Intervista a Laure Van Rensburg




A tu per tu con l’autore


Grazie innanzitutto per la sua disponibilità. 

Questo è il suo romanzo d’esordio, anche se lei arriva dai racconti. Quanto cambia la scrittura dal condensare tutto in poche righe a strutturare la storia in maniera più ampia? 

Hai usato la parola giusta: struttura. C’è stata una grande differenza per me tra scrivere racconti e scrivere un romanzo, specialmente un romanzo di suspense. Parlo, per me, perché l’esperienza di scrittura di ognuno è diversa. Per i racconti, non scaletto nulla, il processo di scrittura è molto organico e intuitivo. Posso scrivere fuori sequenza o posso mettere in pausa un racconto per alcuni mesi prima di elaborare il passaggio successivo o il finale. La forma del racconto breve è ottima anche per la sperimentazione. Preferisco prendermi dei rischi, o lasciare più spazio all’immaginazione con un racconto. Quando si tratta di romanzi invece scrivo in modo lineare e devo scalettare con precisione per assicurarmi che le rivelazioni ei colpi di scena avvengano al momento giusto, che ci sia la giusta escalation di tensione. Ma un elemento che amo dei romanzi è che mi permettono di passare molto tempo con i personaggi che creo e così posso conoscerli davvero a un livello profondo. Una cosa è certa: scrivere racconti mi ha davvero aiutato ad affinare le mie capacità di editing e come usare poche parole per dire molto.

Attraverso questo thriller intrigante lei tocca un argomento davvero forte e che non ha mai abbastanza spazio, quanto ha influito il movimento #Metoo nella stesura del romanzo e quanto cammino ancora c’è da fare per una consapevolezza e un sostegno maggiori? 

Il movimento #MeToo era parte integrante di questo romanzo. Ero online il giorno in cui è partito l’hashtag #MetToo e ciò che mi ha stupito quel giorno è che nessuna donna che conoscevo non l’avesse usato. Mi sono resa conto che tutte avevamo delle storie, ma allo stesso tempo tutte pensavamo di essere sole nel nostro trauma perché eravamo spaventate, imbarazzate, ci vergognavamo di condividere quello che ci era successo. Questa è una delle cose che volevo evidenziare in “Una vacanza perfetta”, quell’isolamento che il pensare di esser sole e che nessuno possa aiutarci ci causa o il mancato  relazionarci  per  la paura di essere giudicate se parliamo. Volevo anche mostrare quanto le donne siano stanche e frustrate per le cose che non cambiano. Penso che abbiamo ancora molta, molta strada da fare prima di poter vedere cambiamenti reali, ma è positivo che il problema stia ottenendo maggiore visibilità per mezzo di libri, film e serie TV, però ciò di cui abbiamo veramente bisogno è che le persone denuncino nella vita quotidiana i comportamenti tossici che aiutano a favorire il tipo di ambiente in cui prosperano molestie e aggressioni. Intendo, ad esempio, richiamare amici o colleghi quando fanno battute sessiste, o commenti degradanti, ecc…

Ellie rappresenta la vendetta in persona, com’è nato questo personaggio? 

Amo le storie con personaggi imperfetti o personaggi moralmente grigi. Volevo davvero scrivere una storia sulla relazione tra un uomo più anziano e una donna più giovane, ma capovolgerla e giocare con le ipotesi dei lettori e le dinamiche di potere. Stavo ipotizzando molti scenari diversi, finché non mi sono chiesta: fino a che punto ci si può spingere per correggere un torto? C’è un limite al tentativo di cercare giustizia o risarcimento? È così che è nata Ellie, dal desiderio di rispondere a queste domande. Volevo anche creare un personaggio femminile di cui non dovermi preoccupare se alla gente sarebbe piaciuto o se avesse ragione di fare quello che stava facendo. Quello che volevo davvero fare era raccontare la storia di Ellie. Come autrice non sto dicendo cosa deve fare Ellie e se le scelte che fa sono giuste o sbagliate (in realtà non sono molto d’accordo su come affronta la sua situazione e sulle decisioni che prende). Ma spero che la storia di Ellie susciti una discussione, che i lettori si chiedano se sono d’accordo o meno con Ellie e magari fino a che punto si spingerebbero in una situazione simile, o come poter evitare di arrivare a quella fase estrema

Un grande successo per Nobody but us ( titolo originale dell’opera). Il suo secondo romanzo, Eden Lost, resta si questo genere? Può anticiparci qualcosa e, soprattutto, noi lettori vorremmo sapere se verrà tradotto anche in Italia. 

Grazie! Il mio secondo romanzo ha subito un cambio di titolo e ora si intitola “The Good Daughter”. È un’altra storia di suspense psicologica ambientata nelle paludi della Carolina del Sud. Abigail è un orgoglioso membro della Nuova Chiesa Battista Americana. Vivendo a miglia di distanza dalla città più vicina, è al sicuro dal depravato mondo moderno. Quindi, trovandosi a essere l’unica sopravvissuta a un incendio che rade al suolo la casa della sua famiglia, tutto sembra un tragico incidente. Fino a quando non viene fatta una scoperta sorprendente: prima dell’incendio, Abigail ha fatto entrare uno sconosciuto. Ma la minaccia arriva dall’esterno o il pericolo è in agguato tra le mura della comunità? “The Good Daughter” è una storia sui segreti di famiglia, la paura dell’ignoto e l’illusione della sicurezza. Non lo so ancora in questa fase, ma spero che venga tradotto anche in Italia in modo che possa raggiungere i lettori italiani

Quali sono gli autori che l’hanno stimolata nel suo percorso di scrittrice?

Amo così tanti autori di così tanti generi diversi che è davvero difficile scegliere. Se vuoi essere uno scrittore, credo che tu debba leggere molto e molto approfonditamente, non solo nel tuo genere di elezione. Una delle mie prime fonti di ispirazioni è stata Emily Bronte. Ho preso in prestito “Cime Tempestose” dalla biblioteca quando avevo circa tredici o quattordici anni. Non avevo idea in che cosa mi stavo cacciando, mi piaceva solo il titolo. Prima di quel libro non sapevo che le storie potessero essere così oscure, nel senso che i personaggi principali potessero non essere amabili. È stato il primo libro che ho letto pieno di persone orribili. I libri di Gillian Flynn poi sono stati davvero una grande fonte di ispirazione per me. Adoro il suo non aver paura di ritrarre donne imperfette come protagoniste delle sue storie.  Spero davvero che scriva presto un altro libro. Un’altra grande ispirazione quando ero adolescente è stata Anne Rice. Ho scoperto la trilogia di “Cronache dei vampiri” e il ciclo delle Streghe di Mayfair all’età di quindici o sedici anni: è stata una rivelazione e ho divorato quei libri. Adoro il modo in cui Anne Rice è in grado di creare personaggi più grandi della vita e così avvincenti, oltre a creare ambientazioni ricche e mondi intricati. Penso che Casa Mayfair ne “L’ora delle streghe” abbia fatto divampare il mio amore per le case teatro di tragedie che diventano quasi un altro personaggio della storia (come la casa di Una vacanza perfetta). Tuttavia non si tratta solo di libri e autori, sono anche una scrittrice molto visiva, quindi si può dire che i film abbiano ispirato la mia carriera, tanto quanto i libri.

A cura di Fiorella Carta

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