Intervista a Barbara Perna




A tu per tu con l’autore


Complimenti per questo tuo secondo romanzo, decisamente esplosivo su più fronti, oltre che esilarante in certe situazioni, come pochi.

Per iniziare, per chi ancora non conoscesse la dottoressa Annabella Abbondante, vorresti parlarci di lei in modo complessivo, fornendo una fotografia a trecentosessanta gradi di questa donna incredibile? E poi, in confidenza, quanto Annabella è inventata e quanto le hai invece donato di te?

La nostra protagonista è un giudice civile appassionato e zelante, che ama il suo lavoro e passa la maggior parte del suo tempo in tribunale a smaltire fascicoli, ricevere persone e tenere udienze sovraffollate. Il suo pallino però sono le indagini penali, passione che condivide con il suo fido cancelliere Paolo Sarracino detto Dolly, perché è così efficiente che dovrebbe essere clonato, come la pecora omonima.

Annabella vive e lavora in Toscana, ma è di origine campana (è nata a Piano di Sorrento) e questa sua origine sicuramente emerge in molte sue caratteristiche. Prima fra tutte, la passione per il caffè e i cannoli. Annabella Abbondante non sa vivere senza il caffè e ucciderebbe per un cannolo alla siciliana. 

La giudice Abbondante non è una eroina in senso classico, anzi, è una donna normale con le fragilità, le insicurezze e le difficoltà di una persona comune. E’ un guazzabuglio di emozioni contrastanti, sempre in bilico tra il senso del dovere e l’irrefrenabile impulso di ficcare il naso nelle faccende altrui. È una donna intelligente, intuitiva, rigorosa sul lavoro, ma appassionata, impulsiva e trasgressiva quando serve, acuta ed ironica, ma incredibilmente distratta ed un tantino impacciata. Annabella è tenace e “non accetta un no come risposta”, è caparbia, autoritaria e testarda, è permalosa ed intransigente con gli stupidi, ma anche umana, compassionevole e premurosa con i deboli. È generosa, romantica, invadente, detesta gli ipocriti ed i maleducati, ricerca la verità anche se fa male. Annabella è Abbondante di corpo e di anima. Annabella è una di noi. Quante ad esempio non si riconoscono in quella sua eterna lotta con il cellulare dalla improponibile suoneria (La libertà di Giorgio Gaber)? 

Ci sono molti aspetti autobiografici nel personaggio, l’abbondanza di corpo e di spirito. O meglio la sovrabbondanza, sicuramente mi appartiene. Anche io sono così. Mi interesso degli altri così tanto che posso in certi casi apparire invadente. Credo molto nei rapporti umani e provo a vedere il buono e il bello intorno a me. Ho regalato questo ad Annabella, insieme alla passione per il caffè e per la verità. I cannoli invece non posso mangiarli, purtroppo. Sono diabetica. 

Per una donna così imprevedibile come Annabella, hai scelto di schierarle a protezione una squadra decisamente particolare che, nella sua diversità, ha una sola caratteristica comune: tutti le vogliono un gran bene e nessuno di loro potrebbe mai abbandonarla. Nicola, Alice, Michele, il capitano Gualtieri, Dolly. Quando è avvenuto l’incontro fra te e loro? 

I personaggi secondari del romanzo, non sono certo marginali. La figura di Annabella certo è preponderante, ma oserei dire che il racconto e lo sviluppo della trama sono frutto di un contributo corale di tutti questi personaggi. Ciascuno di essi, per quanto io abbia giocato anche con gli stereotipi in certi momenti, ha una sua tridimensionalità e autenticità. Questo nasce, suppongo, dal fatto che per ognuno di essi io mi sia ispirata a persone reali che ho avuto modo di conoscere nel corso della mia carriera. 

Soprattutto per il cancelliere Dolly, mi sono rifatta ad un assistente giudiziario con cui ho lavorato molti anni al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il vero Paolo somiglia molto a Dolly, ed è anche un mio lettore affezionato. Ha letto entrambi i romanzi ed è felice di far parte della storia.

