Intervista ad Antonella Lattanzi




A tu per tu con l’autore

A cura di Fiorella Carta


 

 


Questo giorno che incombe scardina il romanzo di genere, termine che giudico obsoleto poiché ogni storia rivela sfumatura diverse. Da dove arriva l’ispirazione per questo romanzo? 

Sono d’accordo. I generi sono etichette inutili, come quelle sui vestiti. Li compri, stacchi l’etichetta, la butti, e non ci pensi più. I romanzi che amo di più non sono definibili, incasellabili in un solo genere. Questo giorno che incombe nasce da un episodio realmente accaduto nel mio palazzo quando ero molto piccola. Una bambina che abitava nel nostro comprensorio scomparve da nostro cortile. Paura, dolore, sospetto accompagnarono per anni non solo quella orribile scomparsa, ma le vite di noi bambini, poi adolescenti. Ho sempre pensato, da quando avevo diciotto anni, che volevo scrivere questa storia. Perché quella bambina non fosse dimenticata, per non dimenticarmi di quella bambina, e perché quella tragica vicenda era anche mia: aveva cambiato la mia vita. Poi però ho deciso di non scrivere quella storia proprio come era accaduta: ma di prenderne spunto, per scrivere un romanzo che fosse fedele allo spirito di quanto era successo, ma che raccontasse una storia, dei personaggi inventati. Credo infatti che, spesso, l’invenzione romanzesca possa contenere la realtà in modo più efficace di una fedele resa di fatti. Lo dice il maestro Stephen King: “il romanzesco è la realtà dentro la bugia”.

 

 

In tutta la storia si avverte un alone di disagio misto ad angoscia, in primis nel personaggio cardine di Francesca. Com’è stato scrivere di lei e dei suoi tormenti? 

Quando scrivi un romanzo, un racconto, una storia non autobiografici, peschi in te, nei tuoi dolori, nel tuo rimosso ancora di più di quando scrivi di te stesso. Peschi non è la parola giusta; quella giusta è denudi. Trovi un ponte tra te e ognuno dei personaggi che racconti, anche quelli più oscuri. Diventi il loro corpo, i loro pensieri, i loro occhi. È stato difficile per me scrivere questo romanzo. Credo sia stato il romanzo più difficile per me da scrivere. Anche perché mi ha messo in contatto con alcuni dei ricordi più dolorosi che esistano: quelli dell’infanzia.

 

 

Lei è multitasking, riesce a descrivere il suo stato d’animo quando scrive romanzi, quando si occupa di sceneggiature e quando lavora per la tv? Un aggettivo per ogni ruolo. 

Grazie, ma non direi multitasking. Direi piuttosto che amo prima di tutto leggere, e poi scrivere, in tutte le sue forme, e che ogni forma mi insegna qualcosa. Posso dire tre sostantivi sullo stato d’animo. Allora. Romanzi (mi scuserà ma qui me ne servono tre): angoscia (80 percento) / esaltazione (10 percento) / speranza (10 percento). Sceneggiature: scoperta. Per la tv ho lavorato solo una volta. Posso dire solo che è stato difficile, perché era la prima volta e dovevo imparare tutto, ma bellissimo. Un’esperienza che mi piacerebbe molto ripetere.

 

 

Il finale del romanzo è quasi una corsa senza fiato, mi ricorda molto una poesia di Robert Frost, The road not taken. Aveva immaginato un finale alternativo o aveva già in mente questo fin dall’inizio? 

Ho scritto e riscritto la trama di questo romanzo infinite volte per quattro anni. Ho scritto e riscritto i personaggi. Ho scritto e riscritto interi paragrafi, o decine e decine di pagine, per cercare di trovare quella parola giusta, quel ritmo giusto, quella lingua giusta, quello stile giusto.

Avevo in mente cosa sarebbe successo sul finale da molto tempo. Ma anche quel finale, quante volte l’ho riscritto…

 

 

Un classico di narrativa e uno di thriller che non dovrebbero mai mancare nella nostra libreria e che per lei sono fonte di ispirazione.

Ne dico qualcuno in più, senza pensare ai generi. Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, Madame Bovary di Gustave Flaubert, Shining di Stephen King, La porta di Magda Szabò, La camera azzurra di George Simenon, L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, Pastorale americana di Philip Roth, La dalia azzurra di Ellroy, Una questione privata di Beppe Fenoglio, Il cartello di Don Winslow, Anna Karenina di Tolstoj, L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, Uomini e topi di Steinbeck… Potrei continuare per altre dieci pagine, ma mi fermo qui.

Antonella Lattanzi


 

 

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