Intervista a Marco De Franchi




A tu per tu con l’autore


 

E’ un piacere avere nelle nostre pagine l’autore Marco De Franchi, reduce dal successo globale de La Condanna dei Viventi, efferato libro thriller che non lascia fiato al lettore.

Iniziamo subito accogliendoti con una semplice domanda: quanto della tua vita precedente hai messo nel romanzo, e come ti sei approcciato per farlo sembrare così realistico?

Innanzi tutto permettimi di ringraziare Thrillernord, una delle pagine libresche che più apprezzo (e non è captatio benevolentiae, giuro). E poi, come sai e per rispondere alla tua domanda, provo a fare lo scrittore da tanto tempo, ma per 35 anni sono stato un poliziotto e mi sono sempre occupato di polizia giudiziaria, cioè di investigazioni. Ho spaziato in vari campi, dal narcotraffico al terrorismo, girando un po’ tutta l’Italia, e non potevo evitare di spruzzare un po’ della mia esperienza sbirresca nel romanzo. È una storia eccessiva, in cui il male attraverso alcuni personaggi esplode in tutta la sua potenzialità “disumana”, ma ci tenevo a offrire personaggi che lo contrastassero molto vicini al vero. I poliziotti che indagano nella “Condanna” sono persone normalissime (come tutti i poliziotti), alcuni di loro sono la summa di investigatrici e investigatori che ho conosciuto. Nessun super sbirro, nessun poliziotto sfigato, solo gente comune (con i suoi drammi, i suoi problemi, le sue falle) costretta a misurarsi con un’indagine abnorme e totalmente spiazzante. La verosimiglianza delle tecniche investigative e dell’approccio dei protagonisti, in fondo, è stato l’aspetto che ha colpito l’editore e abbiamo lavorato molto per mantenere questo approccio, senza rinunciare al ritmo, ai colpi di scena, insomma alla narrazione d’evasione.

La Condanna esplora dei temi molto attuali che vanno dal commercio clandestino sul Dark Web, ai famigerati Snuff Movies. Come ti sei approcciato a questi argomenti così delicati e che mondo hai trovato dietro alle urban legends che circolano nel web?

Naturalmente il Dark Web esiste eccome, mentre gli Snuff Movies continuano a essere ritenuti leggende metropolitane. Effettivamente non mi risulta sia mai stata accertata la loro esistenza, tantomeno in Italia. Sono però due campi d’azione molto suggestivi e inquietanti. Li ho utilizzati proprio per questo. Del primo mi sono documentato grazie a numerose indagini svolte sull’argomento soprattutto dagli esperti informatici della Polizia delle Comunicazioni. Il Dark è attualmente il canale più utilizzato dalle organizzazioni criminali e da chiunque voglia sfuggire al controllo esterno di qualunque tipo sia. È anche lo spazio virtuale in cui avvengono gli scambi più turpi. Ho cercato di approcciarlo mantenendo viva la sensazione di angoscia e allarme che ho provato quando vi ho sbirciato dentro, ma ho cercato di evitare la morbosità e la curiosità malata che si può provare. Sugli Snuff non c’è altro da dire se non  che, posto che esistano, sarebbero la dimostrazione lampante che non c’è bisogno di cercare il Male con la M maiuscola altrove che dentro l’uomo.

La costruzione dei personaggi è uno dei parametri meglio riusciti del libro. Traspare la volontà di far emergere l’interiorità e portarla sul campo, andando un po’ controtendenza nel genere thriller in cui siamo abituati a schierarci con protagonisti stereotipati, che vanno dal poliziotto burbero, al reietto in cerca di redenzione. Ne La Condanna di tutto ciò non ve n’è traccia.

