Intervista a Riccardo Landini




A tu per tu con l’autore


 

Astore Rossi è un personaggio talmente ben caratterizzato da sembrare reale. Ti sei ispirato a qualcuno che esiste realmente? 

Chi mi conosce bene sa della mia convinzione che siano i personaggi a venirmi a cercare per raccontarmi le loro storie, tant’è che non mi reputo altro che il biografo ufficiale di Astore, di Brenno Sandrelli, di Presti. E difatti mi capita talora di scrivere qualche scena che ho in mente per poi accorgermi, alla fine, che è saltata fuori diversamente da come me l’ero immaginata. Questo lo imputo ai miei protagonisti che si sono voluti imporre di fronte a una sgradita distorsione del loro racconto. Astore, in particolare, l’ho incontrato parecchi anni fa, un giorno che stavo tornando in ufficio dopo un impegno presso un cliente. Ero a piedi, per fare prima avevo deciso di attraversare un dedalo di stradine del centro storico e mi sono ritrovato in una di queste davanti alla vetrina di un restauratore. La via era silenziosa, piena di serrande chiuse, di finestre sbarrate, di vecchi manifesti sbrindellati sui muri degli edifici. E dietro il vetro si apriva la piccola bottega dove un anziano stava lavorando attorno a una logora cornice di legno. Dopo averlo osservato per qualche istante, stupito che ancora fosse presente un artigiano in attività in quella zona, ripresi il cammino senza pensarci più. Il giorno successivo, al mio risveglio, avevo in mente tutto il “Giallo di via San Giorgio” dalla prima all’ultima parola. Evidentemente Astore aveva colto l’occasione per venirmi a trovare durante il sonno e raccontarmi la sua vita. E io ne ho approfittato immediatamente.

Si parla di trilogia, ma, come già detto spero di ritrovare il protagonista alle prese con altri casi. Hai già in cantiere qualcosa? 

Attualmente è prevista per l’anno prossimo la pubblicazione della quarta avventura di Astore che, tra l’altro, si ricollegherà direttamente alla sua prima. Sarà anche possibile conoscere gli sviluppi relativi all’inatteso finale di “Segreti che uccidono”. In tanti mi scrivono privatamente per chiedere notizie al riguardo, ma io resto muto come una tomba! Lo scopriranno solo leggendo. Nel frattempo sto scrivendo la settima puntata della serie, sperando che l’interesse dei lettori non cali, ma anzi cresca così da permettere al nostro restauratore di poter continuare a esistere. A breve dovrebbe invece uscire un’antologia con racconti di vari autori, soprattutto attori, non di genere giallo. Tra quelli ci sarà anche un mio contributo. E la prefazione l’ha scritta, pensa un po’, Pippo Baudo.

Ultimamente mi scontro sempre con la classificazione dei romanzi in generi, cosa che inizia a stare stretta a molti autori. Cosa pensi a riguardo? 

Senza aver la presunzione di spiegare il fenomeno credo che la suddivisione in generi si sia fatta sempre più labile o, se vogliamo, talmente frastagliata da non permettere più una classificazione precisa. Mi spiego meglio. Nell’Ottocento, grazie a Poe e ad altri pochi romanzieri è nata la detective’s story pura e semplice, tranquillizzante racconto di un eroe che porta la giustizia tra gli uomini e punisce i malvagi sfruttando solo le proprie capacità deduttive. Poi l’evoluzione naturale della società ha portato a scrivere gialli sempre più elaborati e, soprattutto, con protagonisti meno artefatti. Dalla metà del secolo scorso in avanti sono nati l’hard boiled, il thriller, il noir, fino ad arrivare al giallo sociale, a quello ideologico, al giallo romance, all’horror thriller e chi più ne ha più ne metta. Questo continuo frammentarsi di definizioni  all’interno di un unico grande settore della letteratura, ha fatto sì che si moltiplicassero gli autori che si considerano giallisti, perché in un modo o nell’altro può trovarsi sempre un aggancio al genere quantomeno in senso lato. Per il lettore credo che questo fenomeno non sia positivo tant’è che molti ormai scelgono cosa leggere più in base al nome dello scrittore che all’inserimento del libro in una fascia ben precisa di genere. Quando viene posta la domanda a me rispondo sempre che io mi limito a raccontare la vita dei miei personaggi.

Ci puoi elencare alcune letture da cui trai ispirazione o che ti sono particolarmente care? 

