Intervista a Gaetano Savatteri




A tu per tu con l’autore

A cura di Claudia Cocuzza e Gaudenzio Schillaci


 

 

 

È un grande onore per noi condurre questa intervista e per questo ringraziamo Gaetano Savatteri per aver accettato il nostro invito.

Abbiamo letto e recensito per ThrillerNord Il lusso della giovinezza (2020) e Quattro indagini a Màkari (2021) ma l’occasione di rivolgerti qualche domanda è troppo ghiotta per limitarci alle ultime opere in ordine di pubblicazione, soprattutto per due siciliani come noi.

 

 

Nato a Milano, ti trasferisci nella città di origine dei tuoi genitori, Racalmuto (AG), all’età di dodici anni. Lì fondi nel 1980 il periodico Malgrado tutto. Immagino che la maggior parte delle interviste a cui hai risposto contenga una domanda del genere, per cui mi scuso in anticipo ma non posso non chiedertelo: la testata ha ospitato firme del calibro di Sciascia, tuo compaesano, Camilleri, Bufalino e tante altre altrettanto illustri; hai conosciuto di persona mostri sacri della cultura del nostro tempo. Per me è come se tu avessi toccato con mano un testo di letteratura del ‘900 fatto di carne e ossa. Non è, purtroppo, un’esperienza che è dato a molti di vivere. Come hanno influito quegli anni e quelle frequentazioni sulla tua vita e sulla tua scelta di diventare giornalista, prima, e scrittore, anni dopo?

Sicuramente ha avuto un’influenza fondamentale perché quel tipo di conoscenza, quelle frequentazioni, hanno fatto in modo che uno credesse nella parola, nel valore, direi quasi nella necessità della parola: la parola scritta, la parola detta, la parola come testimonianza del proprio tempo, della propria realtà, della propria vita e quindi, quando da ragazzi fondammo questo piccolo giornale, “Malgrado tutto”, che pubblicammo a Racalmuto, quello era già un modo per dire “noi ci siamo”, con le nostre parole, con la nostra visione del mondo, la nostra possibilità o meglio il nostro tentativo di incidere sulle cose del nostro mondo.

 

 

La tua attività di scrittore è molto prolifica: inizia con la saggistica negli anni ’90, prosegue con romanzi di vario genere pubblicati a partire dagli anni 2000 ma la popolarità, quella che ti ha permesso di raggiungere un pubblico molto più vasto, arriva con la serie che ha per protagonista Saverio Lamanna, accolto, soprattutto dopo la recente trasposizione televisiva, come l’erede naturale del commissario Montalbano. Eppure la struttura delle storie e anche il linguaggio utilizzato è molto diverso rispetto a quello dei romanzi del Maestro. Andrea Camilleri ha di certo avuto il merito di aver reso popolare, nel senso di fruibile da parte del grande pubblico, la letteratura siciliana contemporanea ma penso che abbia penalizzato tutti gli autori e le autrici che sono venuti dopo di lui, vittime di un confronto inevitabile con le sue opere e il suo stile. O sono “come Montalbano” o “non c’entrano niente con Montalbano”, e non sempre è un complimento.

Quali sono la tua opinione e la tua esperienza a riguardo?

Il mio punto di vista è diverso.  Penso che Camilleri abbia aperto la strada a una scrittura di gialli siciliani, che abbia aperto quella porta attraverso cui tantissimi di noi sono passati e che ci ha dato la possibilità di concepire un giallo ambientato in Sicilia che non fosse dominato e monopolizzato dal tema della mafia. Quando nel ’94, dopo le stragi di mafia (Capaci, via D’amelio) Camilleri scrive “La forma dell’acqua”, il suo primo Montalbano, dà la possibilità a tutti gli scrittori siciliani di scrivere gialli, ma non solo gialli, anche altri tipi di genere, che fino a quel momento erano preclusi dal fatto che in Sicilia si combatteva una guerra di mafia, che ha lasciato sul campo uomini e donne dello Stato, delle istituzioni, del giornalismo, per cui non si poteva scrivere null’altro che non fosse la guerra stessa. Con “La forma dell’acqua” Camilleri ci ha spalancato una porta, che a lungo era stata chiusa, e donato la possibilità di scrivere gialli, storie d’amore, saghe familiari sulla Sicilia.

 

 

Nei gialli del “giornalista disoccupato, di successo, Saverio Lamanna” l’indagine non è il punto focale. Quello che per me è evidente è il tuo intento di descrivere l’umanità dei personaggi con le loro mille sfaccettature, il fatalismo tipico dei siciliani, quel loro (nostro) arrendersi all’ineluttabilità del destino senza per questo lasciarsi sopraffare, il mettere in scena quel gioco di azioni e reazioni che scaturiscono da una determinata circostanza.

Ti chiedo: perché hai scelto il genere giallo? Non avresti potuto rappresentare la stessa umanità attraverso un altro genere letterario?

Perché il giallo, come ci ha insegnato Leonardo Sciascia, cattura il lettore e lo trascina fino alla conclusione della narrazione. Nel ’61 Sciascia scrive un romanzo famosissimo, “Il giorno della civetta”, che è un romanzo sulla mafia ed è un giallo, un giallo dal finale senza soluzione, dove il detective viene sconfitto perché non si trova la verità, ma è un giallo perché Sciascia è un appassionato del giallo. Fondamentalmente il giallo in Sicilia nasce con Sciascia, che scrive un giallo anomalo, atipico, ma Sciascia sa bene che il genere del giallo è quello che consentirà al lettore di avvicinarsi a questo enigma, che per il lettore è la mafia, con una soluzione inedita, cioè il fatto che la verità tutti la sanno ma non può essere svelata.

