Intervista a Fulvio Luna Romero




A tu per tu con l’autore


Con questo noir, mette in evidenzia la sottilissima linea e la facilità nel passare dalla parte opposta tra il criminale e chi combatte il crimine. Tra verità e menzogna, tradimento e onestà un elemento molto comune per questo tipo di storie, cosa rende diversa la sua storia, confronto ad altri?

Questa storia parte da una cosa che ho sentito un tempo: in quasi tutte le lingue del mondo esiste un verbo che indica il mentire, ma in quasi nessuna esiste un verbo che indichi il “dire la verità”. Si parte da qui, da una storia in cui non ci sono verità assolute, in cui sopravvive chi è più abile a mentire, in cui tutti sono contro tutti.

La rende diversa la visione del crimine da parte dei “cattivi”, con i buoni relegati in un angolo a fare da comprimari.

Soprattutto, è nuova l’ambientazione: difficilmente si è parlato di crimine organizzato in alcuni territori italiani, come il nord est in cui si muovono i protagonisti di questo romanzo.

Siamo abituati a veder parlare di mafia, nella sua accezione più ampia, in altri territori: il sud, senza dubbio, e in tempi recenti molte storie sono state ambientate a Milano. Ma a nord est davvero in pochi abbiamo affrontato il tema.

Quali dovrebbero essere le caratteristiche principali per un noir? 

La prima cosa in assoluto, che nessun autore si deve dimenticare: un libro deve intrattenere. Quindi deve essere una storia lineare, non eccessivamente complicata, con un buon ritmo.

Poi è importante che porti il lettore a immedesimarsi nel “nero” che racconta: un buon noir deve trasmettere uno stato d’animo, deve scavare nel buio e nel torbido.

Se, poi, aiuta anche a raccontare qualcosa di vero, aiuta a porsi delle domande… allora è perfetto.

Quando scrive un libro cosa cerca di trasmettere ai suoi lettori?

Punto sempre a tenerli attaccati alle pagine. Per questo scelgo di scrivere sotire senza fronzoli, molto dirette, dal ritmo serrato. 

Poi mi piace svelare degli scenari che noi, persone comuni, difficilmente riusciamo a cogliere. Molto banalmente, perché per leggere alcune situazioni è necessario parlare con chi le affronta, e generalmente si tratta di persone legate all’ambito investigativo. E’ un modo come un altro per raccontare “la polvere sotto il tappeto”, senza farci dei trattati ma permettendo di apprendere tramite l’intrattenimento.

Chi ha ispirato la sua scrittura trai i grandi del noir? E Perché?

Per quanto riguarda gli italiani, senza dubbio Massimo Carlotto è stato l’innesco. Nel tempo, poi, ho molto apprezzato la nuova leva di noiristi italiani: Ilaria Tuti, Giuliano Pasini, Piergiorgio Pulxi.

Dall’estero sicuramente James Ellroy, Micheal Connelly e Robert Crais. Senza dimenticare Don Winslow.

Il perché è difficile da spiegare: potrei rispondere, banalmente, che sono tutti grandissimi scrittori. Hanno degli stili diversi, chi più asciutto chi più elegante, ma hanno la forza di tenerti lì con il corpo e portarti in giro con la testa.

Per quanto inerente Ellroy, a mio avviso, ancora oggi è l’unico in grado di scrivere delle trame terribilmente articolate, ma nelle quali non ti perdi.

Un dato in più che accomuna tutti questi: la crudezza. Non fanno sconti. E questo mi affascina moltissimo.

Cosa dovranno aspettarsi i suoi lettori nel prossimo futuro? Che progetti ha?

Idee ne ho tantissime, credo che gli infami abbiano ancora qualcosa da raccontare. Ma sto anche lavorando a un progetto diverso, che vuole raccontare il nord est criminale partendo dagli anni ’80 attraverso un unico personaggio che cercherà di mettere a nudo gli enormi conflitti di questa terra.

A cura di Anthony Brigida

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