Menodramma




 Menodramma

di Maria Castellitto

Marsilio, 24 Gennaio 2023

Narrativa, pag. 160

Sinossi. Londra è una miniera di notte e un cantiere di giorno. Tra i suoi ponteggi e i suoi tunnel, Duna si è laureata in Filosofia nell’università più illuminata d’Inghilterra, e ora legge sceneggiature o quasi sceneggiature: quasi legge, anzi, più che altro immagina. Nonostante sia molto giovane, Duna ha già una vita di prima. Tra la vita di adesso, seduta a una scrivania davanti a un collega più grande che le si rivolge in modo gentile e che di certo la ama, e la vita di prima a Roma, seduta in un’aula scolastica o su un motorino in compagnia di Veronica, c’è un proiettile la cui vittima non è ancora decisa. Duna voleva scrivere un romanzo, ma ha smesso. Il protagonista era un ragazzo vestito da pagliaccio armato di mannaia. Forse non era uno sconosciuto. Duna gioca con Alexander, un amico geniale e lunatico ricoverato in una clinica psichiatrica: si parlano attraverso gli slogan pubblicitari. E cammina, Duna, per Londra, cammina trascinando la sua bicicletta. Il suo disincanto è devoto all’idea di dimostrare che gli altri esistano e non ci abbandonino. Duna incontra un giovane e famoso cantante, Clement. Si innamorano, solo che il lieto fine, nelle favole come nella vita, dipende sempre da dove smetti di raccontare la storia, e qui non si sono fermati in tempo. Se non fosse che, tornando da una festa alla quale era andata con lui, Duna, attraversando il ponte dei Frati Neri, nella notte in cui più intensamente di altre medita il suicidio, incontra un uomo. E l’uomo ha una pistola. Tra la vita di adesso, a Londra, senza più un amore, e la vita di poi, ancora a Londra (ma chissà per quanto), ci sono quel proiettile e la sua vittima. E non c’è nulla nel mondo che possa farci cambiare: non c’è nulla negli altri, ci siamo noi.


Recensione di Sara Zanferrari

Il titolo è già di per sé evocativo: menodramma. Su questo “meno” il senso del romanzo? Sarà un dramma o meno?

Siamo a Londra, città multilingue, multirazziale, multitutto.

La giovane protagonista, Duna, riecheggiante l’autrice, vaga di notte, come molti altri giovani, per questa città, sulla quale il Blackfriars Bridge incombe come il centro di un ipotetico buco nero, black appunto. Notti lunghe, piene e vuote allo stesso tempo, fuga nella fuga.

Notti come tagli nel noioso piano sequenza della vita quotidiana, notti di avventure e di tragedie sfiorate ma mai consumate fino in fondo, notti in cui il segreto umano è un dolore che quando affiora fa soltanto ridere, notti che partono leggere: gli studenti hanno sempre qualcosa da bere e qualcosa da ridire, si sentono vivi e fanno sembrare facile avere sia uno spirito che un corpo. Ma la certezza di trovarsi nel cortile giusto al momento giusto rischia di farli diventare contenitori per luoghi comuni. La maggioranza li odia e li invidia: chi è senza un futuro invidia chi si permette d’essere senza un passato per il solo gusto di pensarsi nuovo.

Notti di giovani vaganti e un ponte che chiama la protagonista a guisa di sirena, attraendola verso le acque che scorrono sotto le sue storiche arcate. Un ponte dal quale si dice molti si siano gettati.

Anche Duna medita il gesto, apparentemente senza un vero perché. Così, per fare, per vedere l’effetto che fa. È vero, ci sono state delle tragedie nella sua vita: ha perso Veronica, la cui amicizia viene raccontata attraverso scene di ragazzine, un racconto descritto da un occhio molto cinematografico, dove scorgere e immaginare alla perfezione setting e dettagli. È vero, la sua giovane vita sembra scorrere incerta, fra qualche pasticca allungata da amici depressi, un po’ di polverina, alcol, sostanze varie che a noi agée fanno storcere il naso, ci paiono poco plausibili, a meno di avere figli di una certa età e di conoscerne realmente i sentimenti che si annidano nel loro girovagare notturno dei fine settimana. Qui, a piedi, nella capitale inglese. Così come in qualunque altro strappo spazio-temporale.

Amori consumati a casaccio, rimpianti, incertezze di un crescere in un mondo che non ti vede. E in tutto questo un amico stravagante, Alexander, forse troppo geniale, non regge il sistema o il sistema non regge lui, è in clinica psichiatrica, e lei è l’unica amica che lo va a visitare e trascorre con lui il tempo a giocare con le parole, con gli slogan pubblicitari, con i se e le possibilità. Forse Alex non è matto, o forse sì, o piuttosto lo è questo mondo bastardo.

C’è molto spleen in Duna e in Menodramma: malinconia, insoddisfazione, noia. La ricerca di una ragione, il sospiro stizzito del fastidio che non si può spiegare. La ricerca di senso.

Fino a che, ecco, come sempre, sempre e immancabilmente (grazie a Dio, vien da dire) il “caso” ci mette lo zampino, spariglia le carte, modifica tutto in modo inaspettato. Una notte Duna è sul “suo” ponte, una notte che è più decisa di altre a farla finita, un uomo la afferra per un braccio e in mano ha una pistola.

Cosa succederà fra lui e Duna, cosa si diranno, cosa sarà dopo quella notte unica e irripetibile, è il cuore del tutto e del romanzo di Castellitto, un cuore da scoprire unicamente attraverso la lettura, per non privarsi della scoperta di come un evento modificherà completamente il corso della storia.

Una scrittura che si legge veloce, pulsante come la vita che scorre e chiama nelle vene di questi giovani del XXI secolo. Uno spleen che li divora, completamente diverso eppure assolutamente identico a quello che consumava i noti artisti ottocenteschi, perché la difficoltà di essere giovani è sempre quella, le domande sempre le stesse, il dubbio che l’unica salvezza, l’unica liberazione dallo spleen possa essere la morte è sempre lo stesso dubbio.

Cosa succederà a Duna? Cosa farà?

Vi invito a scoprirlo!

C’è stata molta attesa per questo esordio della seconda figlia di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini. Figlia d’arte, senza dubbio, in molti si sono scagliati contro il privilegio del censo. Personalmente credo che un libro vada giudicato unicamente leggendolo. E proprio le critiche mi hanno convinta ad approfondire. Felice di averlo fatto.

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Maria Castellitto


Maria Castellitto, nata l’8 luglio 1997, è la seconda figlia di Sergio e Margaret Mazzantini. Dopo il diploma di maturità conseguito a Londra al Chelsea Independent College, ha proseguito i suoi studi in Psicologia per poi laurearsi in Filosofia alla School of Oriental and African Studies nel 2019. Ha collaborato a diverse testate online con articoli su cultura e politica e ha lavorato come script editor presso una casa di produzione cinematografica. Menodramma è il suo esordio nella narrativa.

A cura di Sara Zanferrari

 poesiedisaraz.wordpress