Quel che affidiamo





Recensione di Marina Morassut


Autore: Laura Imai Messina

Editore: Piemme

Genere: Narrativa

Pagine:  248

Anno di pubblicazione: 2020


Sinossi. Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell’aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent’anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto prudente di sé. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall’uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c’è più. E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che è un vero miracolo l’amore. Anche il secondo, anche quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene. Laura Imai Messina ci conduce in un luogo realmente esistente nel nord-est del Giappone, toccando con delicatezza la tragedia dello tsunami del 2011, e consegnandoci un mondo fragile ma denso di speranza, una storia di resilienza la cui più grande magia risiede nella realtà.

Recensione


Ci sono romanzi che meritano un’attenzione speciale e il cui solo parlarne rischia di rovinare l’opera stessa, che andrebbe semplicemente letta ed interiorizzata, per la delicata melodia che effonde e che permea i pensieri nei giorni successivi alla conclusione della lettura stessa.

É in punta di piedi quindi e con una commozione particolare che mi accingo a condividere con Voi alcuni punti salienti, ricordando sempre che la vita è innanzitutto una questione di delicata ma continua volontà, come sottolineato dall’autrice.

Devo innanzitutto precisare che seguire l’autrice sui social e poi leggere il suo romanzo è stato un po’ come mancare la sorpresa – non tanto della trama, quanto dell’accurata, fluida e poetica scrittura, oltre all’attenzione quasi maniacale per l’uso dei sostantivi – e al contempo ritrovare una sorta di sorella maggiore con un discorso iniziato e mai concluso, nella speranza sia possibile rinnovare questo continuum con il suo prossimo ed attesissimo romanzo, considerate le traduzioni in diverse lingue di quest’ultimo romanzo ed  i più che positivi riscontri, per esempio sulla pagina culturale del Sunday Times. 

Dicevamo: difficile parlarne con proprietà, forse anche perché parlare della morte non è mai facile, che ci riguardi privatamente o che sia una tragedia di più immani proporzioni, come ad esempio il terremoto del Tohoku, con epicentro in mare e conseguente tsunami del 2011, in Giappone, che costò la vita a circa ventimila persone, tra morti e dispersi.

da qui parte l’autrice, che ci racconta una storia corale di perdite, ma soprattutto di una dolorosa e consapevole lotta per la sopravvivenza dell’anima, che in queste acque assassine si è smarrita, restando aggrappata ai propri cari.

E’ la storia di Yui, una giovane trentenne speaker radiofonica, che non può lasciare andare la madre e la figlioletta, morte abbracciate insieme. E’ la storia di Takeshi, medico, che ironicamente ha perso la moglie Akiko per una malattia e la cui figlioletta è resa muta da questo immenso e indescrivibile dolore, che nessuna parola potrebbe quietare.

E’ la storia di Shio, ma anche la storia di un ragazzino che ogni sera legge ad alta voce il giornale al nonno, ed ancora è la storia della mamma che ha perso tre figli nello tsunami e che non si rassegna al silenzio e allora parla, parla… E’ la storia di.

Ma è soprattutto la storia del Telefono nel giardino di Bell Gardia, sul fianco scosceso della Montagna della Balena, a nord-est del Giappone, dove ci si reca per entrare in una cabina telefonica e sollevare il pesante apparecchio telefonico che non è collegato ad alcuna linea, per entrare in comunicazione con se stessi ed i propri cari, per poter urlare, dire e sussurrare poi quello che la vita non ci ha consentito di urlare, dire e sussurrare loro, in vita.

Il libro si apre e si chiude così, con Yui che tenta di difendere a costo della propria vita il Telefono nel giardino di Bell Gardia, mentre è in arrivo un violento uragano. Lei, che con tutte le volte che ci è andata, non è mai riuscita ad entrare nella cabina e sollevare quel pesante microfono per poter parlare con la madre e la figlioletta, ma che ha sempre preferito passeggiare nel giardino e bere un tea con Sasaki Itaru e la moglie, gestori di questo luogo di pace e di resilienza. Lei che qui ha incontrato Takashi, durante la sua prima visita. E con il quale dopo qualche anno può pensare di ricostruire una vita, una famiglia, una nuova felicità che nasce per entrambi da un dolore immenso. Lei, che in questo luogo ha sfiorato altre anime perse.

