Intervista a Marco Peano




A tu per tu con l’autore

A cura di Laura Salvadori 


 

 

Si è parlato tantissimo del tuo romanzo sui social.  Un romanzo che affronta delle tematiche importanti, come la fatica di diventare grandi partendo da quella terra di nessuno che è la preadolescenza. Una dinamica che Morsi sviscera attraverso argomenti piuttosto coraggiosi, inserendo un racconto dalle connotazioni forti dentro una storia che si può definire di formazione. Perché questa scelta, che, a mio avviso, potrebbe essere fraintesa?

Perché la preadolescenza – un termine che nel 1996, anno in cui è ambientato il romanzo, non veniva usato così spesso come accade oggi – è un’età in cui emerge la ferocia che comporta il diventare adulti. Capisco quello che dici circa il fraintendimento, però confido molto nell’intuito e nella generosità del lettore: se superate le parti più crude della storia continua a fidarsi di chi racconta, allora posso ritenermi al sicuro come autore. Se al contrario non succede, ovviamente mi dispiace; talvolta i libri arrivano nel momento meno adatto della vita delle persone, e in quel caso è meglio metterli da parte.

 

Nella mia recensione ho definito Morsi un romanzo dei contrasti: tra nuovo e vecchio, tra credenze e verità, tra infanzia e maturità. Sei d’accordo con la mia impressione?

Moltissimo, anzi ti ringrazio. La storia che racconto è senz’altro a cavallo di un’epoca – il finire del Novecento ha portato con sé numerose contraddizioni e altrettante credenze neopopolari: ti basti ricordare la storia del Millennium Bug –, inoltre è in bilico tra la fine di una maniera di intendere il presente e l’affacciarsi di una nuova indecifrabile realtà. E ciò vale non solo per i protagonisti, come hai rilevato, ma per tutto il loro mondo. Però dice anche un’altra cosa, questo romanzo: per quanto tu ti possa sforzare, il passato non passa mai.

 

Parliamo dei mostri. Quelli immaginari e quelli ahimè reali. Che influenza hanno nel bambino e nel suo sviluppo? E come li vedi tu? I tuoi, sono mostri buoni o mostri cattivi?

Mi piacerebbe tanto risponderti che sono come i mostri di un film della Pixar: devono per etichetta essere necessariamente cattivi, ma se vai un po’ a scavare possono anche rivelarsi buoni. Invece per me non è così. I demoni dell’età adulta, si affaccino essi quando è presto per comprenderli o facciano capolino con il passare degli anni, nel mio immaginario hanno a che fare tutti con un unico grande tema: la perdita. Se va bene ti spingono a crescere più in fretta del previsto, se va male ti cristallizzano in un’età di mezzo. In ogni caso, non li puoi evitare.

 

 

In Morsi c’è anche superstizione e  magia, che infittiscono il mistero di nonna Ada e che confondono la protagonista, Sonia, che vive all’ombra della sua presenza ingombrante e misteriosa. Qual è il ruolo di Ada nella storia?

Molti lettori, arrivati alla fine di Morsi, mi hanno domandato: ma che fine fa davvero nonna Ada? Senza rivelare dettagli di trama che guasterebbero la sorpresa, posso dire che il suo ruolo è stato progettato – fin dall’inizio della scrittura – riservando al personaggio lo spazio che si dà a una indiscussa protagonista silenziosa. Se ci fai caso, non sono mai presenti battute dirette che lei rivolge a Sonia, quasi a non voler svelare le parole a cui ricorre per parlare con la nipote. Sapevo che alcuni aspetti della sua figura non avrei potuto rivelarli, e in fondo non volevo farlo. Il libro è dedicato a entrambe le mie nonne, che per fortuna erano così diverse da nonna Ada. Ma avevano intorno un’aura di mistero. Le nonne sono figure sottovalutate, questo era anche un mio personale modo per omaggiarle.

 

Leggendo Morsi si finisce per identificare il mondo degli adulti con il Male. Gli adulti sono subdoli, insinceri, deboli. E i bimbi, al contrario, sono capaci di affrontare l’inaffrontabile.  Cosa hai da dire a questo proposito?

La frase dell’amato Stig Dagerman che ho scelto come epigrafe (“Non è mai senza senso scegliere l’impossibile invece del possibile. L’unica cosa insensata è accettare il possibile”) dice già tutto. Alcune età ti permettono di abbracciare una irrazionalità salvifica, e volevo raccontare proprio quel tipo di esperienza.

 

Perché hai ambientato il tuo romanzo negli anni novanta? E perché tra le montagne del Piemonte?

Le atmosfere per così dire “vintage” sono sicuramente vincenti e caratteristiche. Ma scommetto che c’è dell’altro, giusto?

Intanto, sono cresciuto in quei luoghi e fanno parte del mio personale bagaglio emotivo. Una delle primissime immagini che si sono affacciate alla mia mente riguarda proprio una ragazzina che gioca nella neve nel cortile di una vecchia casa. Quella casa, nella realtà, era la casa che c’era – e c’è ancora, seppure adesso sia occupata da un’altra famiglia – a Lanzo, dove abitavano i miei nonni materni. Mi sono domandato cosa ci facesse lì quella ragazzina, e quale fosse la minaccia che incombeva su di lei. Ambientare una storia negli anni ’90, poi, mi permetteva di mettere da parte tutte le comodità narrative fornite dalla tecnologia; volevo che i personaggi fossero isolati. E c’è qualcosa di meglio della provincia, quando sta per arrivare una bufera?

 

Per concludere, quali sono i tuoi progetti futuri? E cosa stai leggendo in questi giorni?

Vorrei impiegare meno tempo per scrivere il mio prossimo libro. Tra L’invenzione della madre e Morsi sono trascorsi sette anni. In mezzo sono accadute moltissime cose, non solo su piano personale ma anche su quello professionale: ho seguito tanti libri di altri, oltre ad alcuni miei personali progetti di curatela. È stato un tempo necessario, e va bene così. Ho appena concluso la lettura del secondo volume di Labirinti, la nuova storia di Charles Burns: meraviglia e orrore. Gli stessi sentimenti che si provano quando si diventa adulti.

 

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