Intervista a Piergiorgio Pulixi




A tu per tu con l’autore


Buongiorno Piergiorgio, e grazie per aver accettato questa intervista. Ho avuto il piacere di leggere “Tutte le ragazze mentono” e sono rimasto molto colpito dall’armonia con cui hai unito elementi thriller, mystery e dinamiche young adult. Inizierei col chiederti come è nata questa storia: un’apparente “deviazione” rispetto al filone noir che ha contraddistinto, finora, la tua carriera.

In realtà non l’ho mai vissuta come una deviazione, ma come un ritorno a una sorgente molto profonda del mio immaginario. Io credo che il mystery, prima ancora di essere un genere, sia un modo di guardare il mondo: significa interrogarsi su ciò che è nascosto, su ciò che viene rimosso, su quello che le persone tacciono perfino a se stesse. Da questo punto di vista, raccontare un universo young adult non è affatto lontano dal noir. Anzi, per certi versi è persino più radicale, perché l’adolescenza è il tempo in cui tutto brucia con maggiore intensità: il dolore, il desiderio, la paura di non essere accettati, il bisogno di capire chi si è.

Tutte le ragazze mentono è nato proprio da qui: dalla volontà di raccontare quella stagione della vita in cui ogni emozione è assoluta e ogni ferita sembra definitiva e insanabile. Mi interessava confrontarmi con lettrici e lettori giovani senza abbassare mai il livello della scrittura, della tensione narrativa o della complessità emotiva. Ho sempre pensato che ai ragazzi non si debba offrire una letteratura “semplificata”, ma una letteratura viva, onesta, capace di intrattenerli e insieme di sfidarli, intellettualmente parlando.

Per me c’è anche una dimensione quasi morale in questo lavoro. Credo profondamente nel passaggio di testimone: se non riusciamo ad appassionare le nuove generazioni alla lettura, al mistero, alla potenza delle storie, perdiamo qualcosa di essenziale come comunità culturale. E allora sì, c’era il desiderio di portare il thriller dentro un territorio diverso, ma senza tradire nulla del mio percorso: semmai allargandolo, mettendolo al servizio di nuovi lettori.

Da un punto di vista narratologico, hai scelto di puntare forte sul personaggio di Sissy (Melissa). Un all-in che si è tradotto in una narrazione immersiva, in prima persona, saldamente ancorata allo sguardo della protagonista. Per un autore abituato a gestire detective del calibro di Vito Strega, Mara Rais ed Eva Croce, come è stato il passaggio a un’investigatrice così giovane e improvvisata? Quanto cambia l’elemento thriller nell’universo dei giovani adulti?

È cambiato molto, ed è stato proprio questo a rendere la sfida così stimolante. Quando lavori con investigatori strutturati, esperti, addestrati a confrontarsi con il male, hai a disposizione strumenti tecnici, competenze, protocolli, una grammatica dell’indagine che appartiene al poliziesco e al thriller classico. Con Melissa, invece, tutto questo viene meno. Lei non ha l’esperienza, non ha la distanza emotiva necessaria e nemmeno gli anticorpi morali e professionali. Ha soltanto la propria sensibilità, il proprio coraggio e, soprattutto, la propria vulnerabilità come ragazza considerata “strana” e “diversa”.

Ed è lì che il thriller cambia pelle. In un romanzo come questo la suspense non nasce solo dalla domanda “chi è stato?” oppure “che cosa è accaduto davvero?”, ma dal fatto che ogni scoperta mette in gioco direttamente l’identità della protagonista. Sissy non indaga da professionista: indaga perché ne ha bisogno, perché è coinvolta, perché cerca la verità sulla morte di sua sorella Denise, ed è una verità che in qualche modo riguarda anche lei, nel senso che non si sente al sicuro: anche lei potrebbe essere una vittima nel disegno omicida che ha colpito sua sorella. Questo rende tutto più emotivo e pericoloso.

La prima persona, in questo senso, era indispensabile. Volevo che il lettore vedesse il mondo e il microcosmo scolastico attraverso il suo sguardo, che stesse dentro i suoi errori, le sue intuizioni, le sue paure. Volevo restituire quella percezione assoluta tipica dell’adolescenza, quando il mondo esterno e il mondo interiore si confondono continuamente, e non ti senti mai a tuo agio né nell’uno né nell’altro. Per uno scrittore è una scelta molto complessa e stringente, perché ti obbliga a rinunciare a tante comodità strutturali e a restare fedele a una voce. Però, quando quella voce funziona, il coinvolgimento credo che diventi totale.