E’ un prologo ed insieme anche un’impalpabile chiusa, che predispone all’ascolto del cuore della storia che sta per iniziare e al contempo la conclude, perché solo dopo che lo si è accolto, questo devastante dolore che ci traghetta attraverso l’incredulità, la rabbia, il dilagante senso di fine ed in conclusione verso una stanca accettazione, solo dopo possiamo pensare di ripartire e tentare di costruire una nuova vita, perché “la gestione del lutto possa trasformarsi in un’occasione di manutenzione della felicità”.

E in mezzo a tutto questo, non solo metaforicamente, c’è l’avventura che la scrittrice tesse per noi, intervallando vite, frasi poetiche, dolori vecchi come il mondo e giovanili entusiasmi, viltà comuni che possono essere alleggerite solo con l’aiuto dei propri cari e gioiosi attimi di splendida e consapevole volontà di vivere, con rappresentazioni della vita quotidiana che qui in grazia a Laura Imai Messina acquistano il sapore della letteratura, di ciò che noi stessi viviamo, seppur con esperienze diverse e che non siamo in grado di raccontare in modo universale. 

Questo romanzo è sì lieve come una piuma, ma al contempo scava una scia profonda dove potersi nascondere ed aiutati dal tono gentile e delicatamente cadenzato usato dall’autrice, possiamo correre tra i crepacci della nostra anima, dove i lutti sono rimasti irrisolti, dove abbiamo urlato silenziosamente il nostro dolore, senza poter arrivare poi a dire e sussurrare, e senza essere stati in grado di farci ascoltare finanche dai ns cari, che hanno patito lo stesso dolore.

E forse proprio per questo motivo noi non vorremo farci cucire l’ombra dalla Wendy di Barrie, come qualcuno ha ipotizzato, ma al contrario avremo bisogno di qualcuno che con pazienza scucia i punti che con il tempo abbiamo intessuto e lasci andare per conto nostro l’anima di chi non c’è più e che rimane impigliata in noi, senza potersene andare, ma costretta a rivivere sempre le stesse scene nei meandri della nostra mente.

Per questo, Laura, il nostro grazie per la tua splendida storia.

A cura di Marina Morassut

libroperamico.blogspot.it

 

Laura Imai Messina


è nata a Roma. A 23 anni si è trasferita a Tokyo dove ha conseguito un PhD presso la Tokyo University of Foreign Studies. Insegna in alcune delle più prestigiose università della capitale. Ha esordito con successo nel 2014 con “Tokyo Orizzontale” (Piemme). Nel 2018, sempre per Piemme, è uscito “Non oso dire la gioia” e per Vallardi il best-seller “Wa, La via giapponese all’armonia”. Nel 2020 pubblica “Quel che affidiamo al vento” (Piemme), proposto per il Premio Strega 2020 da Lia Levi, con questa motivazione: «”Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto.” Mi scuso per la citazione (è di Babel) ma vi assicuro che mi si è veramente affacciata alla mente, mentre leggevo, con crescente emozione, il libro di Laura Imai Messina. La storia parte da un fatto reale. In un giardino situato all’interno di uno dei luoghi più colpiti dallo tsunami del 2011 (siamo ovviamente in Giappone) qualcuno ha installato una cabina telefonica che custodisce un vecchio telefono nero. Non ha fili questo telefono, è collegato con il nulla. È li però che affluiscono migliaia di persone ansiose di parlare attraverso quell’apparecchio con i propri cari scomparsi. Il loro messaggio sarà il vento a trasmetterlo. È da questo commovente fenomeno che Laura Imai Messina ha tratto ispirazione letteraria. Quando si tocca il tema delle cadenze del dolore e della “guarigione” dal dolore si sfiora sempre il rischio che possa uscire una sorta di manuale consolatorio in stile new age. Niente di più lontano dalla prova di finezza psicologica e grande scrittura che ha saputo realizzare questa autrice italo-nipponica. Ne è venuto fuori un testo schivo e poetico, dove la tragedia che ha colpito i due protagonisti e il loro risveglio alla vita, è raccontato attraverso piccoli tocchi incisivi del quotidiano che centrano l’obbiettivo molto più di una sia pur tragica visione di insieme. Imperdibile per “trafiggere” le scene con cui, attraverso rapidi flash ci viene presentato “il mostro”, lo tsunami figlio dell’apocalisse che, al passaggio, fa strage indistinta di cose, persone e “voglia di vita” di chi ce l’ha fatta a scampare.»

 

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