 

 

Diceva Pirandello: «Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso.»

Tu non vivi in Sicilia ma le tue storie si svolgono nella nostra terra. Allora è vero che un siciliano rimane tale fino all’ultimo respiro o la scelta dell’ambientazione ha ragioni diverse?

Io credo che la Sicilia sia l’isola delle storie. Pietro Germi sosteneva che la Sicilia è un’Italia al cubo, in cui tutto viene amplificato, virtù e vizi, per cui la scelta della Sicilia non dipende solo dal mio legame e dalle mie radici, ma dal fatto che sia un’isola ad alta densità narrativa. Non è un caso che la letteratura scritta in Sicilia sulla Sicilia sia un pezzo importantissimo della letteratura italiana e anche europea.

 

 

Negli ultimi vent’anni, a partire proprio dalla serie di Montalbano, la trasposizione televisiva di serie di romanzi è stata l’artefice della consacrazione degli autori presso un pubblico pressoché immenso. Che effetto fa? Voglio dire, la sceneggiatura spesso non è fedele all’opera originale: hai mai avuto l’impressione che quello che vedevi in TV fosse un po’ meno tuo?

Per risponderti ti faccio un paragone. Tu hai dei figli? Due, bene. Quando nascono i figli, non sono delle copie dei padri o delle madri, ma assomigliano un po’ alla madre, un po’ al padre, un po’ ai nonni, agli zii e alla fine un po’ anche a sé stessi. Nel momento in cui fai un figlio, sai bene che ne esce fuori un essere assolutamente autonomo dai suoi genitori, indipendente, con caratteristiche che in parte richiamano quelle familiari ma che per il resto si sviluppano autonomamente per tutta una serie di ragioni, educative, genetiche, e così via. Quindi il rapporto che ha chi scrive un libro con uno sceneggiato è lo stupore e la sorpresa di uno che ha un figlio e dice: «Vediamo che faccia avrà, come sarà». È chiaro che poi tutti teniamo l’aria di famiglia, tra i genitori e i figli c’è sempre una vaga somiglianza, perciò credo che l’importante sia che nella sceneggiatura venga mantenuto lo spirito dei libri, che nella fiction Màkari mi pare che ci sia, anche se poi la fiction, essendo una narrazione diversa da quella di un libro, prende anche le sue strade diverse. Poi non può riprendere il libro parola per parola, perché non si tratta di una recita scolastica, ne verrebbe fuori solo una copia, bella o brutta che sia, ma sempre una copia. Quella che ci interessa è invece l’autonomia del prodotto tratto dal libro.

 

 

Camilleri ha sempre dichiarato che il suo commissario Montalbano non assomigliava a Luca Zingaretti. Se posso permettermi di darti la mia opinione, il Saverio Lamanna che immagino io non ha la faccia di Claudio Gioè.  Questa è del resto la magia della pagina scritta: ogni lettore, guidato dalle parole dell’autore, riesce a figurarsi un mondo in cui far muovere i personaggi.

Com’è il Saverio Lamanna che Savatteri ha immaginato?

Il mio Saverio Lamanna non poteva avere la faccia di Claudio Gioè anche perché forse io non ho neanche mai immaginato esattamente la faccia di Lamanna, però credo che Claudio Gioè abbia acchiappato bene il carattere di Lamanna, un carattere scanzonato, un po’ cinico e un po’ disilluso, anche leggermente arrogantello, che però poi è capace di trovare, a contatto con Piccionello e con Suleima, momenti di tenerezza.

 

 

“Quattro indagini a Màkari” è stato pubblicato da Sellerio a ridosso della serie tv: pura e legittima scelta di “marketing” o avevate la volontà di proporre ad un pubblico inevitabilmente più vasto come quello della televisione la possibilità di mettere a confronto le origini del Lamanna letterario con quello televisivo?

L’idea non è stata tanto quella del confronto quanto quella di permettere a un pubblico più vasto di seguire le storie di Lamanna riprendendo il filo dell’inizio, dandogli le stesse possibilità che hanno avuto i lettori dei romanzi di conoscere i personaggi, essendo che questi quattro racconti non erano mai usciti insieme, ma in tempi e in antologie diverse.

 

 

Nella tua scrittura riecheggia spesso, più che Camilleri a cui sovente vieni paragonato, Sciascia, e questo lo abbiamo evinto anche dalle tue precedenti risposte: quale altro autore, non necessariamente siciliano, ha influito nella formazione del Savatteri scrittore?

Sicuramente un autore che mi ha molto affascinato e che mi affascina ancora, soprattutto nella capacità di costruzione dei dialoghi, è Hemingaway: i suoi dialoghi sono fortemente evocativi.

 

 

La figura di Peppe Piccionello è senza alcun dubbio tra le più accattivanti nate dalla tua penna: in bilico tra le tradizioni di una Sicilia rurale a cui appartiene e la modernità del “Continente” che Lamanna si porta appresso sin dal momento in cui ritorna in Sicilia dopo la sua esperienza romana e con cui Piccionello si ritrova a dover fare i conti, è molto più che un semplice co-protagonista, diventando egli stesso motore di situazioni che danno profondità alle tue storie. Ti è mai venuto in mente di scrivere una storia che veda lui protagonista, emancipandolo dalla figura di Lamanna?

L’ho pensato ma ancora non l’ho fatto, ma mi piacerebbe scrivere delle avventure di Piccionello in giro per il mondo, vere o presunte.

 

Grazie, Gaetano, per la tua disponibilità da parte della redazione e dei lettori di ThrillerNord e soprattutto da parte nostra.

Claudia Cocuzza e Gaudenzio Schillaci

 

 

Acquista su Amazon.it: