Intervista a Mattia Madonia




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Tre solitudini, tanti silenzi. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare nel raccontare le storie che leggiamo in Mahut?

Credo che ci sia un senso di solitudine universale, pur avendo le tre storie delle forme diverse. L’alienazione è un po’ il tratto distintivo dei nostri tempi, quindi l’ispirazione viene dalla realtà che ci circonda, da un senso di precarietà esistenziale che segna il nostro percorso e i nostri giorni.

 

Se Bianca, Livio e Paride fossero personaggi realmente esistenti e leggessero il tuo libro, credi che si ritroverebbero nelle descrizioni che fai di loro? Credi che avrebbero consapevolezza del loro essere?

Probabilmente le loro corazze impedirebbero una totale comprensione del loro stato, si attiverebbe quell’autodifesa che tutti noi abbiamo, ma che per loro è distorta all’inverosimile, fino a renderli prigionieri. In qualche modo è come se tutti e tre tentassero di proteggersi rifiutando la realtà, quindi non potrebbero avere una totale consapevolezza della loro condizione, in quanto crollerebbero le loro costruzioni mentali.

 

 

C’è qualcosa di te in questi personaggi?

Ho tentato di allontanarmi dai personaggi, di scrivere le storie con un certo distacco, ma inevitabilmente è finito nel calderone qualche pezzo di me. Non sono riuscito del tutto a prenderne le distanze, perché la scrittura di un romanzo prevede una nudità, uno svelamento che è impossibile da evitare. I personaggi reclamano qualcosa di me, anche involontariamente, e io assorbo la loro essenza.

 

Probabilmente te l’hanno chiesto in tanti ma è una curiosità che mi è rimasta addosso fino alla fine: perchè questo titolo? Non è di facile comprensione la tua scelta…

Mahut è un tennista noto per aver giocato la partita più lunga della storia del tennis, perdendola. Verrà sempre ricordato per quella partita, eppure è un giocatore fortissimo nella specialità del doppio. Nel mio romanzo il tema del doppio torna frequentemente, e i protagonisti sono senza dubbio dei perdenti. Mantengono però una sensibilità che ho riscontrato nei gesti di Mahut, che possiede un gioco fuori dal tempo, un tennis da racchette di legno, elegante ma poco efficace ai giorni nostri.

 

Il tuo non è un libro semplice. Va compreso. A quale tipologia di lettore hai pensato mentre scrivevi? Oppure ti ha trascinato la storia e non ti sei posto il problema di chi avrebbe potuto essere il tuo lettore tipo?

Può sembrare una risposta strana, ma io sono stato il primo lettore. Mi sono lasciato trascinare dalla scrittura, io stesso non sapevo cosa sarebbe successo ai personaggi, erano loro a guidarmi. La curiosità mi attanagliava, dovevo continuare a scrivere per arrivare alla fine e scoprire i loro destini. Egoisticamente scrivevo per me, e soltanto al termine del processo creativo mi sono posto la domanda sul possibile pubblico dell’opera. Credo però che sia sbagliato concentrarsi su un target specifico: ogni individuo vive in modo diverso un libro, lo fa suo e le interpretazioni variano da testa a testa. Nella letteratura questo concetto è ancora più esasperato rispetto al mondo del cinema o della pittura, perché la sfera visiva è limitata- pagine bianche e inchiostro nero- ed è la mente a viaggiare.

Mattia Madonia

Stefania Ceteroni

 

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