Intervista a Fabio Lombardi




A tu per tu con l’autore

A cura di Claudia Cocuzza 


 

 

Avvocato Lombardi, rintracciarla è stata un’impresa. Lei è uno dei cinque finalisti del Premio Alberto Tedeschi 2021 ma, a differenza degli altri, andare sui social per tentare un contatto non è stato sufficiente. Ho dovuto mettere in campo delle conoscenze nel campo dell’intelligence ‒scherzo, ma non troppo‒.

Le facciamo le nostre congratulazioni e, già che siamo riusciti a scovarla, ne approfittiamo per farle qualche domanda.

 

Avvocato penalista e finalista all’ambito Premio Tedeschi. Parlare di ciò che si conosce è sempre la scelta vincente?

In genere è consigliabile, ma nel mio caso aderire del tutto a un contesto realistico sarebbe una scelta perdente. Non ci sono tagliato. Ciò che più mi diverte, e spero che diverta anche i lettori, è spingere a fondo sull’acceleratore del realismo per giungere a situazioni in cui un aspetto della vita normale viene condotto fino alle sue estreme conseguenze. Il concetto è quello di estrapolazione: prendiamo una situazione realistica, la spingiamo fino al limite e vediamo che cosa può succedere. D’accordo che si possono estrarre pepite d’oro scavando a fondo in una storia di vita quotidiana, ma io mi diverto molto di più con i fuochi d’artificio dei paradossi. Mi piace molto mettermi in gioco inventando qualcosa che non sia mai stato scritto prima. Per restare sul tema del romanzo giallo, non siamo tutti un po’ stanchi di continue variazioni sugli stessi temi? Il commissario alle prese con l’ennesimo serial killer, l’avvocato alle prese con l’ennesimo processo penale: quante volte abbiamo già letto queste vecchie storie? Nel mio romanzo Condutture ho cercato di proporre qualcosa di nuovo. Potrà piacere o non piacere, ma nessuno dirà che si tratta di una storia già letta.

 

 

Nel 2016 esce il suo romanzo Zac, un thriller ambientato a New York sullo sfondo della caduta delle Twin Towers. Scelta singolare: mi chiedo se sia stata dettata dello stato emotivo del momento e rivolgo la domanda a lei.

Ero piuttosto coinvolto, perché avevo amici a New York e temevo per loro, ma la scelta di ambientare una scena nelle Twin Towers era dovuta a considerazioni di carattere narrativo. Mi pareva, semplicemente, che fosse uno scenario spettacolare per una storia. In quel caso era superfluo escogitare paradossi, perché la realtà aveva superato la fantasia.

 

 

La sua bibliografia rivela che lei non è nuovo al giallo ma anche che si muove con destrezza attraverso altri generi, tra cui il thriller, come già detto, e l’horror. Ora, capisco che la stiamo intervistando in qualità di finalista al premio giallo italiano per eccellenza, ma a noi può dire la verità: con quale tra questi si sente più a suo agio? 

Mi trovo a mio agio soprattutto con il giallo e la fantascienza. Un po’ meno con l’horror, perché non amo le scene ad alto tasso di truculenza. Preferisco le buone idee agli squartamenti. Invece mi piace molto il genere weird, quello frequentato da H.P. Lovecraft, Arthur Machen e Thomas Ligotti (non che intenda paragonarmi questi titani, lo dico solo per inquadrare il tipo di storia). Sta per uscire un mio romanzo weird. Se vi andrà di leggerlo, poi mi direte come me la sono cavata.

 

 

Senz’altro, accogliamo il suo invito con entusiasmo e curiosità. 

Continuiamo con la nostra chiacchierata: ha scritto numerosi racconti, pubblicati da case editrici di tutto rispetto; con Truman è stato finalista al Premio Grado Giallo 2015. Ci parli di vantaggi e svantaggi della scrittura del racconto rispetto al romanzo o viceversa, secondo la sua esperienza.

Secondo me ci sono idee per un racconto e idee per un romanzo. Quelle che vanno bene per un racconto sono idee che si consumano non appena le scrivi, perché quando il lettore ha capito di che si tratta non resta altro da aggiungere, e infatti il racconto si chiude con il colpo di scena finale. Ci sono poi altre idee che puoi usare per mettere in moto una storia perché sono suscettibili di un ampio sviluppo narrativo, e queste vanno bene per un romanzo. Dipende quindi dal tipo di idea. Per esempio, nel mio romanzo Condutture scrivo di una coppia con gravi problemi economici che decide di accettare la proposta di una società specializzata nella compravendita di esistenze. I due protagonisti cedono alla società tutto ciò che hanno, dalle proprietà più consistenti fino agli oggetti più minuti e trascurabili, a fronte di una somma che vale come completa liquidazione delle loro vite. Non c’è bisogno di dire che i due se ne pentiranno, ma non sarà facile tornare indietro. Un’idea di questo tipo sarebbe stata sprecata per un racconto.

 

 

Essere uno scrittore affetto da idiosincrasia verso i social nel 2021: pensa che la vetrina rappresentata dal premio Tedeschi la costringerà a trovare una cura e a farsene una ragione, rendendola più visibile anche sul web?

All’inizio ero su Facebook, ma gli amici continuavano a mandarmi foto delle loro cene al ristorante e delle loro prodezze turistiche, e io dovevo pure rispondere. Così mi sono tolto. Credo però che mi toccherà ritornarci. Per un po’ ci si può concedere il lusso di fare gli apocalittici, ma alla fine bisogna integrarsi.

Sono d’accordo con lei (rido).

La redazione di Thriller Nord la ringrazia per il tempo che ci ha dedicato e le fa i migliori auguri per questa esperienza e per la sua carriera.

Claudia Cocuzza