Intervista a Francesco Recami




A tu per tu con l’autore

 

 

Francesco, Mercoledì 20 Novembre sarai alla Feltrinelli di Genova a presentare il tuo ultimo romanzo “La verità su Amedeo Consonni”, che si apre proprio in terra ligure, a Camogli precisamente. Che rapporto hai con la nostra regione ed in generale con i luoghi deputati a contenere le tue storie?

Angerla Mattioli, ex professoressa a Milano, ha acquistato un costosissimo appartamento a Camogli, dove si è trasferita con Alberto Scevola, dopo la morte di Amedeo Consonni. Non è l’unica “Milano” ad aver scelto questa incantevole località.  Le mie storie le ambiento dove mi pare necessario, non parto dal posto per raccontarlo attraverso una storia, ma viceversa. Devo dire che non ho molta simpatia per il campanilismo, anche in letteratura e anche in quella di genere, per esempio i gialli. Invece oggi praticamente ogni città ha il suo giallista. A Firenze, che è la mia città, ho ambientato solo  un paio di romanzi, e non è che la città ci faccia una gran figura. Il mio rapporto più intenso con la Liguria è quello con Gilberto Govi che amo alla follia, ho visto talmente tante volte le sue commedie che le so a memoria.

 

Nonostante a Genova non siano comuni le case di ringhiera, ho esperienza passata e diretta di una situazione abitativa simile a quella che descrivi nel noto condominio della tua serie per Sellerio. Mi sono per questo ritrovata molto nelle dinamiche che racconti, nel respiro di quella sorta di intimità che, per forza di cose si genera, il contraddittorio di quella ricerca di spazi propri e indipendenti unita ad un profondo senso di comunità. Si potrebbero ricavare, e ne sono state ricavate, molte metafore. Quale è secondo te la più centrata?

Dunque, ho scelto una casa di ringhiera milanese perché mi serviva una situazione teatrale, come una scenografia shakespeariana con porte e finestre che danno sulla stessa corte: una situazione in cui tutti si fanno i fatti degli altri e nessuno vuole che gli altri mettano il naso nei propri. La comunità dei condomini è una sorta di essere vivente con vita propria, dicono. In realtà chiunque abbia la minima esperienza di una riunione di condominio sa che questa è la situazione col più alto livello di conflittualità del pianeta.

 

 

In “Morte di un ex tappezziere” abbiamo lasciato il Consonni … anzi, per meglio dire, il Consonni ci ha lasciato. Cosa ritroviamo di lui in “La verità su Amedeo Consonni”? E cosa troviamo di nuovo e altro da lui in queste pagine?
La figura del Consonni continua a essere protagonista anche dopo la sua orribile morte. Qui il mio proponimento è di spiegare definitivamente cosa sia veramente accaduto, chiudendo alcuni conti che avevo lasciato in sospeso. Purtroppo ne ho lasciati sicuramente altri, in numero sempre maggiore. È la mia natura.

 

Ti ho ascoltato alla Sherlockiana a Milano, intervenire in una tavola rotonda sul tema della spalla letteraria, gli Watson degli Holmes. E’ sbagliato dire che, nella tua serie, in ultima analisi i personaggi, umana variegata commedia, siano tutti spalla e spalleggianti della vera protagonista, la casa di ringhiera?

Non credo di aver mai utilizzato il meccanismo capocomico-spalla, dove la spalla è quella che dà le battute al protagonista. Nella casa di ringhiera dispongo di una ventina di personaggi e a seconda dei casi uno o l’altro può diventare protagonista. Per esempio ne Il diario segreto del cuore, la casa di ringhiera è vuota, sono tutti via, rimangono solo la famiglia Giorgi (mamma disoccupata, papà alcolizzato o ex, figlio quattordicenne e figlia undicenne). Ecco, la storia gravita solo su di loro.

 

In un’intervista per Repubblica di qualche anno fa, rilasciata ad Angelo Carotenuto, hai dichiarato, a proposito dei tuoi personaggi, che non ne ami nessuno e che fai di tutto per metterli in cattiva luce, “ho difficoltà a crearne di positivi.”  Quanto di  intenzione programmatica e quanto di  provocazione in queste tue affermazioni? E se ti facessi il nome di un certo Enrico, anni 5?

Enrico è un bambino assai sveglio e che mi sta simpatico, come del resto suo nonno, il Consonni, che tanto sveglio non è. Gliene ho fatte capitare di tutte, tanto che una volta anche lui si è chiesto quale fosse la mente diabolica che predisponeva il suo destino. Alla faccia di coloro che affermano che a un certo punto è il personaggio stesso che racconta la storia, una delle più sonore scemenze che abbia sentito. In questo libro le mie simpatie vanno anche per Yutta, la bellissima teutonica che assomiglia a Verushka. Gli altri sono persone che si barcamenano, nel male e nel bene, come tutti noi, mostrando più difetti che pregi, come tutti noi.

 

Nei tuoi romanzi spesso ci si lustra l’animo di fine sagacia, e si ride di ferocia per l’esasperazione di azioni e concetti, elemento che ha un  potere fortemente liberatorio. Ci salva di più l’ironia o la risata spalancata?

Non sono tipo da risata spalancata, torte in faccia, gente che cade dalle scale, persone che tartagliano o che storpiano le parole. Prediligo le risate a denti stretti, come nella commedia all’italiana. Sono due mondi diversi, ma in fondo sia la risataccia che l’ironia agiscono con lo stesso meccanismo: si ride delle disgrazie altrui, quindi in entrambe c’è cattiveria liberatoria. Scrivo commedie nere per fare gli sberleffi alla morte e per prenderla in giro. Ci vediamo a Genova.

Francesco Recami

Sabrina De Bastiani 

 

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