Intervista a Maria Rosaria Selo




A tu per tu con l’autore

A cura di Francesca Marchesani


 

 

 

Maria Rosaria, il tuo libro mi ha davvero rapito in tutti i sensi, quindi prima di tutto ti faccio i miei complimenti. Ma passiamo al dunque.

La mia prima domanda è:

Nelle ultime pagine ringrazi tua madre per la storia che ti ha raccontato. È questa? Quanto c’è della tua famiglia in questa storia?

Il ringraziamento a mia madre è legittimo, in quanto lei è Maria Imparato, la protagonista, sebbene lei si chiami diversamente. Ho ascoltato sin da bambina le sue vicende e ne sono sempre stata attratta. Mia madre ha conservato per settant’anni le lettere che lei e mio padre si scambiavano dal Brasile, e anche quelle inviate poi da mia madre alla sua famiglia in Italia. Da lì è nata l’idea di raccontare la sua vita, inanellare raccogliendo le sue memorie e intrecciarle a una narrazione immaginaria che rendesse accattivante la storia. Potrei dire che, oltre alla realtà, ho aggiunto la fantasia, personaggi che ho creato per fare da cardine alla protagonista.

 

 

Il personaggio di Severina è duro a morire, sembra sempre a un passo dalla redenzione e invece ha davvero sempre l’ultima parola. Hai mai incontrato nella tua vita personaggi del genere? Talmente antipatici che un livello del genere, per me, lo ha raggiunto solo Dolores Umbridge in Harry Potter.

Severina Balestrieri è esistita, era mia nonna paterna. Non è stato facile scriverne e descriverla così duramente, ma se iniziavo ad assolverla, se le avessi fatto sconti, la storia avrebbe perso potenza e drammaticità, sarebbe stata qualcosa d’altro. Ho dovuto mettere le mani nel passato e ho scavato nel dolore di chi non c’è più. Ma per descrivere il fuoco, bisogna essere di ghiaccio, sempre. È questo che dà la forza a ciò che si narra.

 

 

Il tuo stile è delicato ma potente, e fa sempre intravedere un po’ di speranza in mezzo alle difficoltà, dove hai imparato a scrivere così? Quali sono le letture che ti accompagnano?

La speranza è quel piccolo bagliore che si intravede nel buio.  Maggiore è l’oscurità, meglio si percepisce quella luce. La scrittura è un dono, ed è una fortuna riceverlo, perché è qualcosa che non mi lascia mai da sola. Tutto ciò che mi ferisce durante la vita, finisce tra le pagine e si nasconde in qualche personaggio che assorbe il dolore che mi attraversa. Non ho mai seguito un corso di scrittura, né imparato la tecnica se non leggendo moltissimo. I classici prima, Dumas padre, Oscar Wilde, Edgar Allan Poe, e poi decine di testi al femminile. Ho amato moltissimo Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Fabrizia Ramondino, Sibilla Aleramo. Ma leggo di tutto, da Bukowski a John Fante, da Paul Auster a Philip Roth.

 

 

Senza fare spoiler su come è finito questo romanzo, pensi che la saga della famiglia di Maria potrà continuare in un sequel magari tramite un altro personaggio? O, seppur con quel sentimento dolceamaro preferisci che la storia sia autoconclusiva?

In verità sto scrivendo il prequel, con personaggi molto accattivanti e storie intense che si sono svolte a cavallo della Prima Guerra Mondiale, l’atrocità della febbre spagnola e quant’altro. Il sequel mi piacerebbe, ma c’è sempre il timore di raccontare qualcosa che deluda. Un romanzo deve aderire a un’idea nata spontaneamente, non può essere mai essere studiato a tavolino, perché perderebbe di forza e saprebbe di forzatura. Il lettore è sempre attento, se ne accorgerebbe, e io scrivo per lui, prima di ogni altra cosa.

 

 

Un altro luogo che porti nel cuore dove potresti ambientare un altro possibile romanzo? C’è qualcosa all’orizzonte?

Ci sono molti luoghi, in Italia, che amo profondamente. La Sicilia, il Piemonte, il Molise, la Lombardia, coi laghi bellissimi, l’Emilia Romagna, la Toscana, il Lazio. Insomma, l’elenco non finirebbe mai. Ho inventato luoghi inesistenti, talvolta, piccoli borghi montani o lacunari. Quello di cui sono certa, è che l’Italia ha cuore e bellezza in ogni angolo, è luogo magico, inimitabile. Non vorrei essere nata altrove, se non qui. 



 

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