Be’, credo di aver già risposto, in parte, alla tua domanda. Ci tenevo a far apparire i poliziotti così come sono nella realtà. Ho fatto spesso da consulente ad amici scrittori, e l’aspetto su cui ho sempre insistito non è tanto la fedeltà ai ruoli o alle procedure poliziesche (che spesso vengono inventate da autori che non si documentano abbastanza) ma l’approccio mentale e umano dei poliziotti a eventi a volte più grandi di loro. Nessuno stereotipo, quindi, ma uno spruzzo di autenticità… Poi, è chiaro, è necessario anche distribuire i ruoli in base alle regole della narrativa e qualche forzatura è necessaria.

Leggendo il libro si respira aria internazionale che va da Jeffrey Deaver al nostrano Carrisi e sinceramente si nota che non è stata una scelta voluta. La storia è sconvolgente, non da tregua e quando credi di essere arrivato, ti spiazza per portarti su un altro livello. Quanto è stato difficile scriverlo, e quanto tempo ci hai impiegato?

L’ho scritto mentre ancora “operavo” da poliziotto, quindi necessariamente nei ritagli di tempo e anche in momenti a cavallo tra un’indagine e l’altra. A volte ho scritto un paio di pagine nel mio ufficio, durante la pausa pranzo (quando ci si può permettere una pausa pranzo). In fondo anche Le Carrè ha scritto il suo primo romanzo sul traghetto che lo portava da casa al lavoro e viceversa, no? Direi circa due anni di lavoro, senza considerare però il molto tempo speso a preparare una sinossi adeguata. Però a parte le difficoltà organizzative e di spazio mentale (fare il poliziotto investigativo ti succhia molto tempo e molte energie e non è facile staccare la spina), la scrittura è andata via abbastanza facilmente. Forse perché avevo questa storia in testa da tanto tempo. I riferimenti letterari, poi, hai ragione, sono involontari ma ineliminabili, soprattutto per un lettore affamato come me. Adoro Deaver, ma anche Thomas Harris, e King, e sicuramente Carrisi fra gli italiani. In fondo è da maestri come loro che impari, anche senza volerlo, l’arte del cliffhanger, del colpo di scena, e soprattutto il ritmo che in un thriller è indispensabile.

Questi ultimi tempi la cronaca nera ci tempesta di fatti sanguinari, gente che impazzisce, uomini apparentemente tranquilli che prendono martellate le coniugi, ecc… sembra di vivere in un thriller, uno di quelli che non dimentichi. Ci sono stati episodi che ti hanno spiazzato e che hai incluso, romanzandoli nel libro, o che magari hai usato come fonte di ispirazione?

Nella mia carriera mi sono occupato di tanti reati (probabilmente l’intero codice penale) ma, grazie al cielo, mai di serial killer come quelli che descrivo nel libro. Però ho incontrato, qualche volta, quel Male che ti dicevo. L’ho intravisto negli occhi di qualcuno e al cospetto di qualche morto ammazzato. Sono quei casi in cui anche il poliziotto più smaliziato e esperto resta smarrito. Succede quando non hai una spiegazione convincente a un fatto. Quando ti sembra che la persona che ha fatto quello che ha fatto non avesse altro movente che il proprio piacere. E poi ho sentito anche i racconti di sbirri che in quell’abisso che descrivo si sono affaciati. Ho parlato, per esempio, con investigatori che si sono occupati del “Mostro di Firenze”. Sono esperienze che ti segnano e lo capisci quando il collega che racconta di quell’indagine a un certo punto si ferma e non sa più come andare avanti. Ho capito, inoltre, da tempo che certe manifestazioni psicopatiche non sono confinate ad oltreoceano. L’Italia ha la sua bella collezione di mostri,e molti sono ancora nascosti. E questo purtroppo non è un romanzo.

Ti ringrazio per questa piacevole chiacchierata e spero fortemente di leggerti nuovamente. Un saluto da parte mia e da tutti i lettori di thrillernord.

Rob Forconi 

Grazie a te e a tutti quelli che avranno la pazienza di leggermi.

Marco De Franchi

 

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