E poi c’è una verità che mi sta a cuore: i ragazzi non sono personaggi “minori”. Vivono conflitti enormi, spesso in solitudine, in una società che li espone moltissimo e li ascolta poco. Portare il thriller dentro quell’universo significa riconoscere la dignità narrativa delle loro paure e dei loro desideri. E forse anche dar loro uno strumento in grado di decodificare un po’ loro stessi, le loro paure e analizzare la propria fragilità.

In una recente intervista per La Nuova Sardegna, hai definito i luoghi come i veri “protagonisti” dei romanzi contemporanei. Un’affermazione che si ritrova pienamente in Tutte le ragazze mentono. Il paesaggio sardo diventa emblema dell’intera provincia italiana: lo specchio di problemi atavici che gravano sul futuro delle nuove generazioni, sullo spopolamento di interi territori. Da questa prospettiva, come è cambiata la provincia rispetto a un passato non troppo lontano? La rivoluzione digitale ha effettivamente accorciato le distanze, offrendo ai giovani un’alternativa all’inesorabilità dell’emigrazione?

Io continuo a pensare che i luoghi non siano uno sfondo, ma una componente attiva del racconto. I luoghi parlano, conservano memoria, condizionano i comportamenti e, soprattutto, generano conflitti. In Tutte le ragazze mentono la Sardegna non è cartolina, ma nemmeno semplice ambientazione identitaria: è una geografia emotiva e sociale. E attraverso quella geografia si riflette una condizione molto più ampia, che riguarda gran parte della provincia italiana.

La provincia, oggi, è cambiata profondamente e allo stesso tempo è rimasta drammaticamente uguale a se stessa. Da una parte la rivoluzione digitale ha ridotto alcune distanze: ha aperto finestre, creato connessioni, dato ai ragazzi l’illusione di appartenere a un mondo più vasto. Oggi puoi studiare, informarti, costruire relazioni, perfino lavorare in modi che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Questo è un dato reale. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Perché la connessione non sostituisce le opportunità concrete, non colma da sola il vuoto di prospettive, e non può sanare il senso di marginalità. Ci sono territori in cui i giovani continuano a percepire il futuro come qualcosa che altrove si costruisce meglio, e così crescono con la voglia di scappare il prima possibile per andare a prenderselo da un’altra parte, quel destino. E questo produce una frattura profonda: tra chi parte e chi resta, tra il desiderio di appartenenza e quello di fuga, tra l’amore per le proprie radici e la necessità, quasi biologica, di cercare spazio. In Sardegna questo è tragicamente attuale: è una regione di esuli, soprattutto tra i più giovani. L’isola sta invecchiando e perde mese dopo mese la sua linfa vitale: i giovani. È un’emorragia continua di gioventù, e questo è molto triste. 

Questo aspetto offre una tensione narrativa potentissima, ma prima ancora mi permette di affrontare una questione civile e sociale che tocca non solo la mia regione, ma molti luoghi del Paese. A me interessa raccontare la provincia senza retorica, senza idealizzarla né condannarla in blocco. La provincia può essere rifugio e prigione. Dentro questa ambivalenza si muovono molti dei personaggi che amo scrivere, come è accaduto in L’uomo dagli occhi tristi o in La donna nel pozzo.

In uno dei primi capitoli del romanzo, Melissa arriva a confrontarsi con l’intelligenza artificiale. Una scena molto intensa, che fino a pochi anni fa sarebbe stata appannaggio esclusivo di un’opera sci-fi. Da questo punto di vista, alla luce del vorticoso progresso tecnologico a cui stiamo assistendo, qual è la tua posizione in materia di AI? In relazione al mondo della scrittura, e più in generale dello storytelling, ritieni che l’AI rappresenti uno “strumento” (come molti ormai sostengono) o piuttosto una potenziale minaccia dai risvolti etici, deontologici e occupazionali?

Io penso che l’intelligenza artificiale sia, insieme, una straordinaria opportunità e una rivoluzione che impone enorme vigilanza. Sarebbe ingenuo demonizzarla in blocco, così come sarebbe irresponsabile accoglierla in modo acritico. Ogni grande rivoluzione tecnologica ridefinisce il nostro rapporto con il lavoro, con il linguaggio, con l’immaginazione, e questa non fa eccezione.

