Intervista a Iacopo Cellini




A cura di Gabriel Uccheddu


Ciao Iacopo, grazie per concederci questo tempo di riflessione. Sono Gabriel, redattore di thriller nord, oggi voglio chiederti qualche curiosità sul tuo ultimo libro “Il mistero del dipinto scomparso”. Perché ci consigli la lettura di questo libro? Qual è la caratteristica che differenzia questo tra tutti gli altri libri? 

Ciao e grazie mille anche a te, sia per l’intervista che per l’interessamento al mio lavoro. Anzitutto, consiglio il libro a tutti gli appassionati di gialli. Il mistero del dipinto scomparso è a tutti gli effetti un romanzo investigativo, anche se il detective non è un poliziotto ma un giovane rampollo di una famiglia nobile umbra, che cerca di sventare il furto del quadro di famiglia. Poi, ovviamente, c’è la componente enigmistica: tra le pagine del libro ci sono dei veri e propri rompicapo da risolvere.

Bene, so che hai conseguito una laurea sulla semiotica dell’enigma, da dove nasce questa curiosità? Puoi spiegarcelo nel dettaglio?

Sono appassionato di enigmistica sin da quando ero bambino, una passione tramandatami da mio padre che l’aveva ereditata, a sua volta, da mio nonno. Col passare del tempo ho iniziato a sviluppare una curiosità accademica nei confronti della materia, che ho approfondito durante il mio intero percorso universitario. La mia tesi magistrale è proprio sulla semiotica – ovvero sui meccanismi di comunicazione e interpretazione – dell’enigmistica.

Un giallo enigma: che bisogno c’è di specificare che si tratta di “un enigma”, ti va di spiegarci la differenza? 

Assolutamente. Nei gialli classici, il lettore segue le indagini dell’investigatore di turno, che si tratti di Miss Marple, Sherlock Holmes o dei nostrani Montalbano e Rocco Schiavone. In questo romanzo, come nei precedenti che ho scritto, è invece il lettore a investigare in prima persona, vestendo i panni del protagonista. Dovrà quindi decidere quali stanze del castello esplorare e risolvere gli enigmi al suo interno per portare a galla la verità. Prima del finale, dovrà rispondere ad alcune domande per verificare la sua comprensione della storia. A seconda degli enigmi che ha risolto e delle trame che ha scoperto, potrà assegnarsi un punteggio. In questo senso, oltre che un libro-enigma è anche un libro-gioco.

Siamo in Umbria più precisamente nel castello della famiglia Montefalco, come mai i castelli affascinano di più rispetto ad altri luoghi? 

Tutto ciò che appartiene a un tempo antico, lontano dal nostro, è per definizione carico di mistero. I castelli, inoltre, con le loro atmosfere generalmente fosche e tenebrose, sono la location perfetta per questo genere di romanzi. Il castello dei Montefalco, come se non bastasse, è pure spesso avvolto nella nebbia!

Questo libro può leggerlo anche un lettore pigro che non vuole cimentarsi nell’impresa di risolvere il caso? 

Certo. Chiaramente, sarà più difficile capire come sono andare le cose prima di leggere il finale, ma molti lettori vogliono proprio essere sorpresi.

Qual è il lavoro che c’è dietro questo tipo di libri? È lo stesso oppure c’è bisogno di un’attenzione diversa?

Credo che sia soggettivo, nel mio caso cerco di sviluppare prima la trama e i personaggi, contestualizzando gli enigmi all’interno in un secondo momento. Ma non è detto, a volte mi capita di partire da un’idea enigmistica e poi creare il soggetto sulla base di quella. Ad esempio, nel caso de Il gioco di Andromeda, il mio primo romanzo, la prima cosa a cui ho pensato era un gioco basato sulla somiglianza della costellazione di Andromeda con la lettera “A”. Sono partito da lì e poi ho creato tutto il resto.

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