Intervista a Tommaso Avati




A tu per tu con l’autore


 

Con “Il silenzio del mondo” si narra la storia di tre donne sorde che devono affrontare in tre epoche diverse la loro disabilità. Come mai la scelta di protagonisti tutti al femminile?

È da diverso tempo che sono particolarmente interessato al punto di vista femminile. Mi sono insomma accorto che ultimamente mi sento molto a mio agio calandomi nei panni femminili, e mi piace chiedermi: cosa penserebbe una donna in questa situazione? Come reagirebbe? È poi anche un modo per diversificare il lavoro, per provare ad uscire una volta tanto dai soliti panni autobiografici di un protagonista maschile che mi indurrebbe inevitabilmente a scelte che ormai conosco, che non mi meravigliano più, non mi sorprendono.

La storia che trattavo poi, nello specifico di questo ultimo libro, è una storia secondo me molto femminile: non c’è nulla di più femmineo dell’ascolto, del mettersi in contatto con l’altro, della comunicazione e della parola. Mi sembrava poi che per trattare la disabilità, e quindi il punto di vista di chi è emarginato e costretto a vivere una vita in condizioni di privazione e di difficoltà, una donna (anzi tre), fosse più adatta che non un uomo, e che le donne, meglio di noi, possano spiegare bene, e farci capire meglio di chiunque altro, gli errori che le persone così dette normali hanno commesso e continuano a commettere. La donna insomma ha per la sua storia una conoscenza e una dimestichezza con l’emarginazione e con il dolore che noi uomini non possiamo nemmeno immaginare. 

La sordità spesso viene sottovalutata. Lede o riduce la capacità di comunicare dell’individuo. Per l’udente sentire e parlare sono atti così naturali che spesso non si rende conto di quanto sia indispensabile per lo svolgimento anche delle più banali attività del quotidiano siano esse famigliari, lavorative o sociali. Rosa, Laura e Francesca sono nate o diventate sorde. Come si può spiegare con parole semplici perché un bambino nato o diventato sordo è un piccolo supereroe? 

Io sono nato sordo e non mi considero un supereroe. Mi consideravo anzi una persona problematica, con mille difficoltà oggettive, timida e insicura, e che nella vita non sarebbe riuscita a combinare nemmeno un decimo di quel che le persone normali facevano con la mano sinistra. Poi succede che cresci, che impari alcune cose, che ti guardi attorno, che conosci il mondo, gli altri, leggi, studi, e magari poi la tecnologia moderna ti viene in soccorso, insomma, le cose migliorano, e arrivi a considerarti non certo un supereroe ma una persona dotata di una sensibilità maggiore, questo sì, un individuo più empatico, capace di vedere e cogliere sfumature ed emozione che ai più magari passano in secondo piano. Per via della mia sordità ho dovuto fare un uso molto espanso del mio sguardo, della mia capacità di osservazione. Ed è osservando molto gli altri che si finisce con il “sentire”, a livello epidermico, tutto quel che non si può dire…

Rosa si deve inventare una lingua per comunicare con il mondo. Rosa è la prima delle tre donne e per questo motivo, la mia protagonista preferita. E la sua? 

Lo è assolutamente anche per me. Rosa, nonna Rosa, che per molti versi somiglia alla mia vera nonna, è colei dalla quale tutto ha avuto inizio. Ma è anche la più sfortunata delle tre, nata nell’epoca più buia, in cui l’uomo era ulteriormente abbrutito, un’epoca in cui ha dovuto combattere per ogni cosa.  Forse è per questo che la amiamo di più. Aveva un suo mondo, tutto interiore. E non lo poteva estrinsecare.

Differenza tra udente e non udente. A tratti il romanzo è duro nei confronti degli udenti. Sembra che il mondo degli udenti e non udenti siano due mondi distinti e distanti che non si potranno mai capire. La pensa così?

Un po’ sì, ma dirò di più: a non capirsi, nel romanzo, sono soprattutto Laura e Francesca, e cioè madre e figlia, e cioè due persone non udenti che parlano la stessa lingua. Perché la sordità nel romanzo è in realtà una metafora delle difficoltà di comunicazione in genere, della impossibilità di raggiungersi ad ogni livello. A volte infatti sono persino tentato di pensare che la comunicazione tra essere umani non sia altro in fondo che un granissimo bluff, e che tutte le migliaia di parole che ci diciamo siano in realtà solo una continua chiacchiera insensata, un po’ come diceva Heidegger, per il quale gli individui non parlano mai davvero di nulla, ma ci si limita a blaterare, a ripetere formulette stantie, senza vero e autentico senso, senza mai davvero la voglia di capirsi e di ascoltarci l’un l’altro. 

