Intervista a Daria Bignardi




A tu per tu con l’autore


… ho ancora così tanti libri da scrivere e soprattutto da leggere: libri luminosi, libri oscuri, libri illuminati, libri attraversati da ombre e da raggi di sole, libri tristi, libri felici, libri avventurosi, libri drammatici, libri ironici, libri controversi, libri imprevedibili, libri misteriosi.

L’importante è che siano belli, i libri, e onesti, che non siano sciatti o furbi o pretenziosi, se no diventano irritanti o inutili, e fanno perdere tempo, e il nostro tempo sulla Terra è poco, e bisognerebbe vivere solo per leggere, che è così furiosamente bello.

Quasi come andare in bici senza mani.

Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici,

Daria Bignardi, Einaudi

INTERVISTA

Daria, accostarsi al tuo libro, già di per sé forte di un titolo accattivante ed evocativo, è veramente un’esperienza profonda e coinvolgente. La prima cosa che mi ha colpito è quanto un aspetto culturale che si può dire  universale,  come è quello della lettura di un libro, possa farsi così intimo e personale, restando allo stesso tempo una sorta di esperanto in grado di comunicare direttamente all’anima di ciascun lettore. Quando ne hai intrapreso la stesura, hai pensato che potesse rivestire questo carattere o te ne sei accorta strada facendo e successivamente dai riscontri che stai ottenendo?

Sai,  mentre scrivi,  un giorno ti sembra che il libro sia bellissimo e l’altro che sia una schifezza, lo diceva persino Virginia Woolf, ma verso la metà del viaggio ho cominciato a capire che le cose che stavo mettendo a fuoco – il piacere di soffrire, i libri come incontri intimi e profondi, la malinconia che va e viene- avrei voluto capirle a vent’anni, e che le avrei scritte per la ragazza che ero e i ragazzi che oggi sono come me.

Queste pagine, oltre a raccontare delle letture che hanno rappresentato per te nel corso degli anni delle vere e proprie epifanie, svolte, o perlomeno alcune, ripensandole oggi, presunte tali, ci raccontano molto di te, quasi che i libri siano una sorta di donna dello schermo citando Dante. Di fatto, con forza comunicativa pari a grandissima sensibilità e intelligenza, svelandoti ci inviti ad aprirci. Viene spontaneo infatti, nel corso della lettura, dire a se stessi, in una sorta di dialogo con te, “… ecco, vedi, anche io … “  e interrogarsi, come tu stessa fai (“Se a tredici anni non avessi letto IL DEMONE MESCHINO, coi suoi assenzi, le polveri, i veleni, ma avessi fatto un corso di nuoto sarei fuggita a sfinirmi di vasche in piscina?”) Non avremo risposte, perché non esiste prova provata. Ma mi sento comunque di provare a chiederti, quanto e quando  una tale brama e coinvolgimento nella lettura, che riguarda moltissimi lettori, possa essere considerata una fuga (da genitori ansiosi e protettivi, piuttosto che da una realtà avvilente o deludente) e quanto e quando un naturale approdo per un’inclinazione che si può dire nasca con noi.

Non credo che leggere sia mai una fuga, se si leggono libri belli, libri che turbano, mordono, fanno male. Non c’è niente di male a leggere anche libri di intrattenimento ma, come per le persone, credo ci vengano più facilmente a noia. Cito una poesia di Pasolini che dice

Dà angoscia il vivere di un consumato amore- l’anima non cresce più”.

I libri belli e coraggiosi fanno crescere, gli altri non sono nutrienti.

Ci sono pagine nelle quali racconti di incontri formativi davvero fondanti e restituisci un clima, quello degli anni 80, in maniera così originale, vivida e propria, come non capita spesso di trovare descritto. Scrivi ad un certo punto: “ … questa volta ero dalla parte giusta degli anni Ottanta ..” e se c’è una parte giusta,  ne deve esistere una sbagliata. Cosa salveresti di quella sbagliata e cosa eviteresti di quella giusta?

Bè lo scrivo  ironicamente che quella fosse la parte giusta. Di certo però il nichilismo  della  parte dark e punk degli anni Ottanta in cui mi sono formata io non era molto sano. In quel senso quella era la parte sbagliata. Ne salvo il senso di ribellione, eviterei l’autolesionismo.

A proposito di Carver, scrivi mirabilmente che per “parlare della tristezza bisogna togliere, spegnere, non aggiungere. Il dolore è già abbastanza ridondante e incandescente di suo.” A tuo avviso, può valere lo stesso anche riguardo alle passioni e alle emozioni felici o paradossalmente la bellezza ha maggior  bisogno di enfasi per essere ricordata?

È la scrittura che deve essere asciutta quando parla di sentimenti forti, estremi, belli e brutti che siano. Viverli con distacco mi sembra impossibile, almeno per me.

La forza e l’inganno del ricordo. Questa traccia è  una sorta di fiume sotterraneo che scorre nelle tue pagine. Ma, a tuo avviso, quanto è il ricordo a plasmarsi su di noi, in base alle esperienze vissute e quanto siamo noi ad adattarlo alle risposte che in un dato momento abbiamo necessità di trovare.

È un mistero! Un mistero magico, davvero  interessante. Ma insegna ad andarci piano coi giuramenti, quando si  tratta di ricordi, perché la nostra memoria scrive una storia sua.

I libri che ci rovinano la vita, sono capaci di farlo in modi diversi e molto ‘creativi’. Uno dei quali è quello generarci una crisi nella lettura, sia  uscendo da pagine che ci hanno colpito e pervaso particolarmente, così come da altre che ci hanno fortemente deluso. Veleno e antidoto … cosa ne pensi e come rispondi tu, lettrice, a questi impasse?

Credo che il veleno contenga sempre  l’antidoto, ma bisogna saper aspettare che faccia effetto e non è per niente facile.

Grazie di cuore, Daria, per la tua disponibilità e per il tuo talento sensibile e fulgido,

Sabrina

Grazie molte  a te per queste magnifiche domande,

Daria

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