INTERVISTA A Andrea Ferrari




A tu per tu con l’autore


 


Ciao Andrea, ti ringrazio anche a nome di ThrillerNord per aver accettato di rispondere a qualche domanda su “Cuore di birra”.

Angelo Babacar Bossi è un detective molto particolare, nato in Senegal ma stanziale in Val Bremban da quando aveva qualche mese. Qual è stata la sua genesi? Ti è stato subito chiaro il suo profilo o hai avuto degli aggiustamenti progressivi?

Ciao Salvatore, innanzitutto grazie a voi per lo spazio che mi concedete. Il personaggio di Angelo Babacar Bossi ha avuto una genesi piuttosto immediata, ma ha poi subito una lunga gestazione. Il tutto è nato guardando un programma in televisione nel quale si parlava di bambini africani adottati da famiglie europee. Nella trasmissione si raccontavano le esperienze di questi bimbi che, per assomigliare il più possibile alla famiglia che li aveva accolti, in modo autonomo e irrazionale, si verniciavano con il bianchetto o continuavano a lavarsi per cercare di perdere il loro colore a vantaggio del bianco della famiglia di arrivo. La cosa mi ha davvero impressionato ed è stata il primo motore, forte, per la creazione del personaggio di Angelo. In secondo luogo ho voluto da subito che fosse chiaro il tema centrale di tutto quello che avrebbe riguardato la serie di Angelo Babacar Bossi: il razzismo e quanto sia tragicamente ridicolo. Per sfuggire alla banalità e al “buonismo”, ho deciso di utilizzare un personaggio nero che la pensa come un autarchico, o come un leghista della prima ora. Di qui la scelta del setting: la Val Brembana, uno dei miei luoghi dell’anima e culla di uno strano tipo di autarchia. Immaginate che dalla bergamasca, patria del popolo di Pontida, parte ogni anno, verso l’Africa, il maggior numero di missionari laici. Il cognome Bossi è la ciliegina sulla torta. Bossi è un cognome di origini varesotte, infatti il nonno di Angelo era di Varese e si trasferì in Val Brembana per amore. Angelo è così un doppio forestiero, per ragioni epidermiche e per ragioni di campanile. Il resto della caratterizzazione del personaggio è comunque sempre in continuo aggiornamento.

Attraverso gli occhi di Angelo Babacar mostri un mondo piuttosto arido, senza qualità. Hai scelto di raccontarlo con il noir perché il genere è quello che si adatta meglio a questo scopo?

Credo che ogni voce sia adatta a raccontare una specifica realtà e che la voce di Angelo sia quella di chi si occupa proprio dell’aridità che lo circonda e che, invece di lamentarsi, se ne impregna e addirittura se ne vanta in modo tronfio. La sua passione per la musica “Grunge” o di Seattle unita al suo problema con le birre trappiste, sono il contraltare alla durezza del suo eloquio e del suo pensiero. Angelo è un uomo pratico, nella vita e nel lavoro di detective. E’ uno che lavora prima con le mani e poi, solo se costretto, con il cervello. Se pensi troppo, secondo lui, rischi di fare filosofia e di lavorare poco.

Ad un certo punto Angelo Babacar dice che la famiglia vince sul Dna e che si sente più valligiano che senegalese, o per usare termini dell’Istituto Agrario dove entrambi abbiamo studiato, che il fenotipo è influenzato più dall’ambiente che dal genotipo. E’ proprio così?

“Quel che mangia la vacca, lo vedi quando defeca”. Direbbe l’Angelo. Non so se questa affermazione possa assurgere a regola, ma rispetto a quello che vedo io e che faccio vedere all’Angelo è che la famiglia, sia essa biologica o adottiva, influenza molto di più che il dna. Potrà sembrare troppo filo determinista, ma tutto sommato non credo di essere andato troppo lontano dal vero…

Il tuo personaggio soffre di crisi di identità non solo perché parla il dialetto meglio di tanti altri bergamaschi pur essendo nero ma anche per il contrasto tra valligiani e cittadini. E’ un tema ancora molto sentito nella provincia di Bergamo?

Il paradigma provincia – città è una tematica sempre sensibile, sia in Italia che all’estero. I concetti espressi nei libri che riguardano Angelo Babacar Bossi sono sempre, volutamente, molto tranchant. Angelo non ha una psicologia fine, ragiona per stereotipi e gli stereotipi sono per definizione fallaci. Il cittadino è un “fighetto”. Il Milanese è un “bauscia”, presuntuoso. Il romano lavora nei ministeri e via discorrendo. In questi anni poi le distanze si sono ristrette, quindi anche la frequentazione delle città da parte di chi vive nella provincia profonda è certamente accentuata. Tutto ciò stempera, giocoforza, il pregiudizio.

Come mai hai scelto come ambientazione la Val Brembana e Bergamo nei primi romanzi e il Senegal in questo “Cuore di birra”?

Ogni storia ha la sua ambientazione, per me. Non amo separare la storia dal messaggio e dal setting. Sono tre elementi che, per me, risultano molto legati per la buona riuscita del romanzo. Quindi per parlare di Africa e di pregiudizi sugli africani, ho creduto che andare in Senegal fosse la cosa più sensata. Essendo un libro che parla di radici, origine e di territori di appartenenza, il continuo ping pong con la Val Brembana, terra di adozione di Angelo, è un punto fondamentale per la narrazione e per il coinvolgimento e ingaggio del lettore. Mi piace che i miei lettori non si limitino a cercare il colpevole fra le pagine, ma che assaporino gli odori e i luoghi narrati.

In “Cuore di birra” ho percepito alcuni echi di “Viaggio al termine della notte” di Céline. Sei stato ispirato da questo fantastico romanzo?

Ti ringrazio per il rimando a Céline, che mi fa molto piacere, ma non ho attinto a “Viaggio al termine della notte”. Il libro che mi ha molto influenzato per l’ambientazione è, come indica il titolo, “Cuore di tenebra” di Conrad. Mentre per il personaggio di Angelo Babacar Bossi ho attinto alle suggestioni del Coliandro di Lucarelli, dell’Alligatore e Gigi Vianello di Carlotto, e Carlotto – Videtta, oltre a Hap e Leonard di Lansdale.

Ci sarà un nuovo episodio della serie dedicata a questo originale investigatore privato devoto al grunge e alle birre trappiste?

Penso che un nuovo lavoro ci sarà, ma a tempo debito. Ho bisogno di tempo per orchestrare tutto al meglio.

Qual è il personaggio che ti è più caro tra i tanti che hai creato?

 Per essere sincero, non c’è un personaggio al quale sono più legato di altri. Diciamo che amo sfogliare la margherita e trovare il personaggio migliore per ciascuna storia che mi viene in mente. 

Quali sono gli autori di gialli/noir che preferisci e quali, se ce ne sono, nell’ambito del giallo nordico?

Nel giallo nordico amo Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Henning Mankell, Karin Fossum, Arnaldur Indridason, Håkan Nesser, Leif GW Persson, Dan Turell, Matti Rönkä e Jussi Adler Olsen.

Andrea Ferrari

 

 

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