tua madre, con il suo spirito pratico, la sua empatia, il suo piglio? Non ti fideresti più di lei che del tuo sindaco/capo/presidente del consiglio attuale?” E ho il sospetto che moltissimi mi risponderebbero di sì.

 

 

Altro concetto importante contenuto nel tuo romanzo, e che alla fine si rivelerà essere il fulcro, in un certo senso, di ogni fatto accaduto al suo interno, è il concetto di amicizia, quel legame talmente forte e indissolubile che ti induce a fare qualsiasi cosa per il bene di chi ti sta a cuore. Cosa sarebbe disposta a fare Alice in nome di una vera amicizia?

Guarda, non saprei ma soprattutto vorrei davvero non doverlo mai scoprire, perché significherebbe per un mio amico o una mia amica trovarsi in stato di grande necessità, e non ci voglio neanche pensare, ciccini!

 

 

Anita, man a mano che il tempo passa, acquisisce sempre più la capacità di fare analisi obiettive e riflessioni importanti. O meglio, prima il regime e le restrizioni imposte le stavano semplicemente strette, invece ora sta aprendo gli occhi anche sulle conseguenze di tutte queste limitazioni e proclami in merito, su cosa significhi veramente essere donna che è già tutto dire, oltre alle differenze fra esserlo di serie A o B, e soprattutto sta imparando che le piace imparare. E non è poco. Una nuova Anita che adesso, di fronte a certe situazioni, fa fatica a tacere e a subire. Visto che tu ai tuoi personaggi sei molto legata ed è una cosa che si avverte quando scrivi di loro nei romanzi ma anche quando ne parli, ti chiedo: quanto ti sta piacendo la metamorfosi che sta affrontando questa donna, che agli occhi di sua madre, invece, è ancora una ragazzina capricciosa e indisciplinata mentre per il suo fidanzato è solo in una fase di passaggio da cancellare poi, quando dovrà ricoprire quello che è previsto essere il suo ruolo fra pochi mesi, ovvero di moglie devota e madre?

Hai detto benissimo: io mi affeziono un sacco ai miei personaggi, voglio loro davvero bene, in particolare alle mie protagoniste. D’altra parte, come dico sempre: se vuoi scrivere una serie di cinque libri – che è il mio progetto – e dunque vuoi portarti appresso gli stessi personaggi per almeno cinque anni, te li creerai simpatici, no? Chi è che si circonderebbe spontaneamente, per cinque anni, di gente che gli sta sule palle: un masochista? Eh eh. Quindi, sì: io ad Anita voglio un gran bene, mi diverte un sacco con i suoi colpi di testa e le sue impertinenze, e sono molto fiera della sua evoluzione. Che peraltro era già in impennata nel corso del primo romanzo, “Il morso della vipera”, e qui continua la sua propulsione. Chissà fino a dove…

 

 

Nel tuo libro si affronta chiaramente il tema dello sfruttamento sessuale, che durante il regime veniva quasi giustificato come un modo per prendersi cura delle sue donne e soprattutto dei suoi uomini, anche quelli con famiglia al seguito che almeno lì potevano “sfogarsi” quando la moglie era impossibilitata. Ad un certo punto, davanti alle perplessità di Anita, lo stesso Corrado le spiega come funzionano le cose e come, grazie a queste accortezze, il regime ha maggiore controllo su tutto e tutti. Purtroppo, l’attualità ci racconta che attualmente lo sfruttamento è ancora una grande piaga, un business per la criminalità ora come lo era durante il Fascio nelle case di Tolleranza, che per altro, come tu spieghi nella postfazione, non era un sistema così umano, per le donne, come lo facevano sembrare. Secondo te, vista l’approfondita ricerca che hai fatto per la realizzazione del romanzo, partendo dal presupposto che doversi vendere non lo vedo come un qualcosa di accettabile, esiste veramente una reale possibilità di stoppare questo mercimonio di corpi?

Eh, sai, anche in questo caso penso che se avessi la risposta farei – e farei bene a fare – un altro mestiere più istituzionale… Se sia possibile porre fine a questo commercio non lo so davvero. So solo qualcosina, questo però sì, su com’è stato visto e percepito nel corso dell’ultimo secolo, e devo dire che studiare la letteratura sulla prostituzione ti apre un sacco di riflessioni. Per esempio, ora posso dire con consapevolezza che a me tutta questa memorialistica venata di nostalgia e di simpatia verso le vecchie case chiuse ha stufato. Per anni abbiamo letto libri e visto film in cui il bordello era ritratto come un’oasi di dolcezza, goliardia e divertimento e la legge Merlin, che li ha chiusi, è stata fatta passare quasi come una sciocchezza che ha reso le cose solo peggiori. Ma leggere le lettere che le prostitute indirizzavano alla Merlin ti apre tutta un’altra visione della faccenda: “Ti prego, fai quello che dici; falla passare, quella legge per chiudere i bordelli. Facciamo una vita orrenda, non ne possiamo più”. E per forza, oltretutto, che per i memorialisti il bordello è un posto bello: sono quasi tutte testimonianze di uomini! La legge Merlin non voleva buttare la prostituzione sulla strada: sperava di poterla proprio eliminare. E anche di porre fine al patrocinio dello Stato su un mercimonio così umiliante, perché secondo lei era eticamente indegno di un’istituzione statale.