Un tema importante di questo libro è anche la sordità e la maternità. Da sorda civile e da donna, questa parte mi ha toccata nel profondo. Non sono mamma e confesso che mi sono sempre fatta molte noie a riguardo, ma nel romanzo c’è un lato speciale nel modo in cui le protagoniste affrontano la maternità, la nascita della loro figlia e l’attesa di scoprire se anche la bambina soffre delle stesse disfunzioni dell’apparato uditivo del genitore. E’ addirittura impostato in modo divertente! Non posso scendere nel particolare per evitare di rovinare la lettura a chi magari non lo ha ancora fatto e questa non è nemmeno una vera domanda, ma un ringraziamento sincero e speciale per questa diversa chiave di lettura a cui non avevo pensato. Qualcosa da aggiungere sull’argomento?

Non molto se non il fatto che originariamente il romanzo doveva raccontare esclusivamente questo, e cioè la storia di una donna sorda dei nostri giorni che, scoprendo di essere incinta, decide di operarsi per potere udire il proprio figlio nascere, per poter poterlo udire piangere. Per potere essere insomma una mamma presente e attenta a tutti gli effetti.

Come ho confessato nella recensione e anche sopra, anche io sono sorda. Persi l’udito di botto ormai 33 anni fa all’età di 7 anni con gli orecchioni. Una mattina mi sono svegliata e non sentivo più. Da allora, non senza fatica, ho raggiunto quasi tutti gli obiettivi che mi ero posta come la laurea, viaggiare, trovare un buon lavoro, avere una buona vita sociale, sono piuttosto indipendente ecc…Devo dire grazie alla testardaggine, alla mia famiglia, alle nuove tecnologie ed anche grazie agli orecchioni! Sì, perchè penso che forse non avrei avuto la stessa ostinazione nel volere le cose. Può suonare strano, ma penso che la disabilità possa tirare fuori un valore aggiunto. Lei come la pensa e se è d’accordo, quale ritiene sia il suo valore aggiunto? 

Credo di avere già risposto involontariamente a questa domanda. Ma funziona sempre così: ad ogni ferita che ci portiamo dentro corrisponde sempre un grande arricchimento.

Le difficoltà però sono ancora molte e pure lo Stato potrebbe fare di più per i sordi. Per Lei quali sono le più grandi difficoltà e cosa potremmo o dovremmo migliorare?

A livello di leggi non saprei, non sono abbastanza informato. Di certo lo Stato dovrebbe, sarebbe quanto meno civile, non fare pagare le operazioni di impianto cocleare e non fare pagare le protesi acustiche ai sordi. 

Ma torniamo al libro! Il suo libro mi ha alleggerito l’anima e quindi oltre a consigliarne la lettura nelle scuole, agli udenti per sensibilizzarli nei confronti della nostra disabilità, mi sento di suggerirlo anche ai sordi. Mi sono sentita capita e per certi aspetti anche egoisticamente fortunata Ci sono altri motivi per consigliarlo? E cosa dobbiamo fare invece noi sordi per andare incontro agli udenti? 

 Lo consiglierei a tutti coloro che hanno a cuore la comunicazione soprattutto interfamiliare, con un caro, con un genitore, con un figlio, a chiunque si chieda: come posso fare a farmi capire, o a capire davvero chi amo? Nel romanzo non ci sono risposte dirette, non ci sono soluzioni perché è un romanzo e non un manuale di comportamento. Però ho provato a spiegare come a volte, nelle famiglie, le parole siano di troppo, e il silenzio possa bastare, possa essere il mezzo di comunicazione principe per riuscire a fare arrivare le informazioni essenziali, le uniche di cui gli altri spesso hanno bisogno per sentirsi amati. 

Una cosa che un disabile non vuole assolutamente è la compassione. Io uso sempre un simpatico aneddoto per riportare serenità nelle conversazioni dopo aver rivelato il mio problema all’interlocutore di turno che spesso si trova un attimo spiazzato! Spiego subito che non si devono dispiacere! Tutto sommato mi va di lusso! Ci sono anche parecchi vantaggi e non è una bugia! Ad esempio, mi basta spegnere l’apparecchio che finisco inghiottita dal silenzio assoluto e non solo mi addormento in trenta secondi, ma potrei anche dormire 24 ore di fila senza rendermene conto! L’insonnia non so proprio cosa sia! Lei ha qualche battuta pronta o come ridimensiona la conversazione? 

A me invece la compassione piace molto. Lo dico senza vergogna. So che molti di quelli come noi hanno questo atteggiamento forte, virile e giusto, e forse li invidio pure un po’. Ma io di fatto sono diverso, anche in questo. Non voglio dire che mi piaccia essere compatito ma quel pizzico di rammarico che a volte si scorge negli occhi di chi apprende il nostro problema, quel briciolo di compassione di chi cioè patisce insieme a noi, a me non dispiace. 

Grazie di cuore per l’intervista e soprattutto per questo romanzo! Spero che arrivi a quante più persone possibili, perchè è davvero di una sensibilità unica.

Ne sono felice. Lo spero davvero anche io. 

Grazie molte.

Tommaso Avati

A cura di Giulia Manna 

 

Acquista su Amazon.it: