Intervista a Diego Lama




A tu per tu con l’autore

A cura di Claudia Cocuzza 


 

 

Ringrazio Diego per aver accettato l’invito di ThrillerNord e gli do il benvenuto.

 

Sei in libreria con Il mostro di Capri, l’ultima indagine del tuo personaggio seriale, il commissario Veneruso. L’azione inizia in media res, con una scena molto forte, e da lì tutta la narrazione risulta carica di tensione e drammaticità. Ciononostante, osservando attraverso lo sguardo di Veneruso, il lettore riesce anche a tirare il fiato e addirittura a farsi qualche risata. Come si coniuga l’ironia con una trama così nera?

Potrei dare una risposta da scrittore (e cioè che la vita è un caos di cose orribili e bellissime, disgustose e attraenti, commoventi e divertenti e che quindi la narrativa deve rispettare la realtà, eccetera eccetera eccetera…), però credo che la verità sia un’altra: e cioè che mescolare drammaticità e ironia sia semplicemente il mio modo di scrivere e di raccontare, quello che si chiama Stile. Non so come nasce lo Stile, sicuramente anche grazie alle letture fatte in giovane età (siamo ciò che mangiamo, dunque scriviamo ciò che leggiamo): io leggevo moltissimi fumetti e poi, per reazione, romanzi importanti, da Celine a Joyce. Forse è stato ‘sto misto fritto a formarmi e a formare il mio modo di raccontare. Ora però non leggo più tanti fumetti né romanzi importanti, leggo spesso romanzi e racconti da giudicare in competizioni e concorsi, spero che non mi trasformino troppo, oppure che lo facciano in meglio.

 

Veneruso opera alla fine del XIX secolo. Cosa ti affascina di questo periodo tanto da portarti a sceglierlo come cornice temporale dei tuoi romanzi?

La fine dell’’800 è stata un periodo storico straordinario per molti motivi: un’epoca di grande Pace, di grande cultura, di grande rinnovamento politico ed economico, un momento di svolta per tante discipline, come l’architettura (io sono architetto e da architetto ho studiato molto la fine del secolo 19° e l’inizio del 20° secolo, quando il modo di progettare e fare architettura subì una trasformazione totale), la narrativa, la musica, la politica, la società… Un periodo di eleganza e di bellezza, eccetera. Avrei voluto vivere in quegli anni lì. E poi Napoli, la mia città, la città raccontata nei miei romanzi, in quel periodo ha subito trasformazioni sociali, politiche, economiche e urbanistiche straordinarie, inimmaginabili adesso, e più di tutte le altre città italiane (fatta eccezione forse per Roma). Quando poi ho scoperto – dopo già due romanzi – che non era un periodo storico molto indagato dal mondo del giallo – ho pensato di essere stato fortunato a sceglierlo. Però forse è stato lui a scegliere me, perché – come sai – sono le idee a scegliere gli uomini e non viceversa.

 

 

Poco tempo fa ho letto un’intervista a un tuo collega, scrittore e architetto pure lui, Sandro Veronesi. Mi ha colpita perché consigliava, a chi volesse cimentarsi nella scrittura, di studiare architettura, non tanto per dedicarsi alla professione di architetto quanto per capire come si struttura un’opera di narrativa. Qual è la tua opinione e quale il tuo modo di approcciarti alla stesura di un nuovo romanzo?

Io sono uno scrittore-architetto nel senso letterale del termine: ho fatto e faccio l’architetto da oltre trent’anni, ho tutt’ora uno studio professionale e ho progettato case, ville, piazze, una stazione della metropolitana e una decina di edifici in India. Ma sono anche un architetto-scrittore per il modo in cui lavoro, quando scrivo: nel senso che penso molto alla struttura del romanzo prima di iniziare a battere, poi quando sto davanti al monitor, allora mi lascio portare dall’inconscio e dalla fantasia senza freni, soprattutto nell’uso delle parole. Però all’inizio creo tante tante tante strutture. Nei miei romanzi ci sono moltissimi scheletri (schemi) visibili e moltissimi nascosti che solo io conosco e che dubito qualcuno riesca a individuare. E poi ci sono parecchi elementi che appartengono al mio mondo, quello dell’architettura, e che hanno a che fare col mondo più grande della Composizione (che comprende anche l’arte, la musica e altro): geometrie, simmetrie, armonie, ritmi, distonie, contrasti, parallelismi, euritmie, principi ergonomici o prossemici e tanto altro.

 

Devo proprio dirtelo: de Il mostro di Capri mi hanno stregato le descrizioni. La Capri del 1884 era già una meta turistica e nel mese di giugno, in cui le vicende sono ambientate, ci si aspetterebbe di vedere un’isola nel pieno del suo fascino mondano. Invece no: è cupa, tetra, paurosa, quasi partecipe – o forse complice? – del dramma che si sta consumando. Quanto pesa l’ambientazione nell’economia di una storia? E qual è il tuo segreto per adattare l’ambientazione alla trama?

Amo Capri. La mia ex-moglie Giorgia (che mi ha appena telefonato, mentre scrivevo queste risposte) – con cui ho un rapporto ottimo (le ho pure dedicato il romanzo) – ha una villa storica sull’isola (la doppia villa alla quale mi sono ispirato e dove avviene il delitto) dove ho passato una ventina di anni facendo crescere i miei due figli. Credo di conoscere bene Capri che raggiunge il suo splendore non in piena estate ma d’inverno, non con la folla di turisti ma in solitaria, non nel chiasso ma nel silenzio, non di giorno ma di sera… Ho riproposto perciò le atmosfere che più amo dell’isola, non quelle note. In ogni caso credo che le ambientazioni migliori siano sempre quelle finte, proiezioni dei propri ricordi e della propria immaginazione, e non le ricostruzioni accurate fatte dopo sopralluoghi o dopo attenti studi.

 

Come si costruisce un personaggio seriale? Nasce così dalla prima volta che si affaccia nella testa dello scrittore o man mano prende spazio, confidenza, diventa pure un po’ prepotente e ti costringe a scrivere di lui?

Io Veneruso me lo sono trovato così com’è nella prima pagina di un racconto poi pubblicato in appendice al Giallo Mondadori. Durante il corso del tempo è cresciuto assieme al mio modo di scrivere, così come sono cresciuto (e invecchiato) io. Però è lo stesso uomo (stupido, sporco, arrabbiato, infelice, invidioso, ottuso ma sensibile) di quel primo racconto, “Le sorelle Corcione”. Probabilmente è uno dei tanti fantasmi che mi abita: i fantasmi – come sai – abitano ciascuno di noi, sono un nodo di ricordi, condizionamenti, ossessioni e altro, molti maturati durante l’infanzia, che tentano in continuazione di prendere possesso del nostro corpo e della nostra realtà. Veneruso c’è riuscito. Altri ce ne sono. Aspetto che bussino alla porta.

Grazie!

Diego Lama

Grazie per la tua disponibilità e alla prossima avventura!

Claudia Cocuzza


 

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