 

 

Loro due sono e saranno sempre, l’uno per l’altra, quelli che seppelliscono il cadavere insieme.” Chi non ha letto non può capire e potrebbe prendermi per una matta come un cavallo, ma io ho amato tantissimo questa frase, alla luce di ciò che avevo letto prima e di ciò che lo ha seguito poi, una dichiarazione di fedeltà assoluta che va oltre i normali legami, che unisce nel profondo del cuore, ciò che, con i fatti e con i gesti, per loro non è possibile mostrare. Quanto è importante trovare qualcuno che abbia voglia di condividere un simile intento e soprattutto, secondo te, quanto è difficile riuscire ad incontrare una persona così, che in qualche modo rappresenti l’altra parte di noi?

Un casino. Tant’è vero che conosco un sacco di gente che ancora non ce l’ha fatta, e altrettanta che a furia di non farcela ha gettato la spugna. In realtà “trovare il complice con cui seppellire il cadavere” (metaforicamente, eh! Diciamolo, va’, prima che qualcuno pensi che stiamo ammantando di romanticismo il gesto di accoppare qualcuno e farne sparire il corpo insieme a un alleato…) è un’espressione che significa: se mi chiedi aiuto, qualsiasi cosa tu abbia fatto, prima ti do l’aiuto che ti serve, poi te ne chiedo le ragioni. Perché mi fido di te e parto dal presupposto che tu quelle ragioni le abbia: me le spiegherai con calma una volta che sarai al sicuro, che è la prima cosa che mi preme per te. Ecco, forse l’errore che facciamo spesso è di cercare questo genere di complicità e devozione in un partner, senza accorgerci che a volte potremmo trovarlo anche solo in un amico o in un fratello. Perché, come dici tu, è qualcosa che va al di là di un’etichetta, è una sfumatura profonda che può attraversare qualsiasi forma d’affetto.

 

 

Anita e Sebastiano vivono nella Torino del 1935, lui ama la letteratura americana in tutti i suoi aspetti, ed è un fervido lettore dei gialli e dei polizieschi scritti da autori come Dashiell Hammett e Raymond Chandler, per citarne alcuni e che abbracciano anche un certo tipo di filosofia, mentre Anita sta imparando ad amarli e a capirli da quando lavora in Saturnalia e, cosa importante, attraverso di essi sta iniziando a riflettere e a ragionare in modo più aperto e articolato su ciò che le sta accadendo attorno, oserei dire più di quanto sia ritenuto consono per una donna di quell’età durante il fascismo. Alla luce di questo, dato che tu i tuoi polli li conosci sicuramente meglio di me, se Anita e Sebastiano approdassero ai giorni nostri, quali autori degli ultimi anni potrebbero rientrare tra i loro favoriti? Perché?

Uuuh, che bella domanda! Allora, adesso dirò una cosa che parrà tremendamente snob, ma cerco di spiegare il ragionamento che le sottostà in modo da non farmi bersagliare di pomodori marci. Io penso che la letteratura di quegli anni sia ancora, anche oggi, più potente di qualsiasi cosa del medesimo genere si possa leggere oggi. E non perché oggi tutto, indistintamente, sia meno bello o meno brillante e blablabla, niente affatto: ma semplicemente perché quella letteratura lì, il noir – anzi, l’hard boiled – americano degli anni ’20 e ’30, era la prima di quel tipo. E tutta quella carica dirompente di denuncia, di destabilizzazione, di scontro a muso duro con la realtà, con cinismo e amarezza e senza abbellimenti, era nuova e sorprendente come non sarebbe mai più stata. Era un genere che nasceva come strumento di denuncia: oggi il noir dovrebbe ancora essere una letteratura di denuncia, ma è fatale che decenni di delitti e crimini ci abbiano un po’ abituati. A volte mi sembra quasi che la ricerca del “caso” più truculento, più scioccante, più eclatante possibile, non sia più dettata da un’autentica volontà di aprire gli occhi alla gente, ma dall’interesse commerciale a spingere il limite sempre un po’ più in là per vedere se ne esce il bestseller dell’estate. “Vediamo con cosa posso tentare di scioccare i miei lettori oggi”, non so se mi spiego.

 

 

L’ultima parola, quella che andrà proprio a decretare la fine del romanzo, quell’espressione che letta col senno di poi, sembra a metà fra una forma interrogativa di stupore e di disperazione assieme, mi ha letteralmente fatto sentire la mandibola cascante, ripensando alla conversazione di Sebastiano con il suo amico Julian, di qualche pagina addietro. Mi viene da pensare che, comunque vada, nel prossimo libro ne leggeremo delle belle. Ti chiedo, però, questa nuova figura si rivelerà più un alleato o un’enorme difficoltà da fronteggiare?

Furbacchiona! Qui mi sento proprio come se stessimo spettegolando al bar fra di noi, solo io e te e chi ha già letto il libro, mentre chi non è arrivato a quella fatidica ultima pagina origlia e non può capire niente di quello che ci stiamo sussurrando, eh eh! Be’, senti… ma sei proprio sicura di volerlo sapere? Perché io penso che se ti facessi delle anticipazioni poi in realtà mi odieresti perché ti ho guastato la sorpresa…

Grazie per la tua instancabile disponibilità, per la tua simpatia e per riuscir sempre, anche inconsapevolmente, attraverso i tuoi romanzi, a riportare il buonumore.

Grazie mille a te per le domande acute! Fa un sacco piacere quando si può rispondere alle curiosità di chi il libro l’ha letto e metabolizzato per bene, e non ci si deve limitare a dire solo quello che occorre per pubblicizzarlo come venditori di pentole!


 

 

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