Roberta Lepri
Sinossi. Un romanzo intenso e visionario sul ritorno alle origini, sul potere trasformativo dei luoghi che ci hanno feriti ma plasmati e sulla natura come spazio di rinascita, in un’epoca ormai dominata dalla tecnologia. Partita per seppellire l’amato bassotto, una scrittrice fa ritorno alla villa di famiglia, per lei teatro solo di umiliazioni. Durante il tragitto la radio la informa che l’atomica è stata lanciata su Varsavia e al suo arrivo scopre che la batteria dell’auto è ormai scarica e il telefono inutilizzabile. L’isolamento nella villa, odiata fin dall’infanzia, scatena flashback che la costringono a confrontarsi con vari episodi dolorosi della sua vita. Dopo aver sepolto il cane continua a rimandare la partenza e, sprovvista di cibo, impara a rubare per sopravvivere, a raccogliere bacche e funghi e a sparare per difendersi dagli animali selvatici. Ha così inizio un lungo percorso di guarigione, scandito da ricordi che riportano alla luce un passato segnato da maltrattamenti e frustrazioni, ma anche da gioie accanto alle persone amate.
Autore: Roberta Lepri
Editore: Voland
Collana: Amazzoni
Anno edizione: 2026
Pagine: 128 p., Brossura
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
Dopo due giorni ero ancora lì da sola, infreddolita e stanca del mio far niente. Avevo terminato il cibo e intorno non c’erano segni di vita.
Perché scrivi? Perché resti? Perché resisti?
La voce narrante è pura presenza viva, irregolare, a tratti ostinata fino all’autolesionismo, non si limita a raccontare. si interroga, si smonta, si espone. E lo fa con acutissima lucidità, tagliando le parole e i ricordi con lama affilata.
Cos’era a muovermi? Arte, mestiere, consolazione, vanità, rivincita, vendetta? Non lo sapevo. E in fondo non mi importava. Volevo solo fermarmi e scrivere.
Anche in un mondo che stava per finire, la mia voglia di raccontare non era morta. L’unica parte di me a cui volevo davvero bene era la scrittura.
Nessuna posa, nessuna costruzione in questa fame antica e testarda che solo chi scrive conosce davvero.
E infatti la scrittura, qui, non è un mestiere né una vocazione romantica.
E’ l’ultima forma di identità possibile che suona quasi come una resa, ma in realtà è un atto di sopravvivenza. Scrivere diventa l’unico modo per non sparire, per lasciare un segno anche quando tutto il resto si svuota.
Il mondo attorno è rarefatto, quasi sospeso. Non importa se sia davvero finito, alla fine o solo percepito come tale. Ciò che conta è la sensazione di sottrazione continua.
Lepri, con grande e sensibile talento, costruisce un paesaggio interiore che si riflette nella natura, e viceversa. Non c’è mai una separazione netta tra dentro e fuori.
La natura da sempre mi inviava messaggi chiarissimi. Ero io a non capirli.
Lo smarrimento, la colpa sottile, la distanza da ciò che è essenziale.
La solitudine, che non è mai retorica.
Un mondo vuoto e silenzioso, a parte il canto degli uccelli e il ronzio degli insetti. Senza internet, senza persone. Quasi perfetto… Quel “quasi” una ferita aperta … se avessi avuto ancora il mio cane, i libri e del buon cibo. Mi addormentai rileggendo l’elenco dei momenti felici.
Basta poco per rendere la felicità qualcosa di concreto, tangibile. Eppure basta anche meno per perderla.
Tra le figure famigliari e prossime che affiorano, fa capolino, seppure in poche righe, quella della bisnonna, che scelgo di citare perché mi innamora, per la presenza potentissima, quasi arcaica. Non educa, non protegge nel senso classico, legittima il rischio.
La bisnonna dà il cattivo esempio nelle cose più pericolose, poi mi guarda e sento che con quell’occhiata mi benedice e niente di male può succedermi.
È una benedizione storta, ma proprio per questo autentica. In un libro che parla continuamente di fragilità, è una delle poche forme di forza.
Il titolo, poi, trova il suo compimento in una visione che è insieme cosmica e intima, Lo chiamiamo Terra ma dallo spazio si è visto benissimo che è acqua: blu, azzurra e celeste.
Così celeste.
Quanto siamo piccoli, e quanto, nonostante tutto, proviamo a non esserlo.
Il povero giunco alla fine si era spezzato e non durante una piena ma in un giorno come tanti altri, in cui il livello dell’acqua non era neanche sopra il livello di guardia.
Ma ognuno si spezza quando capita ed era arrivato il mio momento.
Nessuna tragedia annunciata, nessun evento straordinario.
Ci si rompe nei giorni normali, quando non succede niente. Spietatamente vero.
Ma Lepri non chiude nel buio.
Lascia uno spiraglio, sottile, che arriva come uno scarto, una deviazione, un colpo di lato, velatamente e volutamente sorridente,
I giunchi è così che dovrebbero spezzarsi e morire: dal ridere. In nessun altro modo.
E trova una sua forma di grazia nell’idea che, anche nella frattura, possa esistere una leggerezza inattesa.
“Così celeste” richiede cuore e attenzione, disponibilità a stare scomodi, a non avere risposte immediate.
E restituisce qualcosa di davvero raro.
La sensazione che scrivere, e forse vivere, non sia altro che questo continuo oscillare tra il desiderio di sparire e quello, ostinato, di lasciare una traccia.
E se ci fosse stata la possibilità di consumarmi fino a ridurmi a un punto, uno solo, quel punto sarebbe stato su una pagina.
Una traccia anche minuscola. Anche solo un punto su una pagina.
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Roberta Lepri
Nata a Città di Castello nel 1965, è cresciuta in Maremma. Vincitrice di alcuni premi letterari – tra cui Moak, Teramo e Cimitile – ha pubblicato: Sulla terra, a caso (2003), L’ordine inverso di Ilaria (2005), L’amore riflesso (2006), La ballata della Mama Nera (2010), Il volto oscuro della perfezione (2011), Io ero l’Africa (2013), Ci scusiamo per il disagio (2017), Facciamo tardi (2018), Le lacrime di Hitler (2019).