La signora Bauhaus




Recensione di Francesca Mogavero


Autore: Jana Revedin

Traduzione: Alessandra Petrelli

Editore: Neri Pozza

Pagine: 304

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2020

 

 

 

 

 

Sinossi. Germania, maggio 1923. La ventiseienne Ise Frank siede tra i banchi dell’Università tecnica di Hannover, sebbene non sia un architetto, né tantomeno una studentessa di quell’ateneo. Ise, che lavora come libraia, giornalista e critica letteraria a Monaco, si trova lí su insistenza di un’amica, Lise, per assistere all’insolita conferenza in programma quel giorno. Sul palco c’è un uomo con un vestito di lana pettinata grigio scuro, un papillon di seta bordeaux e un portamento da capitano di cavalleria. Si chiama Walter Gropius ed è il fondatore del Bauhaus, una scuola di arte e architettura il cui obiettivo principale è quello di operare una conciliazione tra arti ed artigianato in un nuovo linguaggio legato alla produzione industriale, impostando nuovi canoni estetici per l’architettura e il design moderni. Colpita dall’audacia con cui Gropius espone il suo innovativo progetto e affascinata dall’idea che l’architettura possa essere una missione creativa e al tempo stesso sociale e persino politica, Ise si ritrova, nei giorni successivi, a ripensare spesso a quell’uomo dal piglio ribelle e dagli occhi da volpe. Grande è, perciò, il suo stupore, quando due mesi dopo Walter Gropius si reca a Monaco per incontrarla e invitarla all’inaugurazione della prima mostra del Bauhaus, prevista per il 15 agosto a Weimar. Da quel momento la vita di Ise è destinata a cambiare per sempre. Sposando Gropius, nell’ottobre dello stesso anno, Ise sposa anche il progetto del Bauhaus, divenendone la principale sostenitrice e lavorando instancabilmente per la sua promozione, al punto da meritare l’appellativo di «Signora Bauhaus». Nonostante le preoccupazioni economiche, gli intrighi accademici e la caduta della democrazia nella nascente Germania nazista, il sodalizio tra Ise e Walter resterà saldo, permettendo al Bauhaus di continuare la sua attività oltreoceano. Con una prosa ricca ed evocativa Jana Revedin riporta brillantemente in vita l’atmosfera degli anni Venti, raccontando, attraverso la straordinaria vita di Ise Frank, un emozionante capitolo della storia contemporanea.

 

Recensione

Si dice che Guido Gozzano, prima di incontrare gli occhi della Medusa Amalia Guglielminetti, si sia innamorato di una sua poesia.

Ma è possibile innamorarsi di un’idea?

Ise Frank ha giurato a se stessa che Mai si sarebbe sottomessa a una cosiddetta ‘idea’, astratta e infinita, inafferrabile e sconfinata”, eppure, nell’aulico salone delle feste dell’Università tecnica di Hannover, la sera del 28 maggio 1923, quel progetto raccontato dapprima in modo pomposo e confuso, e poi via via appassionato, con la furia di un felino che difende la prole, le ruba il cuore. E si sente a casa. Anzi, in una casa-cantiere, la casa che si occupa di costruzioni”, che è rifugio e palestra, laboratorio in cui sperimentare e mettersi alla prova e nido, approdo e meta. Perché così è l’amore, scommessa e accoglienza, abbraccio e soffio sulle ali.

E così è il Bauhaus, la concezione artigianale di una nuova architettura, che sia estetica, ergonomia ed esperienza delle gilde medievali, che garantisca accessibilità, attenzione all’ambiente, ai materiali, alle esigenze contemporanee, ma resti legata allo spirito antico e alle mani.

Amare Walter Gropius, uomo già di seconda mano, uomo di tutte e di nessuna, che si sente vecchio ed è un eterno bambino, è un effetto collaterale e connaturale, una conseguenza patologicamente umana: le idee si possono amare, sì, ma il sentimento è legato anche alla carne e al l’incarnazione, alla concretezza di due mani grandi, di uno sguardo ceruleo e un carattere incostante.

Ise, redattrice, libraria e critica letteraria, abbandona un’esistenza solitaria ma soddisfacente per un sogno, per un’istituzione multidisciplinare, per uno spazio sempre aperto, una serie di porte e finestre trasparenti, spalancate, da cui osservare una distesa di betulle o di pini, una foresta di nuove possibilità, dove l’orizzonte si spinge sempre oltre. Abnegazione, lavoro indefesso, entusiasmo necessario che la ricompensano a modo loro: Qui tutti mi chiamano ‘signora Bauhaus’ potrà infatti scrivere la nostra protagonista al marito sul treno Colonia-Parigi, nel settembre del 1924, inuno dei suoi viaggi per garantire sede e sostegni alla visione.

L’idea infatti è fluida e, come un’amante in cerca della propria metà, trova in Ise devozione e protezione, impegno e cieca fedeltà, trasferendosi, di fatto, da Gropius a lei: sull’altare, o, per meglio dire, sui tavoli da lavoro, del Bauhaus la signorina Frank, poi signora Gropius, sacrificherà aspirazioni giovanili e risorse, tempo e maternità.

Nella sua missione, però, non sarà sola: l’incontro con la brillante Irene dal profumo inconfondibile segnerà una tappa fondamentale, l’inizio di una lunga sintonia di anime affini e connesse, il buon Breuer saprà sempre sorprenderla con invenzioni e spiegazioni precise, la suocera Manon, donna straordinaria, sarà madre, amica e punto di riferimento, gli allievi della scuola i figli eletti e seguiti con premura e attenzione.

Una banda sgangherata, chiassosa e in perenne bancarotta, un circolo troppo colorato, internazionalista e intellettuale in un mondo che vira al nero: una stagione destinata a finire, una compagnia gitana che non può fermarsi per sempre in uno spazio sempre più stretto e limitato. Occorre “lasciar andare. Ma non prima di aver scattato una big picture”, di un’ultima uscita sul palco che renda tutti immortali.

Jana Revedin, riprendendo la definizione di Alfons Paquet, scrive di figure che assomigliano a persone reali”, di donne e uomini di altri tempi e altri luoghi, ma ha il potere quasi medianico di restituirceli intatti, vivi, tangibili nei loro pregi e difetti. Perché anche questo è amore: trovare per caso (ma sarà un caso davvero?) una storia, un frammento biografico, e infonderle nuova linfa.

A cura di Francesca Mogavero

https://www.buendiabooks.it

 

 

Jana Revedin


nata nel 1965 a Costanza, è un architetto e una scrittrice. È autrice di opere di riferimento di teoria architettonica e si è specializzata nell’architettura riformatrice del modernismo. Dopo aver studiato a Buenos Aires, Princeton e Milano, ha conseguito il dottorato di ricerca allo IUAV di Venezia. Oggi è professore ordinario di architettura e urbanistica all’Ecole spéciale d’architecture di Parigi. Vive a Venezia e a Wernberg, in Carinzia.

 

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