Intervista agli autori di “Odio l’estate”




A tu per tu con l’autore

A cura di Salvatore Argiolas


 

 

Il cadavere fantasma

Niente ombrelloni per Marlon” di Giorgio Maimone

Giorgio Maimone, il tuo detective Marlon indaga negli anni a cavallo tra i due decenni “l’un contro l’altro armato, tra gli anni cinquanta e i sessanta del secolo scorso. Come mai hai scelto questo di narrare questo periodo in cui l’Italia stava vivendo l’avvio del cosiddetto “boom economico”?

E’ esattamente il motivo per cui ho scelto quel periodo. Era un’Italia che stava sul crinale: con un piede nell’ottocento e un altro saldamente piantato nel futuro. E’ finita da poco la guerra e già l’uomo cerca di conquistare lo spazio. A Milano, attorno al Duomo, giravano ancora le carrozzelle a cavallo (per i turisti), ma dalla Stazione Centrale partiva il Settebello.  Nel febbraio del 1958, mentre le case chiuse vivono la loro ultima stagione, la rapina di via Osoppo segna le nuove rotte del crimine e Domenico Modugno ribalta la canzone italiana sul palco di Sanremo, quando sullo sfondo di una Milano di nebbie e minestre, di Navigli, notti e bar, di Ligèra e di passioni politiche incandescenti, si svolgono le vicende di Vertigine (2013), il primo libro con Marlon protagonista.  Il 1958 è un anno di volta. L’Italia è sul crinale, Milano pure: destra o sinistra, boom o recessione, sviluppo o conservazione. Non tutte le scelte, viste a posteriori, sono state quelle giuste, ma almeno, vivaddio, erano anni in cui si poteva scegliere. Di qua il progresso, di là il ritorno al passato. L’Europa o l’isolamento. Erano anni carichi di passioni e quelle passioni erano le stesse dei nostri padri che, a modo loro, sono stati protagonisti di quegli anni, sulle stesse strade, negli stessi posti e ambienti attraversati da Greta e da Marlon.

 

 

A me mi ha rovinato Chandler” fai dire al tuo eroe Marlon ma le sue avventure sono intrise di ironia e di riferimenti culturali molto italiani. A quale detective italiano senti più vicino Mario Longoni detto Marlon?

Lo stereotipo a cui si appoggia Marlon è quello del suo quasi omonimo Marlowe: il detective malinconico e un po’ solitario, integerrimo, ma non modo del tutto suo. Assieme a lui c’è qualcosa di Nick Martello, il personaggio dei fumetti inventato da Daniele Panebarco, qualcosa del Brandelli di Andrea Ferrari (che pur ben più giovane di me, ha iniziato a scrivere prima) e qualcosa del Bordelli di Marco Vichi. Ciononostante, ossia i molti debiti di riconoscenza, spero che sia in grado di vivere una vita sua. Ah, Marlon e il suo amico panettiere Alberto, devono qualcosa, a ruoli che si scambiano, anche a Topolino e Pippo. In fin dei conti ho sempre dichiarato di essere di formazione marxista-topolinista!

 

 

Conosco la Milano degli inizi degli anni sessanta attraverso la lettura del capolavoro di Luciano Bianciardi “La vita agra” che lo scrittore grossetano definì “grossa pisciata in prima persona sulla avventura milanese, sul miracolo economico, sulla diseducazione sentimentale che è la nostra sorte d’oggi.”. C’è la possibilità che Marlon incontri Bianciardi per ricordare questo testimone scomodo di uno sviluppo economico malato e troppo sbilanciato?

“Marlon entra fradicio e infreddolito al Jamaica, sale al primo piano, saluta i presenti che intravvede appena oltre la cortina di fumo spessa delle sigarette e si siede a un tavolo, a fianco a Luciano.

Ciao Luciano, come mai non sei dalle sorelle Pirovini, oggi?”

Ci sò stato a mezzogiorno. Mai andare due volte in giornata nello stesso posto. Mena male”.

Faccia rotonda, ciuffo che si arrampica verso il cielo, con un’impennata verso destra, dove cade un abbozzo di riga, camicia, giacca, pullover a V, ma sempre senza cravatta, Luciano è uno degli amici di Marlon: uno da sintonia immediata. (Da Vertigine)”

 I casi sono due: o hai letto Vertigine o hai molto intuito. Marlon e Luciano (Bianciardi) si sono già incontrati. Non solo, ma sono anche amici. In un altro passaggio di Vertigine sempre Luciano rivela a Marlon che lo sta mettendo in un libro, però gli cambierà il nome: “Lo sai che ti sto mettendo in un mio libro. Però ti cambio nome: Mario non è un granché”.

“A me piace”.

Così tanto che ti fai chiamare Marlon! No, per me sarai Franz, il triestino! Datemi il tempo, datemi i mezzi e io farò questo ed altro! Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire, sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia”.

 

 


Sogno di una notte di “piena” estate” di Davide Pappalardo

Davide Pappalardo, sono tanti i giallisti che ambientano le loro trame nel passato. E’ un riflesso della invasione della tecnologia nella vita contemporanea che rende difficili le indagini a dei detective non professionisti, oppure c’è anche un fondo di nostalgia per questi personaggi che hanno un profilo malinconico, e per citare Soriano che cita Chandler, “triste, solitario y final”?

Sono attratto dalla malinconia, anche da lettore. Se nella storia c’è un protagonista tormentato io parteggio per lui e mi immedesimo di più nella storia stessa. Proprio in questi giorni ho letto Il caso Kodra di Renato Olivieri e mi sono invaghito del vice commissario Ambrosio, un personaggio che indugia nel passato, che si sofferma sui particolari, sulle storie all’apparenza minori, sui sentimenti e sulle delusioni. Io comunque ambiento nel passato soprattutto perché il presente mi affascina poco e il futuro mi spaventa. E ambientare nel passato mi permette di accedere a una personale macchina del tempo fatta di studio e immaginazione. Grazie a questi due ingredienti dentro di me avviene una magia e torno indietro anche in un tempo che non ho mai vissuto.

 

 

Il tuo detective attraversa un periodo storico difficile ma ricco di fermenti che poi non riuscirono a diventare stimolo per una reale evoluzione democratica. Hai mai pensato di scrivere una trama che lo coinvolga direttamente in quella che viene chiamata “strategia della tensione”?

Libero Russo, il mio investigatore scalcagnato e fallito, ha già sia pur parzialmente vissuto un’avventura legata al contesto eversivo. In “Che fine ha fatto Sandra Poggi?” Russo si trova catapultato dentro l’Operazione Blue Moon, ovvero in quella situazione secondo alcuni creata ad arte per polverizzare una generazione in lotta, con l’Italia inondata dalle droghe pesanti. Prima ancora ho dedicato un romanzo alla rapina di Via Monte Napoleone. In “Milano Pastis” ho cercatodi cogliere, tra romanzo e cronaca, qualche spunto per parlare di quello che forse fu anche un atto eversivo: una rapina a scopo destabilizzante. Non escludo in futuro di coinvolgere ancora di più il povero Libero Russo in faccende molto più grandi di lui.

 

 

Dopo “Buonasera signorina” e “Che fine ha fatto Sandra Poggi?” hai in cantiere un nuovo noir con Libero Russo e se la risposta è positiva ci potresti anticipare qualcosa?

Sto lavorando a quello che ritengo possa diventare il mio miglior romanzo. In sintesi la storia è questa: Libero Russo oggi, ormai vecchio e malato, viene costretto a tornare in Sicilia, nella sua Acireale da cui manca da parecchi anni. Dovrà cercare di recuperare una statua trafugata da un’area archeologica della zona. E così Libero se la dovrà vedere, oltre che con la cirrosi incombente, coi nipoti salutisti che lo hanno convinto a tornare, con le nuove tecnologie e soprattutto con un manipoli di razzisti che prova a usare la scomparsa per fini politici addossando la responsabilità su di un gruppo di rifugiati, con i mafiosetti della zona che hanno tutto l’interesse a insabbiare la questione.

 


Che afa fa”

“Il mistero della procace Adelaide” di Paola Varalli

Paola Varalli, i tuoi detective per caso, sono uomini che forse hanno letto troppi gialli e determinano una sottile presa in giro per il genere. Sono personaggi di fantasia o li hai conosciuti realmente?

La loro propensione all’investigazione è del tutto inventata, ma io ho conosciuto realmente due personaggi sempre in tuta (il toni) e sempre al bar (il Viliam) negli anni in questione (’80). A essere sincera sono io che ho letto troppi gialli… scherzi a parte mi piacciono molto gli investigatori “per caso”, alla miss Marple o Jessica Fletcher, per intenderci; tant’è che nei miei romanzi seriali scrivo di due amiche detective “de’ noantri” che per professione si occupano di tutt’altro.

 

 

Milano è la capitale italiana del noir, nessuna città come il capoluogo lombardo assomma tante caratteristiche peculiari del genere. Quali sono in noir meneghini che preferisci e che consiglieresti?

Mi piacciono i noir dei colleghi che fanno parte con me di questa avventura, parlando di Milano, intendo Giorgio Maimone con il suo Marlon e il trio (Besola Gallone Ferrari) che ha sempre scritto storie divertenti con dei titoli strepitosi, per citarne uno… Milano fa paura la 90. Anche Davide Pappalardo, che non è milanese, si è cimentato più volte con storie meneghine. Poi apprezzo l’ispettore Ferraro, della Quarto Oggiaro di Biondillo (quartiere milanese per chi non fosse di qua) Alessandro Bastasi, Robecchi, il compianto Crapanzano, Scerbanenco … e sono sicura di averne scordato qualcuno. È bello leggere storie ambientate nella propria città, c’è un quid in più, si riconoscono i luoghi…

 

 

 Il tuo racconto “Che afa fa” raffigura una “Milano da bere” che non esiste più. Se dovessi scrivere un seguito ambientato nel 2021 come ti immagini le indagini del barista Viliam, del virile gommista Marietto e di Pino l’idraulico?

Eh, questa è una domanda a cui è difficile rispondere. Perchè? Perchè me li immagino solo negli anni ottanta, con i loro bianchini spruzzati, le partite di carte al bar, le automobili datate, senza cellulari, con poca tecnologia e con l’animo ancora naif. Adesso ordinerebbero uno spritz e al bar William ci sarebbe un erede del vecchio “Viliam”, ormai passato a rinforzare le schiere dei baristi in paradiso. Forse sarebbe sparito il juke-box e dietro il bancone non sarebbero più così burloni da servire un bicchierino del liquore che riporta sull’etichetta la dicitura “niente” a chi non desidera ordinare da bere. Forse perderebbero un po’ il loro fascino d’antan… però Marietto, virile e gommista, starebbe, con buona probabilità, in casa di riposo a corteggiare le signore dai capelli argentati e l’idraulico Pino Possa si godrebbe la pensione con la moglie. Dove? Ovviamente a Milano Marittima.

 


Un’estate al freddo” di Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone

Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone, il vostro racconto intreccia con successo diversi sottogeneri del giallo inquadrati in una cornice di grande ironia. Come gestite la scrittura a sei mani? Ognuno si occupa di un aspetto specifico della trama oppure apportate successive modifiche personali agli abbozzi della storia?

Ciao Salvatore, innanzi tutto grazie per lo spazio che ci dedichi. Il processo di scrittura a sei mani si fonda su tre basi: Il bar, la frequentazione assidua e la riunione in cui decidiamo e sceneggiamo tutte le nostre storie. Il nostro metodo di lavoro è costruito in modo che tutti scrivano tutto, non ci sono quindi personaggi riservati a una sola mano o determinati compiti appannaggio di un unico “autore”. Il processo creativo si basa sulla riunione, che in epoca pre-pandemica si svolgeva nei peggiori bar di Milano, e adesso in videoconferenza. Lì lavoriamo come un team di sceneggiatori, decidiamo le descrizioni dei luoghi, proviamo le battute dei dialoghi e stendiamo anche le tematiche dei nostri racconti. Alla fine assegniamo un capitolo a testa che dovrà essere consegnato entro la settimana successiva. Non c’è bisogno di mettere mano al lavoro degli altri, perché non è il lavoro degli altri ma il nostro lavoro. Le correzioni ci sono, chiaramente, ma vengono fatte come se fossimo un quarto autore indipendente da ciascuno del trio.

 

 

La morale sottesa al racconto è amara “non è giusto che gli ideali dei padri ricadano sui figli” pensa il disilluso tassista Luigino, “con il cuore a sinistra e il cervello proiettato verso la pensione”. “Lui era fisso che scrutava nella notte,,,” è la cronaca di una sconfitta?

La disillusione e la sconfitta sono temi a noi cari, così come la possibilità di continuare a illudersi, sognare e cambiare quello che non ci piace. La morale, come la chiami tu, è solo una parte del racconto. A volte soprattutto le generazioni con meno speranze si ritrovano a pagare gli ideali non raggiunti dei padri (intesi come predecessori) e si trovano ingabbiati fra la voglia di ribellione e il senso del dovere. Questa è un po’ la visione del tassista Luigino. Ma il respiro del racconto, con gli altri personaggi dà un’apertura di ottimismo. Il palo della banda dell’Ortica, dopotutto, è l’unico a non finire in gattabuia!!! 

 

 

Nel vostro racconto mettete in primo piano dei personaggi in crisi come i ragazzi che tentano il colpaccio ma anche una Milano che all’alba del millennio si trova senz’anima e senza futuro.

Milano è il nostro territorio narrativo e di vita d’elezione. La viviamo e percorriamo da sempre e da sempre cerchiamo di capirla. Cerchiamo di raccontare i suoi cambiamenti, i suoi salti in avanti e le sue brusche frenate. Tutto questo non si può fare senza considerare la sua popolazione. Mettersi nei panni degli altri milanesi è un esercizio necessario. Siamo tre e ciascuno regala al quarto autore la propria visione della città e del mondo. Questo fa sì che raccontare il passato, per quanto recente, sia una grande possibilità di interpretare il presente e sbirciare nel futuro. Milano è la città che si è arrogata e alla quale hanno tutti lasciato lo scomodo onere di essere l’apripista d’Italia, nel bene e molto più spesso nel male. Siamo noi quei ragazzi senza una vera e propria direzione, e lo siamo perché quelle strade e quel Centro Sociale li abbiamo frequentati davvero proprio in quegli anni. All’inizio del millennio eravamo così: una generazione che aveva perso, o alla quale era stata negata, la possibilità di una lotta. C’era, alla soglia del 2000, una sorta di volontà da ultima spiaggia, che è stata fatta naufragare dai fatti di Genova. Tutto, poi, è stato difficile e troppo faticoso. Non abbiamo mollato, ma ciascuno ha preso direzioni sempre più personali. Noi siamo diventati narratori, ad esempio. 

 

 

Come vedete la città ora, che sono passati vent’anni dall’epoca narrata nel racconto?

La città è vittima di se stessa. Ci sono almeno due narrazioni parallele che nessuno ha realmente intenzione di far mai incontrare, neppure all’infinito. Una è quella della Milano verticale, smart, iperconnessa, delle week, dei distretti e dei soldi in ultima analisi. La città bella, profumata, con il fine settimana al mare o in montagna e i buoni sentimenti a portata di mano. L’altra è quella di chi deve mettere insieme il pranzo con la cena. Quella periferica, emarginata e dimenticata o spazzata sotto il tappeto della gentrificazione. Ecco, solo pensando agli ultimi i primi potranno essere davvero onesti.  

 

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