Sommersione




Recensione di Sara Zanferrari


Autore: Sandro Frizziero

Editore: Fazi Editore

Genere: narrativa

Pagine: 190

Pubblicazione: febbraio 2020

 

 

 

 

 

Sinossi. In fondo all’Adriatico, a nord, esistono isole filiformi che separano il mare dalla laguna veneta. In una di queste esili terre Sandro Frizziero ha trovato il suo tesoro. Non un forziere di zecchini d’oro, ma qualcosa di infinitamente più prezioso per un romanziere (e dunque anche per noi lettori): uno scrigno di passioni brutali e primarie, di ipocrisia, maldicenza, invidia, avidità; vale a dire, tutti i sinonimi dell’amore malinteso. Sommersione racconta la giornata decisiva di uno dei suoi abitanti – un vecchio pescatore – forse il più odioso; certamente quello che sa come odiare più e meglio di tutti gli altri: la vicina con il suo cane; la moglie morta; la figlia a cui interessa solo la casa da ereditare; i vecchi preti dementi ricoverati in un ospizio; qualche assassino e qualche prostituta; i devoti di un antico miracolo fasullo, inventato per coprire una scappatella; i bestemmiatori che spesso coincidono con i devoti; i frequentatori della Taverna, unico locale dell’Isola oltre all’American Bar, ma di gran lunga preferibile perché «all’American Bar non c’è ancora un sufficiente livello di disperazione». Su tutto ciò il vecchio pescatore ha rancori da spargere, fatti e fattacci da ricordare; e però gli resta da fare ancora qualcosa che sorprenderà gli abitanti dell’Isola, lettori compresi.

«Non sei più sicuro di niente. Anzi, sai che il diavolo ce l’hai proprio in corpo e con il diavolo ti tocca conviverci. Sai che l’inferno è in questa terra, non ci sono dubbi, e l’Isola ne è una sorta di succursale; una filiale dell’Ade per gente di mare».

 

Recensione

Un romanzo ruvido, che ti dà una piccola scartavetrata al cuore e alla pelle, che poi ricresce un po’ più nuova, un po’ diversa da prima, ma non è più la stessa e ti ritrovi diverso da com’eri prima di leggerlo (che poi è quello che forse dovrebbero fare i libri ai lettori).

A farlo, il sapiente lavoro di carta vetrata, è un giovane autore come Sandro Frizziero, che per bocca di un pescatore vecchio e disilluso, così sbattuto dalla durezza della vita come le onde del suo mare che sbattono le barche senza troppa grazia, ci sbatte in faccia a sua volta una crudeltà rabbiosa, un disincanto truce e quasi perverso, dal parere quasi impegnarsi nel rendersi il più possibile antipatico agli altri abitanti dell’Isola, così come ai lettori di questa storia di “sommersione”.

In realtà si tratta “semplicemente” di un uomo fiaccato dal lavoro duro e dall’ignoranza, da una vita così comune al vissuto di moltissimi Veneti in epoca non troppo lontana: i pescatori così come icontadini, poveri e ignoranti, la differenza sta nella materia (acqua vs. terra), ma la fatica amara e la fame sono le stesse. Un pescatore che è un’icona, privo persino di un nome proprio, così come l’Isola, a rappresentare ogni suo simile e tutte le isole dalla stessa sorte anfibia.

Potremmo essere portati a pensare inizialmente ad altri pescatori e storie di mare della letteratura del secolo scorso, da Verga a Hemingway, a Melville a tratti (e il Baricco di “Oceano mare”?). Ma le ossessioni del pescatore sono solo sue, e l’atmosfera dell’Isola pure, un romanzo che quindi ha un carattere unico e proprio, non assimilabile ad altri, e forse sta qui la sua bellezza un po’ amara.

Può suscitare una forte antipatia, il pescatore privo di futuro e redenzione, tanto autentico quanto disturbante, o se piuttosto suscitasse pena, se sapremo leggere al di là delle sue imprecazioni, maledizioni, bui segreti e ostinati rancori, ignoranza e malvagità quel che è sicuro è che non lascerà indifferenti.

Un’icona di un passato non troppo lontano, di un’isola un po’ familiare tra vizi e virtù dei suoi abitanti, i vecchi all’osteria, le liti fra vicini, il parroco e le parrocchiane che chissà cosa fanno e dicono quando si ritrovano fra loro, la marea che sommerge il piano terra delle case e trascina nelle strade alghe, sporco, carcasse di animali, vivi, morti, putrefazione. Un’isola molto meno amena di come quelli della Terraferma amano pensarla e descriverla, loro, che in ogni caso, a sera se ne tornano da dove sono venuti.

Il destino anfibio dell’Isola non ha nulla di poetico, a differenza di quanto pensano alcuni borghesucci della Terraferma e gli artistoidi che scelgono questo luogo per imbrattare le loro tele. Quando gli effetti della luna e del sole si sommano, la bassa pressione preme con più forza sugli uomini quasi a volerli schiacciare e la marea sommerge quasi totalmente il piano terra di ogni abitazione, chi vive qui si sente ancora più prigioniero del solito, come condannato a una sorta di traballante e posticcio confino. E sebbene sia vero che durante la notte la condizione di sommersoè di gran lunga la migliore per dormire in santa pace, nella misura in cui il sonno, come si sa, è una specie di prova generale della morte che serve proprio per non arrivare fuori forma al traguardo finale, è vero anche che le maree rendono difficili, se non impossibili, alcune delle occupazioni quotidiane più comuni, come fare la spesa o portare fuori il cane. Pag. 35

Altezze liriche e abissi prosaici di isola e isolani, che Frizziero rende con magistrali cambi di registro linguistico, un vero piacere da leggere, sia nella vera poesia delle descrizioni di mare, spiagge, maree, nebbie notturne, sia nella brutale quanto ridicola ignoranza, per esempio, delleconversazioni di “radio osteria”, dove i vecchi consunti dall’età, dall’alcol, dalla noia ormai padrona delle loro misere vite, danno libero sfogo agli istinti più bassi, conversando fra luoghi comuni e intercalare di bestemmie.

Completano la cifra stilistica di questo giovane autore, entrato con merito nella cinquina del Premio Campiello 2020, due rarità, oggigiorno, nel panorama letterario:

la seconda persona singolare a narrare il nostro pescatore, un tu” che prende le distanze ma al tempo stesso avvicina quasi come un’autobiografia, e il finale aperto, al quale i lettori ormai non sono più avvezzi da tempo, quasi il nostro secolo senta la necessità di mettere sempre un punto e a capo in ogni storia che si rispetti.

Qui invece il punto non c’è: il finale lo metterà il lettore, come più gli aggrada, sull’abbrivio delle onde di quell’acqua tanto cara al nostro pescatore.

Dopo una vita in mare, al mare devi tornare”.
Pag. 188

A cura di Sara Zanferrari

 poesiedisaraz.wordpress

 

 

 

Sandro Frizziero


é nato a Chioggia nel 1987 e insegna Lettere negli istituti superiori della sua città. Per Fazi Editore, nel 2018, ha pubblicato Confessioni di un NEET, finalista al Premio John Fante 2019.

 

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