Intervista a Orsola Severini




A tu per tu con l’autore


 Da cosa nasce l’interesse per un personaggio come quello del romanzo?

Ada è una donna che mi affascina, ha saputo opporsi al fascismo e alla sua oppressione, rifiutando di sottostare a un ruolo marginale e umiliante. Ha scelto di dire “no”, di combattere per i nostri diritti e di resistere. La sua storia è una lezione di determinazione e resilienza che mi colpisce profondamente perché la sua battaglia per l’emancipazione delle donne e la giustizia sociale fa eco con le sfide attuali di equità di genere e diritti delle donne. La sua storia, pur ambientata nel passato, ha una portata e un significato universali. Credo che sia fondamentale dare voce e visibilità alle storie di donne come Ada, che sono state troppo spesso ignorate dai libri di storia.

Quale è stata la difficoltà maggiore nel trasporre in romanzo una storia realmente accaduta?

Conciliare la realtà degli archivi con la narrazione soggettiva del romanzo e al contempo rendere omaggio alla donna che ha ispirato il romanzo senza tradire la sua memoria. Ho scelto di cambiare il nome e i riferimenti della mia protagonista per questo motivo. Per quanto mi sia documentata negli archivi, il mio è un romanzo e ci sono quindi delle parti dove ho dovuto fare intervenire la mia immaginazione, corroborata dalle letture storiche. Ho poi deciso di narrare il racconto in prima persona in modo molto emotivo e coinvolgente. Posso quindi dire che, seppure basato sulla vita di una donna realmente esistita, il mio libro parla di tutte le donne Resistenti con la ferma intenzione che non vengano dimenticate.

Quando hai deciso di intraprendere la scrittura del tuo romanzo, quale obiettivo ti sei prefissata e quale messaggio la storia vuole dare?

Mostrare che anche le donne sono state le protagoniste della nostra Storia, nonostante siano poco presenti nei manuali scolastici. L’empowerment femminile non può fare a meno di modelli a cui aspirare. I personaggi femminili in letteratura si contraddistinguono tradizionalmente per i sacrifici che compiono, io ho voluto raccontare la storia di una donna che compie grandi imprese, la storia di una ragazza ribelle nella Milano degli inizi del 900 che decide di fare politica e di lottare contro le ingiustizie nonostante tutti le dicano che una donna non possa farlo.  Invece non solo dimostra di avere una coscienza politica, ma trascorre l’intera esistenza ribellandosi alle ingiustizie e dimostrando che anche le donne possono lottare e fare le stesse cose che fanno gli uomini. E durante il fascismo questa ribellione diventa Resistenza per poi venire arrestata e subire terribili torture. Ma è anche un racconto di sorellanza e di una travolgente storia d’amore.

Qual è l’aspetto del carattere della tua protagonista che più ti piace e ti colpisce?

Ada è per volti versi un’antieroina, una donna con molte fragilità, la sua Resistenza non è stata un percorso lineare, ma piuttosto discontinuo, segnato da alti e bassi. È importante sottolineare che essere coraggiosi non significa non avere paura, ma compiere azioni che sono più grandi di noi nonostante la paura. Mi emoziona che una donna dimenticata dalla storia, piena di insicurezze possa diventare il simbolo di questa lotta, la lotta di tutte le donne nella storia contro le oppressioni, qualsiasi donna può incarnare il motore di questo cambiamento.

Come sei arrivata alla storia di Ada?

Dalla lettura del libro I matti del duce di Matteo Petracci edito da Donzelli che raccontava le vicende degli antifascisti mandati in manicomio dal regime per metterli a tacere. Sono storie poco raccontante, in particolare per quanto riguarda le donne. Cercando negli archivi sono risalita alla storia della mia protagonista, punita con un ricovero psichiatrico perché non volle rinnegare la sua fede politica e denunciare i compagni.  Ho voluto rendere omaggio alla sua storia e raccontare la realtà dei manicomi dove molte donne sono state internate senza che fosse accertata una reale malattia mentale. Durante il Fascismo i ricoveri femminili sono aumentati, in molto casi la loro unica colpa era quella di uscire dagli schemi sociali, bastava un certificato medico. Il carcere era terribile ma almeno c’era una sentenza, una parvenza di legalità, mentre al manicomio no, ti chiudevano dentro senza dirti per quanto, non avevi avvocati a cui rivolgerti, non potevi chiedere la grazia, la tua parola non veniva più ascoltata perché tu eri “matto” e niente di quello che dicevi contava più nulla. 

Come hai condotto la ricerca storica sia sul personaggio sia sul contesto?

Ho trascorso quattro anni negli archivi, dai manicomi di Mombello a Milano, San Lazzaro di Reggio Emilia e al Santa Maria della Pietà di Roma, oltre ad avere avuto accesso ai verbali della Polizia di Stato e quindi alle carte del processo del Tribunale speciale per tutti gli interrogatori. Ho anche consultato gli archivi dei militanti comunisti come la Fondazione ISEC e l’istituto Gramsci e poi ho letto tantissimo, soprattutto le testimonianze di altri Resistenti.  È stato un lavoro lungo e meticoloso, quasi da detective (l’interpretazione della calligrafia degli psichiatri dell’epoca è stata particolarmente faticosa), ma anche affascinante e emozionante.

A cura di Salvatore Gusinu

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