L’ambientazione è suggestiva allo stesso modo dei tuoi personaggi. Passando fra campagne e città toscane, io, come credo tutti quelli che hanno già avuto modo di leggere i tuoi libri, mi ritrovo a sognare, a immaginare i colori, a ritrovarmi in loco, tentando di rivedermi lì. Tu, avendo prestato servizio in più tribunali, e avendo quindi attraversato diverse città, fra cui Montepulciano che per la mia famiglia è IL luogo del cuore (tant’è che dopo diversi anni, ci siamo ritornati proprio a giugno), perché hai scelto di dare vita alle tue storie proprio in queste zone? 

Volevo che il mio racconto fosse ambientato in luogo in cui ciascun italiano potesse identificarsi senza difficoltà. E credo che la provincia toscana fosse idonea a questo scopo, in grado di rappresentare la tipica provincia italiana. E poi l’insuperabile, suggestiva bellezza dei luoghi ha reso il mio compito di narratrice molto più semplice. Le atmosfere, i colori, i profumi, gli echi delle stradine e delle colline toscane sono in grado di far sognare tutti i lettori mentre accompagnano Annabella nelle sue avventure.

Nei tuoi romanzi, quando Annabella presiede in aula, talvolta vengono raccontati dei siparietti talmente esilaranti nella loro semplicità che mi sono chiesta: ma queste cose, sono solo a uso e consumo di Annabella e dei suoi fan oppure, anche alla dottoressa Barbara Perna accadono o sono accaduti fatti del genere? Mi spiego, poiché tu comunque, nel tuo lavoro di giudice civile ti ritrovi ad affrontare la gente nella sua quotidianità, nelle sue problematiche talvolta estremamente serie ma talvolta, immagino, anche in situazioni un po’ più “folcloristiche” (e correggimi se sbaglio!), come ti poni di norma se si rischia di perdere la bussola?

La Annabella Abbondante giudice somiglia molto alla Barbara Perna che tiene udienza. In questo modo di fare c’è molto di me stessa. Le situazioni umoristiche descritte non sono molto lontane dal vero. E neppure troppo romanzate. Tanti di quegli episodi si sono svolti proprio come li ho raccontati. E il mio intento era proprio quello di far conoscere alle persone comuni quanto possa essere difficile, faticoso svolgere il compito e la funzione di un giudice. Se si verifica un episodio come quelli descritti nel romanzo, un giudice non può ridere, né spaventarsi, né lasciarsi provocare in un alterco. Deve sforzarsi di mantenere la calma, essere composto e dare la sensazione di avere il controllo della situazione. Ecco. Entrare nella testa del giudice, conoscere cosa pensa mentre tiene udienza, cosa teme, a cosa deve fare attenzione. Trovate questo, tra le pagine del romanzo. La quotidianità del tribunale, il dietro le quinte di un lavoro, quello del giudice civile, credo poco conosciuto dai lettori. 

In questo nuovo libro, l’indagine di Annabella parte dal passato, e tocca temi estremamente delicati. Si parla di rapporti per così dire “rubati” fra genitori e figli e di privazioni profonde che in sostanza, senza spoilerare oltre, saranno destinati a stravolgere la vita dei diversi personaggi coinvolti. Come mai la scelta di toccare un tema tanto delicato e difficile come questo?

La genitorialità è un tema universale. Ho voluto affrontarne gli aspetti patologici sotto molteplici punti di vista dall’adozione illegale, all’infanticidio, alla scomparsa di un figlio. Sono tutte vicende purtroppo non infrequenti nelle aule dei tribunali. E toccano corde emotive che tutti conosciamo. Ci sono molte madri e molti padri in questa storia. Ma anche molti figli. Ognuno di questi personaggi racconta un tassello di questo complesso rapporto, il più delicato e determinante nella vita di ciascuno. Nelle vicende narrate tutti possono immedesimarsi e avere qualcosa su cui riflettere. Non tutti siamo o saremo genitori, ma di certo ciascuno di noi è stato un figlio. 

Una nuova amica di Annabella, che ho avuto la possibilità di conoscere con questo libro, ad un certo punto le dice: “Le parole sono armi, vanno usate con ponderazione e parsimonia”. Barbara Perna, come persona e come giudice, che ne pensa a riguardo e che utilizzo fa delle parole?

