Intervista a Romano De Marco




A tu per tu con l’autore

A cura di Patrizia Vigiani


 

 

Ciao Romano! Innanzitutto ti ringrazio a nome di ThrillerNord per averci concesso quest’intervista. Ecco le nostre domande:

In questo romanzo ci sono numerosi passaggi in cui descrivi la giornata dello scrittore Mattia Lanza. Una volta trovata l’ispirazione, egli riesce a disciplinare il suo lavoro di scrittura, con la mattina dedicata alla stesura e il pomeriggio dedicato alla revisione. Sembra anche che Mattia Lanza rediga la bozza del suo romanzo in poche settimane. Quanto c’è di te nel metodo di lavoro del protagonista?

Ciao e grazie a voi! Ci sono scrittori di grande successo che, in effetti, scrivono i loro best seller anche in un mese. Famoso il racconto di Maurizio de Giovanni che dice sempre di chiudersi in una stanza quasi in prigione e di non uscirne fino a quando il romanzo non è terminato. Io di mestiere faccio altro e alla scrittura posso dedicare solo il mio tempo libero che mi pare si riduca sempre di più. Per questo non riesco a lavorare con l’auto disciplina che si impone Mattia Lanza. L’unica cosa disciplinata che riesco a fare (ho iniziato al sesto o al settimo romanzo) è una scaletta dei capitoli (che poi, puntualmente, stravolgo…).

 

Il romanzo riporta spesso le riflessioni di Mattia Lanza sulla scrittura, sul mondo editoriale, sul ruolo di scrittore. Consapevole di essere un autore di narrativa di genere, egli esterna più di una volta la volontà di produrre, con il romanzo che sta scrivendo, un’opera nuova, che sia vera letteratura. È un caso che anche La casa sul promontorio sia un’opera diversa dai thriller di azione che hai pubblicato finora? In particolare essa contiene un livello metalinguistico che era assente nelle opere precedenti. Era tua intenzione dare alle stampe un’opera innovativa?

Innovativa è una parola grossa. Indubbiamente, coincidendo questo romanzo con un cambio di editore, era mia precisa intenzione proporre qualcosa di nuovo, distaccarmi dalle atmosfere, i personaggi, i luoghi dei miei romanzi più “seriali” (quelli ambientati a Milano). Devo dire, però, che non è la prima volta che cambio atmosfere, ritmo, ambientazione. È già successo e, curiosamente, sempre con romanzi che hanno la parola “casa” nel titolo, ovvero “A casa del diavolo” e “L’uomo di casa”. Sono stati i miei romanzi di maggior successo, spero che la stessa sorte capiti a “La casa sul promontorio”… 

 

A posteriori, quest’opera mi ha ricordato un classico di Agatha Christie, anche se la struttura è più complessa e non è scontato che il narratore sia attendibile. Nel romanzo viene citato, come chiave interpretativa, il film Enemy di Denis Villeneuve. Quali altri modelli ti hanno ispirato? 

Beh, grazie per il lusinghiero accostamento. Devo dire di non essere un patito del giallo classico che, comunque, ho letto, continuo a leggere e rispetto per l’importanza fondativa che riveste nei confronti di infinite generazioni di autori. La galassia della narrativa Crime, oggi si esprime in sottogeneri e accezioni molto diverse, ma l’origine sono sempre quei famosi racconti che Edgar Alan Poe scrisse nel 1841. Uno dei miei classici preferiti è “L’assassinio di Roger Ackroyd” della Christie, che ritengo una lettura imprescindibile per chiunque voglia cimentarsi nella realizzazione di storie del mistero. Enemy, film che il romanzo cita esplicitamente, è un’altra opera che mi ha affascinato moltissimo. Diciamo che quando scrivo attingo a tutto un universo di suggestioni fatto di letture, film, serie tv che dentro di me hanno lasciato consapevolmente o meno, un segno importante.

 

 

Ho visto in questo giallo un’operazione metalinguistica, in cui si racconta come un autore rielabori attraverso la scrittura un’esperienza così dolorosa da essere normalmente “indicibile”. E nella casa sul promontorio ho visto un simbolo della forma che l’autore riesce a dare al proprio vissuto, trasfigurandolo. La casa è a precipizio sul mare, proprio come la condizione umana è in bilico fra un’esistenza conforme ai principi morali e un mare di istinti che la trascinano in basso. È una chiave interpretativa in linea con le tue intenzioni di autore? 

La tua è una chiave interpretativa intelligente e profonda che conferma quanto i romanzi, una volta scritti, cessino di avere a che fare con l’autore e diventino oggetto di un rapporto intimo e privato con i lettori.

 

Nel romanzo entra in scena il personaggio di Laura Damiani, che i tuoi affezionati lettori conosceranno bene. Vengono persino citati i nomi di Marco Tanzi, Luca Betti e Salvatore La Rosa, anch’essi appartenenti al tuo universo narrativo. Questi riferimenti sono una semplice strizzatina d’occhio al tuo pubblico, in modo che si senta a proprio agio “fra vecchi amici”, oppure fanno parte del gioco metalinguistico?

Più che sul metalinguistico, il romanzo gioca sul piano del metanarrativo. Mi piace citare i personaggi del mio universo, anche in semplici camei… Oltre che un gioco (spero gradito ai lettori) è una questione di comodità… Al termine del suo ultimo romanzo da protagonista, Laura Damiani si ritrovava a fare il capo della squadra Mobile a Pescara, che dista solo 25 km da Ortona. Mi sono chiesto: Perché inventare un nuovo poliziotto (per una parte, tutto sommato, secondaria) quando a disposizione ne ho una che conosco bene e che praticamente si scrive i dialoghi da sola? Certo, per utilizzare Laura, ho dovuto operare una piccola forzatura, facendo ricadere Ortona nella giurisdizione della Squadra Mobile di Pescara mentre in realtà la competenza territoriale è di quella di Chieti… Ma è un peccato veniale che i lettori mi perdoneranno.

 

Se hai già un nuovo romanzo nel cassetto, puoi farci qualche anticipazione?

L’idea c’è ma non ancora ho scritto nemmeno una parola, solo una sinossi di un paio di pagine. Penso che inizierò a scriverlo in estate. Sarà il romanzo che chiuderà una sorta di trilogia sugli scrittori. Nel 2021 ho pubblicato, sotto pseudonimo, una storia ambientata nel “mondo di mezzo” dei giallisti della mia fascia (Un po’ meno di niente – di Vanni Sbragia – Fernandel editore). È un thriller cattivo, ironico, nel quale ho usato un linguaggio crudo ed estremo. Con Mattia Lanza ho cercato di evidenziare il disagio e la sofferenza che si nascondono dietro alle vite apparentemente perfette degli autori di best seller. Il prossimo avrà come protagonista uno scrittore talmente sfigato che nel prologo sarà intento a programmare il suo suicidio, a seguito della cancellazione della serie che scrive da anni. Ma prima che possa portare a termine il suo intento, la polizia busserà alla sua porta e la vita del poveraccio sarà destinata a cambiare per sempre… 

Romano De Marco

 

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