L’eresia del Cannonau




Recensione di Angela Giusti


Autore: Gesuino Némus

Editore: Elliot Edizioni

Genere: Thriller

Pagine: 192

Anno di pubblicazione: 2019

 

 

 

 

 

Sinossi. Nei giorni in cui l’ultima coda dell’estate lascia la Sardegna orientale, a Telévras una bambina di dieci anni sparisce nel nulla. Non parla, teme il latrato dei cani e le urla degli uomini, ed è nera, come i suoi genitori, venditori ambulanti di passaggio in terra sarda. Tutta la comunità si stringe solidale alla famiglia nelle ricerche: dal maresciallo Ettore Tigàssu al mitico centenario Aedo Pistis, fino agli sgangherati avventori della mescita del paese, devoti al vino Cannonau. Un microcosmo a cui il lettore avrà accesso a poco a poco insieme al personaggio dello “straniero”, al suo primo incontro (e scontro) culturale con la gente del posto: Ferruccio, milanese, che ha finito di scontare ventisei anni di prigione e deve riprendere confidenza con il mondo. Nel nuovo romanzo di Gesuino Némus ambientato nella immaginaria – e ormai leggendaria – Telévras, nel cuore dell’Ogliastra, il mistero si dipana percorrendo vie mai battute, itinerari irrazionali, in un baccanale di cibo, vino, gioia di vivere e tradizioni sacrileghe.

 

 

 

Recensione

“Il mare è verità. È mamma che ha sempre ragione.
Il Cannonau è babbo. Cerca scuse, trova scorciatoie.”

Tutti a Telévras conoscono la storia dell’origine del Cannonau:  il centenario Aedo Pistis non si stanca mai di ripeterla e i concittadini lo lasciano raccontare, anche se la conoscono a memoria. Fu grazie a “un vandalo, un ladro e un assassinio” che noi oggi possiamo sorseggiare quel vino scuro grande vanto della regione sarda.

Per questo forse a Telévras il Cannonau non è solo un dogma, ma anche un’eresia, perchè la sua genesi  è di per sè eretica. Paradiso ed inferno nello stesso vitigno.

Rappresenta la fonte di reddito più ingente per gli abitanti del paese, ma, allo stesso tempo, assume anche tratti “pericolosi” data la dipendenza che crea e la gradazione alcolica di cui si compone. Le conseguenze oscillano tra la “fertile malinconia” e una lucida follia. Sì, perchè la follia è fondamentale per raggiungere la verità e, perchè no, anche la felicità.

Anche questa volta Gesuino Némus  dà prova di grande stile: nell’Eresia del Cannonau, riesce a descrivere la realtà di una pese sardo in modo pedagogico, da manuale. La scrittura, fluida e impreziosita da numerose espressioni dialettali, porta ad una immedesimazione spontanea: camminiamo con i personaggi tra i tàcchi, siamo quasi dentro al bar di Samuele (Cannonau & Basta) a cantare e sorseggiare litri di Cannonau e mangiare salsiccia e pecorino, quasi ne percepiamo l’odore nel naso e il sapore nel palato. Ci viene fame e sete, ci viene voglia di guardare il mare all’orizzonte e respirarne l’odore portato dal vento.

Telévras è un paese fittizio, dove realtà rurale e contemporanea si uniscono in un immaginario onirico eppure molto realistico. In questo microcosmo ritroviamo molto di un qualsiasi paesino dell’entroterra sardo, dove gli abitanti vivono di ciò che producono, sono spesso ospitali con gli stranieri, e testardi come muli.

Forse anche un po’chiusi, come l’attempato Aedo Pistis, uno dei personaggi meglio costruiti del romanzo, coriaceo vecchietto che non si nega al Cannonau e non nega filippiche e aneddoti triti e ritriti in quella che viene giustamente definita l’agorà, ovvero la piazza del paese.

È evidente  la passione dello scrittore per la sua terra natìa. Un passione totale che ti ripaga dell’amore ( come dice Marta “una terra che ti può curare se la sai amare”), e che accetta anche gli aspetti meno nobili dell’animo umano.
Non è un caso infatti che due dei personaggi siano ex detenuti e che nel paese sia una prassi commettere piccole/medie infrazioni a cui i tutori della legge sono soliti chiudere un occhio, per quieto viVere. In questa terra onirica anche le divergenze sono appianate: marescialli e baristi, ex detenuti e contadini, folli e meno folli, bianchi e neri, tutti, davanti ad un bicchiere o due di Cannonau, assumono gli stessi tratti, lo stesso valore.

Allo stesso modo,  non è un caso che uno dei protagonisti -Ferruccio- sia stato in carcere per sequestro di persona e che trovi la sua redenzione proprio in terra sarda, in anni passati tristemente famosa per i sequestri.

Uno dei dettagli più interessanti delle sua arte narrativa è la fusione di stili: da prosaico a moderno, da aulico a gergale, Gesuino, con un tocco soave, leggero, da maestro, gioca con la lingua italiana, latina, e, ovviamente, quella sarda. Il suo è un linguaggio acculturato, ricco, che non smette mai di divertire e stupire.

Il risultato è un testo fluido, sagace, salace, triviale ed aulico dove trovano spazio le dicotomie umane rappresentate, in primis, dal personaggio suo omonimo (il suo alterego) che non appare se non sottoforma di flusso di coscienza eppure gioca un ruolo fondamentale. Gesuino Nèmus-personaggio è un reietto, mezzo genio e mezzo scemo, che non parla, ma dice molto e quando parla, non lo fa mai per caso.

Ha un cane che lo rappresenta perfettamente:  non è addomesticato, ma ha la sua personalità, l’hanno soprannominato Bregù che in sardo significa Vergogna, ma alla fine, è l’unico che sa la verità.

È approdato tardi alla scrittura Némus, a quasi 60 anni, ma siamo grati che lo abbia fatto.

Quindi, forza,  Ghetta tassa, versa un altro bicchiere.

 

 

Gesuino Némus


è il nome d’arte di Matteo Locci, nato a Jerzu, nella provincia di Nuoro nel 1958. Dopo aver cambiato innumerevoli mestieri, esordisce nella narrativa nel 2015 con “La teologia del cinghiale” aggiudicandosi il Premio Campiello nella sezione Opera Prima,  arrivando in finale al Premio Bancarella e vincendo il Premio John Fante.Con il suo secondo romanzo, I bambini sardi non piangono mai, pubblicato l’anno successivo, ha vinto la XVII edizione del Premio Fedeli.

 

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