Intervista a Liana Pastorin




A tu per tu con l’autore

 

 

Buongiorno Liana, ho letto con piacere i suoi brevi racconti e mi piacerebbe conoscere qualcosa di più sulla sua vita, il suo lavoro e le sue passioni. La mia prima domanda quindi è: mi parli di Liana Pastorin…

Sono l’ultima di quattro figli, l’unica femmina, figlia di un errore di calcolo e di una mamma maschilista. Il mio karma si è rimesso a posto grazie alla mia unica desiderata splendida figlia che mi ha insegnato ad assecondare le inclinazioni personali, sue e mie. Mia madre invece ha condizionato ogni mia scelta: avrei voluto frequentare il liceo artistico, suonare la batteria, giocare a softball e invece liceo classico (abbandonato per lo scientifico), pianoforte (abbandonato dopo quattro mesi di solo solfeggio) e corse campestri (abbandonate per crisi d’asma). La buona notizia è che sono sopravvissuta e oggi ironizzo e ne traggo ispirazione! Architetto di formazione, mi sono dedicata più alla comunicazione (sono anche giornalista pubblicista): ho diretto una rivista, un programma radiofonico, numerosi talk show e anche un gioco di comunità che coinvolge centocinquanta Comuni piemontesi. Architettura e paesaggio rimangono le parole chiave del mio lavoro.

 

Il titolo del libro “Le mille e una Venezia” evoca Venezia e le sue mille sfaccettature ma in realtà la città lagunare fa capolino solo nel primo dei racconti. Come mai ha scelto di intitolare così la raccolta? Venezia ha un qualche significato particolare nella sua vita?

Il titolo è stato suggerito dall’editore ed è perfetto perché Venezia è splendore e miseria, potere e fragilità, è il catalogo delle esistenze che vivono nei miei racconti, consumate a rincorrere sensazioni, a conferire significati, a elucubrare sui casi della vita, a cercare riscatto. Venezia ha scandito le stagioni della mia vita (oddio, spero di non essere a fine corsa!), contrassegnate da piccole conquiste e grandi insegnamenti sull’amore e sulla libertà, che non ho saputo riconoscere nel momento.

 

 

Quanto c’è di autobiografico e quanto pesa invece l’invenzione nella sua scrittura?

Nella mia scrittura c’è molta invenzione alimentata da piccole scintille di vita vera. Rubo, assorbo una frase, una notizia, un ricordo che restituisco con la mia “impronta digitale”: il capovolgimento delle situazioni, un finale ripiegato sull’inizio o aperto, per stanare l’emotività del lettore.

 

Qual è il suo autore preferito e perché?

Paul Auster per la bella scrittura che mi incatena alle pagine dei suoi romanzi, a frasi asciutte che fanno vibrare le corde del cuore, a quegli equilibri perfetti tra reale e surreale. Trilogia di New York, Mr Vertigo e 4 3 2 1 sono i miei preferiti.

 

Ha dei modelli cinematografici che la ispirano nel suo raccontare?

Non razionalmente, ma a caldo, i film che mi vengono in mente sono: La rosa purpurea del Cairo, Treno di notte per Lisbona, La 25a ora, La La Land, Le prenom, The place, che riservano effettivamente delle sorprese.

 

Secondo lei ci sono delle similitudini tra la progettazione narrativa e quella architettonica?

Assolutamente sì ed è stato dichiarato da numerosi autori. Il progetto ha dato struttura al mio primo racconto 5e30, rimasto come un disegno perfettamente leggibile nella mia testa per tre o quattro anni e poi l’ho scritto in una sera. Una modalità che ha fatto emergere la mia cifra stilistica.

 

Ha già in mente quale sarà il suo prossimo libro? Continuerà con i racconti o si addentrerà nella costruzione di un romanzo?

Sto lavorando a un romanzo lieve e generazionale. Non voglio però abbandonare i racconti perché credo nella formula breve: poco tempo da dedicare alla lettura e molto da destinare alle sensazioni, ad agguantare i ricordi e a riplasmarli. Ne ho ancora nel cassetto e altri stanno prendendo forma. Condivido con Francesca Mogavero (Buendia Books) un’idea leggera e nobile di promozione della lettura.

Liana Pastorini

A cura di Cristina Bruno


 

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