Credo moltissimo in questa affermazione. Nel mio lavoro le parole sono strumenti. E devono essere usate in modo preciso e rigoroso. Ho imparato con gli anni che le parole, soprattutto quelle scritte, vanno scelte con grande cura. Perché davvero posso diventare un arma micidiale. Possono fare la differenza nella vita di qualcuno. 

In “Annabella Abbondante – L’essenziale è invisibile agli occhi”, hai deciso di stravolgere in modo più forte che nel precedente libro la vita di Annabella. Un incontro, o meglio quell’incontro, che da subito appare naturale, bello, pulito, da favola ma. Ma Annabella è sempre legata da quel pezzo di ghiaccio che avverte incastrato nel cuore, che non la lascia libera di vivere in modo pieno e completamente libera. Per Barbara Perna, cosa significa sentirsi libera e permettersi di essere felice?

La libertà e la felicità sono due facce della stessa medaglia. Ma credo che nessuno di noi sia mai del tutto libero. Così come nessuno di noi possa dirsi davvero pienamente felice.  Ma non smettiamo mai di provare a raggiungere questi obiettivi. Nel mio caso la libertà di poter scrivere senza altri pensieri o doveri da assolvere, credo che potrebbe essere qualcosa di molto simile alla felicità.

Ho già letto che Annabella tre ci sarà ma ora mi chiedo: hai già le idee chiare su quell’evoluzione in sospeso, con la quale hai messo la parola fine al secondo romanzo? Non chiedo per un’amica ma per me e poi, ovviamente, per gli amici di Thrillernord, poiché dopo aver letto una storia bellissima all’interno della storia tu ci lasci lì così, con una sospensione che a me mette tanta ansia. I margini per ben sperare ci saranno o ci farai faticare allo stesso modo in cui metterai in croce la povera Annabella? Mi permetto, ma da uno a dieci, quanto ti diverti a creare suspense nelle tue storie, sia per i tuoi personaggi che anche per noi lettori fedeli?

Annabella deve crescere. Nel primo libro, come spesso accade conoscendo qualcuno per la prima volta, è apparsa una donna compiuta e realizzata. Ma poi, conoscendola meglio abbiamo scoperto delle crepe in quelle sue certezze. Nel secondo libro ha iniziato un viaggio. Quello che posso dirti è che io so già dove la porterà questo percorso. Se dovrà ancora un po’ tribolare? Questo è probabile, perché i processi di crescita non sono mai semplici, né lineari. Ma Annabella ha tanti amici che la sosterranno lungo il cammino. 

Nel tuo romanzo tu citi Agatha Christie, Raymond Chandler, il libro del Piccolo Principe, Andersen. Sicuramente tutti autori e generi differenti ma che deduco, abbiano avuto un peso importante nella tua crescita personale. Vorresti dire a me e agli amici di Thrillernord qual è il tuo rapporto con i libri, qual è il tuo genere di riferimento e se fra gli autori, c’è spazio anche per i nordici?

Prima di diventare, per destino o per caso, una scrittrice, sono una accanita lettrice. In passato ho letto tanti classici, soprattutto romanzi russi e francesi. Più di recente mi attira la narrativa contemporanea italiana soprattutto di autrici come Nadia Terranova, Viola Ardone, Donatella Di Pietrantonio.  Sicuramente però uno spazio importante rivestono i gialli. E quelli classici in particolare. Amo l’intreccio all’inglese. Il ragionamento che porta alla soluzione. Ho letto moltissimi giallisti e gialliste italiane, che amo molto per la capacità di farti entrare nei territori e conoscerne a fondo i malesseri. Ma apprezzo molto anche i gialli del Nord Europa, soprattutto quelli di Jø Nesbo e Anne Holt. Ma ne ho letti anche tanti altri, di cui tuttavia stento a ricordare i nomi, troppo difficile per la mia labile memoria da pesce rosso. 

A nome mio e di tutti gli amici di Thrillernord ti ringrazio per la tua disponibilità.

Loredana Cescutti

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