Quando avevo otto o nove anni, quasi tutti i sabati pomeriggio, mio padre, poderoso lettore, era solito portarmi con sé in una libreria del centro, una di quelle che sono sparite, ingoiate dai centri commerciali e dalla crisi dell’editoria. In una di queste occasioni ebbi una simpatica discussione col direttore della libreria a proposito di cowboy e indiani, discussione che evidentemente lo divertì parecchio perché alla fine mi disse che voleva regalarmi un libro, uno a mia scelta, visto che avevo argomentato bene le mie opinioni. Con sua gran sorpresa gli chiesi Edgar Allan Poe. Dopo uno scambio di occhiate con mio padre che smontò ogni sua perplessità, il direttore mi regalo la sua copia personale dell’opera omnia di Poe, un volume rilegato in cuoio rosso, edito da Sansoni, che peraltro possiedo ancora. Lo lessi e rilessi tutto, nonostante mi provocasse ogni tanto qualche incubo notturno. Dunque, non fosse altro che per motivi cronologici – ma non è così – pongo E.A. Poe al primo posto nella classifica degli autori che hanno contribuito alla mia crescita sia come lettore che come scrittore. Di tutt’altro genere, ma ugualmente importante – e tanto amato – è Piero Chiara di cui pure ho divorato più volte ogni sua opera. La ricchezza della sua scrittura, unita alla leggerezza del racconto e alla descrizione sagace dei suoi personaggi sono ineguagliabili e rappresentano lo specchio di una società, quella dal primo Novecento sino agli anni Ottanta, che può affascinare qualsiasi lettore. I suoi romanzi e i racconti sono altresì una ottima cura contro la malinconia e il malumore. Mi spiace solo che negli ultimi tempi il suo sia un nome un po’ trascurato. Se poi vogliamo completare il podio, al terzo posto ci metterei Simenon, sia con i romanzi del ciclo di Maigret che con quelli che non vedono protagonista il commissario più famoso di Francia.  Aggiungo che comunque leggo di tutto, dalla saggistica al giallo, dalla poesia ai classici di ogni epoca, dalla fantascienza all’horror. Apprezzo un po’ meno il fantasy, ma ovviamente è una mera questione di gusti.

Dalla tua biografia si evince la tua passione per il cinema degli anni ’70. Ti chiedo quindi due film del cuore di quel periodo e se questo amore ha influenzato anche la tua scritturate realmente.

Nell’immenso panorama di pellicole di quel decennio fecondo di talenti faccio fatica ad estrarne solo due, anche se il primo che ti cito è sicuramente il mio preferito in assoluto. Si tratta de “La casa dalla finestre che ridono” di Pupi Avati. Un film dal sapore gotico che racchiude in sé le atmosfere padane e i tipici colori emiliani, tanto vividi di giorno quanto cupi di notte. Non è un film perfetto, ma possiede una magia che concentra in sé tutte le emozioni del mistero, del thriller, dell’orrore e della suspense, bilanciandole in modo mirabile. Anni fa, dopo qualche ricerca, mi sono lanciato sulle orme dei protagonisti, facendo il tour delle location dove è stato girato il film. Devo ammettere che, ogni volta che scoprivo una via, una chiesa oppure un edificio attorno a cui si era concentrata la trama, mi sono emozionato come un bimbo in un negozio di giocattoli. Per di più ho avuto il piacere di conoscere e di conversare a lungo con alcuni degli interpreti, il che ha accresciuto in me il gusto della visione. Del resto certe atmosfere dei miei romanzi non sono affatto dissimili da quelle che emergono dalla pellicola.

L’altro film che vorrei citare è “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. A parte la prova attoriale dei mostri sacri che vi recitano, c’è in quest’opera la parabola della società del dopoguerra, la triste fine delle illusioni e degli ideali coltivati dai giovani che avevano combattuto per la libertà e per un mondo migliore, Secondo la tesi sostenuta nella pellicola l’amicizia, l’amore, le idee e i principi finiscono con ingrigire con l’età e con le difficoltà dell’esistenza, spegnendo ogni ardore e ogni possibilità di sperare ancora nel domani. In fondo è ciò che accade ad Astore che vede tramontare in fretta la spensieratezza della sua gioventù, di tutti i suoi sogni per il futuro, precipitando in un triste livore contro il mondo che gli ha tolto tutto ciò in cui credeva. Potrei aggiungere che è ciò che accade un po’ a tutti noi, memori anche delle invettive leopardiane contro la Natura e il mancato rispetto delle sue promesse, però non voglio appesantire questo mio intervento. Piuttosto terminerei col dire che sicuramente le pellicole che ho tanto apprezzato e che continuo a rivedere con piacere hanno influenzato la mia scrittura, sia nelle situazioni come nelle ambientazioni e persino nel ritmo dei romanzi che, da molti, sono stati giudicati come cinematografici. E non c’è più bel complimento per me che sentire un lettore che mi dice «Sai, leggendo il tuo romanzo mi è sembrato di vedere un film». Invito  tutti a provare per credere, come sosteneva quel tale…

Riccardo Landini

A cura di Fiorella Carta 

 

Acquista su Amazon.it: