La mia parte più brutta




 La mia parte più brutta


Autore: Andrea Giuliano Ion Scotta

Editore: LFA Publisher

Genere: Thriller

Pagine: 266

Anno di pubblicazione: 2022

Sinossi. È notte fonda quando l’ispettore Castello viene svegliato da una telefonata. Il cadavere di Martina è stato rinvenuto abbandonato su una sedia con lo sguardo rivolto al lago, con segni evidenti di sevizie. Un’altra vittima innocente che si aggiunge a quelle che l’ispettore non è riuscito a salvare e che lo incatena sempre di più al senso di colpa. A imprimere una svolta alle indagini contribuirà un agente letterario, Luca Baiardo, che denuncia la scomparsa della sua scrittrice di punta, infatti il cadavere del padre della scrittrice viene ritrovato torturato con le stesse modalità riservate a Martina. Per scoprire la verità Carlo Castello dovrà inseguire la morte in una storia di persecuzione e follia fino ai piedi di Sabbiascura, un paesino di mare. Lì ogni passo verso la verità condurrà verso orrori sconvolgenti, nascosti nelle pieghe del tempo. Dovrà infatti guardare al passato, negli anni in cui la morte ha infettato le radici di Sabbiascura con il sangue dei bambini. Quando tutto è cominciato.

Recensione di Edoardo Guerrini


Un romanzo, un thriller decisamente sorprendente e con diversi tratti di originalità, questo lavoro dell’esordiente genovese Andrea Giuliano Ion Scotta, pubblicato da una casa editrice indipendente napoletana, la LFA, diretta da Lello Lucignano, che di recente si è fatta notare all’ultimo Salone del Libro di Torino. Prima di tutto, stupisce l’età e la difficoltà fisica del protagonista, l’ispettore di polizia Carlo Castello, che in un romanzo di esordio, appunto, si trova già sulla soglia della pensione. Con un vissuto pesante, dove il difficile lavoro del poliziotto lo ha portato, fra le altre cose, a un’invalidità parziale a una gamba causata da una pallottola che lo ha reso zoppo e tuttora assai dolorante, Castello vive perennemente con una mano in tasca, accarezzando la scatola degli antidolorifici cui deve attingere con frequenza per sopportare il dolore continuo; quando dorme, spesso fa brutti sogni, innescati da ricordi attinenti a episodi della sua carriera alquanto tormentata.

Da subito, l’autore ci porta davanti a un’indagine in cui vediamo che i dettagli macabri, assai approfonditi nella descrizione delle sevizie ricostruibili sul cadavere di Martina, la giovane ragazza sulla cui scomparsa l’ispettore stava indagando da alcune settimane, non vengono affatto sottaciuti o sfumati, anzi. L’autore non ci nasconde che poco o nulla, facendoci capire che l’indagine ci porterà in un mondo assai disturbato, dove insiste la malattia mentale. E Castello non vuole tirarsi indietro: la pensione dovrà aspettare. La sua decisione lo lascia isolato fra i suoi colleghi, in particolare il suo vice, Domenico, che si aspettava di subentrargli, inizierà a fargli la guerra, lasciandolo a combattere quasi da solo, cercando a tutti i costi di portargli via l’unico agente che è rimasto dalla sua parte, il solerte Ricci. Certo, desta qualche sorpresa il fatto che in questo ambiente poliziesco le gerarchie contino poco: il commissario, Wladimiro, è in pratica un dirigente inesistente, che tollera l’operato di Carlo senza troppo ostacolarlo ma senza neppure intervenire attivanmente o supportarlo in qualsiasi modo. Come pure, stupisce la totale assenza del ruolo della magistratura, che nel sistema giudiziario italiano non dovrebbe essere sottaciuto, in quanto fondamentale nel coordinare l’attività di polizia giudiziaria, tanto più in una sequenza di fatti di tale gravità come quelli descritti. Rapidamente, al primo omicidio se ne aggiunge un secondo, con le medesime modalità di trasfigurazione del cadavere. La seconda vittima è un uomo, il padre di una ragazza che risulta scomparsa. Si tratta di una scrittrice, e così Castello troverà un alleato in Luca, il giovane agente letterario che cura gli interessi dell’autrice sparita. La scena si sposta; le prime scene accennano appena a descrivere la città di Genova, nonostante la storia si svolga a inizio autunno 2018, cioè poche settimane dopo il crollo del Ponte Morandi che aveva reso certi luoghi cittadini celebri per tutto il Paese. L’autore evidentemente non è interessato a parlare di questo, ma ci porta in un luogo immaginario molto più inquietante, nel paesino marittimo di Sabbiascura, luogo molto isolato dove la leggenda vuole che gli abitanti, un po’ come gli ammutinati del Bounty sulla mitica isola Pitcairn, siano discendenti di un gruppo di briganti sbarcati sul luogo, e resisi colpevoli di una carneficina che aveva lasciato la spiaggia scurita dai cadaveri riportati beffardamente dalle onde a spiaggiarsi, dopo che gli assassini se ne erano liberati buttandoli in una grotta a picco sul mare. Questo luogo, l’autore lo descrive in modo assai efficace: in apparenza idilliaco, con una stupenda spiaggia, in realtà presto diviene una cornice di terrore, grazie anche alle foreste scure e alle ripide montagne che lo sovrastano, come spesso accade sulla costa ligure. In questo paesino sono avvenuti fatti tremendi, che man mano si dispiegano, in particolare grazie a un sacerdote un po’ speciale, padre Jona, che tentando di salvare le anime dei suoi compaesani con l’esorcismo, si ritrova anche lui a combattere con Carlo e Luca contro il male che pervade le ombre che avvolgono il paese. 

Il ritmo del romanzo diviene sempre più parossistico, l’atmosfera di terrore fa sì che le pagine brucino rapidamente sotto gli occhi del lettore, con un finale dove lo scioglimento avviene, ma l’atmosfera resta scura e tenebrosa quanto la copertina. 

Alcuni dettagli mi hanno suscitato qualche perplessità. Prima di tutto, il titolo, che nel testo si ritrova quasi subito, al capitolo 2, dove Castello “…non riusciva a scacciare quella triste verità di sentirsi un fallito che dava vigore alla sua parte più brutta”.
Messo così al principio, e con uno spunto così vago, nel corso della lettura ci si chiede il motivo di questo titolo; poi verso la fine al capitolo 40 l’espressione la si ritrova e molti dubbi si sciolgono, scoprendo la ragione di un “chiaro-scuro” così netto, che dipinge in effetti l’anima dei personaggi e si riverbera su tutta la storia.

La narrazione a tratti pare concentrarsi su dettagli che all’autore sembtrano chiari, ma a chi legge meno: per esempio, mi è rimasto oscuro il motivo per cui al cap. 19 l’ispettore e chi collabora con lui si concentrino su una Opel Astra blu, registrata da una telecamera di sorveglianza, senza un motivo apparente, forse a causa di un taglio editoriale?

Più avanti, ci sono scene separate nel testo da tre asterischi, dove il punto di vista dell’ispettore nella narrazione in terza persona viene sostituito da quello di altri personaggi; ad esempio, al cap. 31 dove interviene il pescatore Giovanni a narrare un flash back risalente a molti anni prima, e poi a seguire si passa a seguire le vicende di alcuni bimbi che poi si riveleranno cruciali; forse con qualche accorgimento aggiuntivo il lettore avrebbe potuto essere un po’ più “accompagnato” a seguire la storia, che in questi punti si fa un po’ fatica a seguire.

Nel complesso, il testo si lascia divorare in breve tempo, lasciando forti impressioni, e in particolare dipingendo un protagonista, Carlo Castello, che risalta in modo vivido con le sue particolarità ed esperienze che ne hanno fatto una figura complessa e piena di segni indelebili. I temi trattati, in particolare la violenza sulle donne, la malattia mentale e le conseguenze dei traumi infantili, sono approfonditi con crudezza, e insomma, al netto degli aspetti sopra elencati il lavoro presenta diversi tratti interessanti e ne risulta consigliabile la lettura.

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INTERVISTA


Come mai hai deciso, in un romanzo di esordio, di creare un protagonista poliziotto che si trova già alle soglie della pensione? Questa chiaramente è una fattispecie che condiziona pesantemente la natura del personaggio, in relazione al suo lungo vissuto in polizia, tuttavia nei cliché abituali del genere rappresenta una cosa insolita, in quanto riesce difficile pensare alle puntate successive. Anche se, ad esempio, Simenon a un certo punto della serie ha mandato in pensione Maigret e poi lo ha fatto continuare a svolgere indagini, anche per aiutare il nipote che nel frattempo era entrato al Quai Des Orfevres.

Innanzitutto voglio ringraziarti per avermi dato l’opportunità di dire qualcosa di più sui miei personaggi. Ma non di meno tengo a dirti grazie per aver bevuto a piene mani da questo libro. La mia idea era quella di creare un protagonista che incarnasse un ideale di giustizia ma senza cadere nello stereotipo dell’eroe. Carlo Castello ha un intenso e lungo passato alle spalle e sebbene sia giunto il suo momento di godere del giusto riposo, ancora una volta antepone la salvezza degli altri a sé stesso e alla sua famiglia. Nonostante ciò, Castello è un essere umano e come tale tormentato dal dubbio e dal senso di colpa. Un poliziotto, certo, ma soprattutto un uomo che deve convivere con errori e scelte che, ovviamente, hanno generato delle conseguenze, alcune delle quali terribili. La sua determinazione non può che essere di ispirazione per coloro che gli sono vicini e che lo supportano sia nella vita sia nell’indagine. Infatti, nonostante la fatica, nonostante la possibilità di ritrarsi, lui ha scelto di resistere.

E così vengo alla seconda domanda: Anche tu hai già pensato a sviluppi successivi in cui Carlo Castello indaghi nonostante sia già pensionato?

Sì, mi piacerebbe dare l’opportunità a Carlo Castello di riscattarsi in un futuro romanzo, anche se dovrà vederlo protagonista di una nuova indagine in abiti civili. Data la sua uscita dalle forze dell’ordine e l’età avanzata, potrebbe addirittura pensare ad arrivare a lasciare in mano a un erede ideale il suo stendardo di giustizia.

Altro punto, che riguarda il titolo: In che termini hai pensato che “La mia parte più bruta” rappresentasse in pieno il messaggio portato dal romanzo? Ti riferivi più al protagonista, e al suo vissuto carico di sensi di colpa per le vittime che non era riuscito a salvare nel corso della sua carriera, come accennato al capitolo 2, oppure più in generale a una complessità dei personaggi, che (ma non voglio farti spoilerare troppo!) viene a rappresentare un vero e proprio disturbo schizoide della personalità?

Ognuno dei miei personaggi ha una propria parte più bruta, come un’oscurità che assume una diversa natura a seconda della vita che abita. Qualcuno è costretto a soccombere a essa a causa di una malata. Altri hanno la possibilità di guardarsi dentro e di tenere lo sguardo piantato sul proprio abisso personale che nel caso di Carlo è il senso di colpa. Tra le persone che popolano il mio romanzo c’è chi è riuscito a venire a patti con questa parte più brutta scoprendo che accettarla significa accettare sé stessi. Non tut però hanno avuto questa forza: hanno nascosto, temuto o addirittura alimentato la loro oscurità diventando così l’immagine del proprio buio interiore.

Andrea Giuliano Ion Scotta 


Classe 1990, Andrea Giuliano Ion Scotta è nato a Genova dove vive e lavora. Si è laureato in Scienze Pedagogiche dell’educazione, curriculum in sicurezza sociale. È stato pizzaiolo, educatore, impiegato nelle risorse umane per un’azienda di navigazione. Attualmente lavora come buyer per una fondazione di ricerca.Durante il liceo, Ion Scotta ha sfogato la passione per la scrittura componendo testi di canzoni per la band rock di cui era membro, i Mad Jester. Terminate le superiori ha abbandonato la chitarra, ma non la penna. Nel 2018 ha iniziato una collaborazione con il magazine online Discorsivo.it scrivendo recensioni per la sezione di letteratura. Al Concorso Ceresio in Giallo 2021 si è classificato tra i primi venti nella sezione racconti inediti ambientati su un lago ed è stato pubblicato nell’antologia “Laghi e Delitti 2”, edita da Fratelli Frilli Editori.