Intervista a Luisa Gasbarri




A tu per tu con l’autore

A cura di Ilaria Bagnati


 

 

 

Ciao Luisa, innanzitutto complimenti per Il male degli angeli. Il libro affronta una tematica non molto conosciuta, ossia l’esistenza di una loggia esoterica tutta al femminile nel periodo che va dagli anni Venti ai Quaranta del ‘900 nella Germania nazista. Come mai hai deciso di affrontare questa tematica? Sei tu che hai cercato la storia o è stata la storia a cercare te?

La differenza tra lo storico e il romanziere consiste spesso nel tipo di storie che il secondo sceglie di raccontare. Storie su cui i documenti sono magari scarsi, perduti, ma non il fascino della vicenda che, nonostante tutto, continua a viaggiare attraverso il tempo, e pretende di farsi ascoltare. Alcuni temi sono suggestivi anche per ciò che sottintendono: una visione diversa del mondo e delle cose, una verità forse assurda e scomoda, e proprio per questo ancor più degna di venire alla luce. Le storie sono come i libri: ti trovano loro. Tuttavia, perché ciò avvenga, la tua disposizione dev’essere quella del cercatore d’oro. E io non mi stanco mai di investigare né mi fermo in genere alla lettura ordinaria dei fatti. Come sosteneva Wittgenstein, ciò che accade può essere assai complesso da esplorare: a volte non abbiamo neppure i termini giusti per definirlo.

 

 

Sara Wolner è la protagonista, una donna dal carattere non facile, lavora all’Interpol, è ebrea ha vari disturbi ai quali non è mai riuscita a dare una spiegazione. Non sono subito riuscita ad empatizzare con lei per questo suo carattere sfuggente ma si è poi rivelata un personaggio piuttosto originale. Come è nato il personaggio di Sara?

Sara è una sintesi di alcune delle insofferenze delle donne contemporanee, di alcune loro radicate fragilità ricorrenti, e insieme della loro determinazione a superarle, nell’assoluto rifiuto dell’omologazione imperante. Sara non conosce bene se stessa, ne ha quasi paura. Teme le sue stesse risorse segrete, e questo costante reprimersi è causa del suo tormento quotidiano. Non le è però familiare la compiacenza, non le interessa affatto piacere, farsi accettare. Nella sua ribellione costante sta però la sua irriducibile forza. L’ostinazione le permetterà alla fine di fare il salto di qualità verso una consapevolezza superiore e più profonda di sé e del mondo intorno. E la crescita interiore, graduale o improvvisa che sia, ha sempre un costo.

 

 

 

Il male degli angeli è una storia al femminile, a partire da Sigrun e Maria, fino ad arrivare a Sara, sua madre e sua nonna, donne ingombranti anche se in modo diverso. Gli uomini ci sono, Karl, Desmond e il capo di Sara ma, da come l’ho percepito, sono sempre un passo indietro alle donne. Come mai questa scelta?

Le donne sono tenute quasi per vocazione a distruggere il falso equilibrio dell’universo: Eva coglie la mela, Pandora apre il vaso, Elena fa scoppiare una guerra, Arianna annienta il mistero del labirinto, Cappuccetto Rosso sfida l’oscurità del bosco… L’inconscio femminile possiede una sua indomabilità sconosciuta agli uomini, Schnitzler ben lo espresse nella sua produzione letteraria. Le donne vivono in sintonia, in fusione armonica con la natura, non per nulla possiedono una straordinaria empatia, e questo accade per biologica inclinazione. Gli uomini possono apparentemente sottometterle, ma non strappare loro tale dono, la simbiosi che le lega ai cicli lunari, alla magia delle maree e alla danza del fuoco. Quando Zeus si arroga il diritto di partorire, non può farlo infatti che dalla testa: una classica svista maschile, perché l’intuizione, il sesto senso delle donne scaturiscono viceversa dal ventre, come dalle grotte scavate nel cuore della Terra affiorava la divinazione delle Sibille. I miei personaggi maschili sono spesso però già modello di una virilità nuova, più sensibile e aperta, attenta, che non teme di mettersi in discussione, ma sceglie e ama il confronto costruttivo col femminile.

 

 

Dalle tue note biografiche ho visto che sei ideatrice del genere Noir Shocking, ce ne vuoi parlare?

Nel genere noir shocking la violenza presenta una forte caratterizzazione gender, e ciò ci invita a ripensare aspetti cristallizzati del mondo, che spesso ancora passano purtroppo inosservati, per esempio tutto quel che di sessista è insito non solo nell’omicidio o nell’aggressione sessuale, ma anche nella società intorno, nei modelli offerti dall’immaginario, nel linguaggio. Una presunta civiltà che incentivi l’antagonismo tra maschile e femminile è autodistruttiva per tutti, ed è perciò profondamente sbagliato pensare che il problema riguardi solo le donne.

 

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Ci regalerai un altro bel thriller?

Anche adesso sto scrivendo qualcosa di adrenalinico per un progetto letterario che sono certa risulterà innovativo e interessante. Le logiche del thriller o l’atmosfera cupa del noir sono le ideali coordinate attraverso cui far muovere gli ambigui personaggi moderni. Nel giallo accade in fondo ciò che capita nella vita: è successo qualcosa di cui non sappiamo nulla, e fino alla fine cercheremo di venire a capo dell’indecifrabile mistero originario.

 

 

Conosci il genere thrillernordico? Apprezzi qualche autore in particolare? 

Essendo orientata al noir shocking, mi piacciono i libri con tematiche forti, dove dunque anche il confronto sessuale assuma una valenza piuttosto connotata. Tra i paesaggi nordici e innevati, entro pertanto facilmente in sintonia con Anne Holt, trovo abbia un modo di trattare la violenza così sottilmente perfido, e con Mons Kallentoft, perché sa essere raggelante al punto che il gelo si fa sulle sue pagine velenosa condizione dell’anima. Il primo autore che amai fu però Peter Høeg, uno scrittore versatile, la cui sensibilità verso l’infanzia e le minoranze e il mondo femminile ha sempre saputo tradursi in trame dalla forte componente metaforica. Se mai volessimo attribuire un compito al romanzo, infatti, sono convinta dovremmo riconoscergli quello di orientarci a percepire e immaginare in modo nuovo.

Luisa Gasbarri



 

 

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