Per quanto riguarda la scrittura e lo storytelling, io continuo a credere che il cuore del racconto resti essenzialmente umano. Una storia non è soltanto una struttura efficiente, una sequenza ben montata di eventi o un insieme di stilemi replicabili. Una storia nasce da uno sguardo sul dolore, sul desiderio, sulla colpa, sulla speranza. Nasce da un’esperienza vissuta del mondo. E questo, almeno per come io vedo la letteratura, non si automatizza, non si può delegare a una macchina, nemmeno volendo.

Detto questo, l’AI può essere uno strumento. Può aiutare in processi accessori, documentali, organizzativi. Il problema comincia quando si smette di considerarla uno strumento e la si trasforma in un surrogato dell’estro creativo. Da questo punto di vista chiaramente entrano in gioco questioni etiche, deontologiche e anche occupazionali molto serie: chi firma un’opera? chi ne porta il peso morale? chi tutela il lavoro umano, la formazione, il diritto d’autore, l’originalità delle voci? Credo che come Paese, ma anche come continente europeo, siamo molto indietro sugli aspetti legali e di tutela del nostro patrimonio intellettuale e culturale. Mentre noi ci serviamo dell’IA lei ci studia, ci analizza, ci manipola probabilmente e ci addestra a “disimparare” come pensare con la speranza di “riprogrammarci” a seconda degli interessi di chi comanda gli algoritmi. 

Ringraziandoti per la tua disponibilità – anche a nome di tutta la redazione di Thrillernord – ti chiederei di anticiparci qualcosa sui tuoi futuri impegni letterari, con particolare riguardo a questo nuovo progetto dedicato a lettori e lettrici young adult.

Posso dire che questo dialogo con i lettori più giovani è per me tutt’altro che episodico. È un segmento del mio lavoro e della mia carriera che sento molto vivo, necessario, e che vorrei continuare a esplorare con serietà e dedizione. Mi interessa costruire storie che sappiano tenere insieme tensione, emozione, mistero e una forte componente di verità umana. Storie capaci di intrattenere, certo, ma anche di accompagnare chi legge dentro le zone più fragili e complesse della crescita personale e, nello specifico, adolescenziale.

Il mio obiettivo, in fondo, resta sempre lo stesso: regalare ai lettori qualche ora di immersione totale, farli evadere dal rumore, dall’ansia, dalla fatica del presente, senza mai tradire la loro intelligenza. E nel caso dei più giovani questa responsabilità, per me, è ancora più forte. Perché ogni ragazza o ragazzo che scopre il piacere della lettura, del mistero, della suspense, è un lettore che forse porterà con sé l’amore verso i libri per tutta la vita. Si tratta di una responsabilità enorme, se ci pensi.

Accanto a questo, naturalmente, continuo a lavorare anche su altri progetti che appartengono al mio percorso narrativo più noto, quindi alla serie di Marzio Montecristo e a quella di Strega. Ma c’è anche un’altra riflessione che negli ultimi tempi sento sempre più pressante, e che sto prendendo molto seriamente: il desiderio di dedicarmi a nuove scritture, e forse anche a generi diversi da quelli con cui il pubblico mi identifica oggi. Mi affascina l’idea di rimettermi in gioco, di esplorare nuovi territori, magari anche dietro uno pseudonimo, dichiarato o meno, che mi permetta una maggiore libertà. Non come fuga, né come mascheramento, ma come possibilità creativa. A volte uno pseudonimo può diventare uno spazio franco, un laboratorio, un modo onesto per cercare altre voci senza generare equivoci e senza dare al lettore la sensazione di un tradimento.

Credo che ogni autore, a un certo punto del proprio percorso, senta il bisogno di interrogarsi non solo su ciò che sa fare, ma anche su ciò che non ha ancora osato fare. E io oggi sono molto attratto da questa prospettiva: provare a capire fin dove può spingersi la mia scrittura, quali altre forme possa assumere, quali altre storie possa contenere. Mi piace pensare alla scrittura come a una bottega in cui si continua a imparare, romanzo dopo romanzo.

Naturalmente, qualunque direzione prenderanno questi nuovi progetti, non cambierà la mia idea di fondo: raccontare storie che sappiano intrattenere, emozionare, lasciare una traccia. Che abbiano ritmo, anima e verità. E se c’è una cosa che spero davvero, è di continuare a meritare la fiducia dei miei lettori, vecchi e nuovi, libro dopo libro, anche accettando la sfida di sorprendermi e sorprenderli. D’altronde il cambiamento è l’essenza della vita.

Bruno Vigliarolo

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