Intervista a Davide Buzzi




A tu per tu con l’autore

A cura di Chiara Forlani 


 

 

Nel tuo libro è presentata l’autobiografia dettagliata di un assassino, limitatamente agli anni in cui ha commesso i delitti. Questa scelta, coraggiosa e difficile, potrebbe attirare su di te delle critiche, per la morbosità del personaggio e l’efferatezza delle sue azioni. Per quale motivo hai scelto di scrivere un romanzo così particolare?

Il racconto di Scalonesi in effetti nasce una decina di anni fa, in un momento molto difficile della mia vita. Sentivo tanta negatività e aggressività in me e ogni giorno di più sprofondavo in un oscuro profondo infinito. Ero arrivato al punto di pensare cose davvero brutte. È stato allora che ho pensato che forse sarebbe stato possibile trasformare questa energia negativa in qualcosa di positivo. Quasi un po’ per caso ho cominciato a scrivere un racconto dai risvolti molto noir e Improvvisamente è comparso questo personaggio che raccontava di ammazzamenti come se questi fossero la cosa più normale del mondo. In seguito ho avuto la possibilità di far leggere questi scritti ad alcuni professionisti, dottori, giornalisti, avvocati, persino al capo della polizia scientifica del Cantone Ticino e pure all’ex avvocato di Bernardo Provenzano. Grazie alle loro suggestioni il racconto ha cominciato a svilupparsi e a prendere corpo, fino a diventare la vera  storia del serial killer Antonio Scalonesi.  Ho anche voluto ricreare una serie di documenti che contribuivano a far comprendere chi fosse realmente Antonio Scalonesi, come anche a trasformare la storia in una biografia rale. E così è nato questo spoof-thriller. Questo romanzo per me è stata la terapia che mi ha permesso di sopravvivere a un momento difficilissimo della mia vita, che fra le varie traversie comprende pure il cancro, malattia contro la quale sto ancora combattendo ma dalla quale non intendo assolutamente farmi sconfiggere. Non temo assolutamente le critiche della gente, ho semplicemente inventato una storia che cerca di andare a scavare nell’Io profondo del lettore, ma tutto questo resta pur sempre un divertissement letterario.

 

 

Il libro è scritto con maestria, leggendolo viene spontaneo immedesimarsi nei panni di Antonio Scalonesi, il serial killer immaginario nato dalla tua penna. Come sei riuscito a scrivere in modo così serrato, tanto che il lettore non riesce a staccarsi dalle pagine fino al termine della lettura?

Credo sia stato proprio grazie al fatto che in questo lavoro ci ho messo le mie emozioni. Scrivendo esprimevo esattamente il mio stato d’animo. Nella mia testa quei delitti li commettevo realmente, tant’è che mi sono sempre recato nei luoghi dove questi li avevo immaginati per fare dei sopraluoghi e studiare i piani fin nei minimi dettagli; non ho voluto lasciare nulla al caso. Eppure durante queste perlustrazioni ho anche commesso degli errori. Fortunatamente non sono un assassino professionista e quindi qualche volta ho trascurato degli aspetti importanti che, nella realtà avrebbero potuto creare qualche problema a Scalonesi. Questi errori sono venuti a galla quando Emilio Scossa-Baggi, già capo della polizia scientifica del Cantone Ticino, ha letto il testo. La consulenza di Scossa-Baggi mi ha aiutato a migliorare il racconto, mantenendo nello stesso gli errori commessi dal personaggio per trasformarli in una fonte di inquietudine psicologica nei confronti del lettore. Stessa cosa con gli altri consulenti che ho voluto coinvolgere nel progetto, ognuno di loro ha scavato nel manoscritto per andare a trovare i punti deboli del personaggio, non per eliminarne i difetti, ma proprio per poi utilizzare gli stessi in modo da aumentare la tensione del racconto. Credo sia questo metodo di lavoro che ha fatto sì che la storia di Scalonesi diventasse tanto vera e appassionante.

 

 

La lingua che ha usato è asciutta e tagliente come una lama, il tono di Scalonesi è sprezzante. Il libro è frutto di scelte linguistiche studiate a tavolino o è stato naturale usare quei toni?

In passato avevo lavorato in un corpo di polizia in Svizzera e spesso mi è capitato di avere a che fare con dei malviventi. Seppure anche fra queste categorie di persone il modo di esprimersi non è uniforme, una cosa però mi aveva colpito, ovvero la loro propensione alla menzogna e allo sfottò.
Poi, parlando con gli avvocati e lo psichiatra che mi facevano da consulenti ho sviluppato questo tipo di linguaggio che appartiene in tutto e per tutto a Scalonesi.

 

 

Il booktrailer del libro, realizzato in modo professionale, è stato finalista al Booktrailer FilmFest di Milano. Inoltre il romanzo ha una colonna sonora, dal titolo D.D.D. , scritta da te e cantata da Luca Buletti. C’è un legame tra il tuo lavoro di musicista e uomo di spettacolo e quello di scrittore? Le tue due anime si completano a vicenda?

Sono un artista, e come tale ho sempre la testa piena di progetti. La maggior parte li devo accantonare per i più diversi motivi, tempo, possibilità di sviluppo difficili, mancanza di mezzi finanziari, ecc., ma quando trovo le tessere giuste del puzzle, ecco che allora cerco di creare degli intrecci che passano da una disciplina all’altra. C’è sempre un legame fra tutti i miei lavori e le mie esperienze artistiche, proprio perché li cerco.Il  book trailer lo abbiamo girato sul Passo del Lucomagno, a 1920 metri di altezza, nel mese di febbraio, nel bel mezzo di una tormenta di neve. La temperatura era di oltre 10 gradi sotto zero, ma il vento era talmente gelido che la temperatura percepita era ben più bassa. Il merito comunque va certamente a tutta la squadra della Minds Production, al regista Elia Andrioletti e agli attori, i quali hanno saputo interpretare alla perfezione il mio racconto e a realizzare il video esattamente come lo avevo immaginato, malgrado le condizioni davvero proibitive nelle quali ci siamo ritrovati a lavorare. Essere finalisti di un festival tanto importante è stata davvero una cosa magica. Vedere il nostro booktrailer sullo schermo cinematografico mi ha regalato davvero una grande emozione.

D.D.D è un brano spiccatamente West Coast, che richiama al calore e alla solitudine del deserto californiano. Nel booktrailer si contrappone prepotentemente all’ambientazione invernale e alpina, creando nello spettatore un evidente senso di disconnessione, contribuendo così ad aumentarne la tensione.
D.D.D. è presente nell’album “Sto cambiando immagine” di Luca Buletti che da diverse settimane si sta facendo valere sulle piattaforme online e nelle radio. Naturalmente esiste anche un video ufficiale del brano, che raccomando di andare a vedere.

Davide Buzzi

 

 

 

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