Diamante




‎ Aldo Boraschi


Sinossi. Libro presentato da Saverio Simonelli nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2026.

Una storia di uomini e donne che hanno imparato a sopravvivere, anche quando l’amore — e la vita stessa — sembrano ormai un lusso per chi può permetterselo.Era Caracas, e c’era caldo. Killian vive ai margini del mondo, in una città che non perdona e che odora di benzina e nostalgia. Ogni sera, davanti a un vecchio computer che fuma, cerca un nome su Facebook: Diamante Rosso. L’ha amata una volta, o forse non ha mai smesso.

Dall’altra parte dell’oceano, in un’Italia stanca e immobile, Diamante sopravvive tra i silenzi di una madre che prega e un patrigno che gioca fino a perdersi. Isabel, la madre, si aggrappa alla fede e al ricordo di un amore sepolto; Diamante, invece, si ribella al passato, cercando un riscatto che non sa nominare. Le loro vite scorrono parallele, intrecciate solo da un filo invisibile di mancanze, rimorsi e tenerezze. Un romanzo di atmosfere, di ferite antiche e di sogni taciuti.

Proposto da Saverio Simonelli al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:
[…] In una prosa raffinata e ricca di metafore, Boraschi registra le minime oscillazioni dei sentimenti dei suoi personaggi con l’acribia del cronista e la pietà calorosa ma sobria dell’innamorato della terra e della gente che racconta. Perché al di sopra della trama delle vicende dei singoli, c’è l’incanto delle terre di Lunigiana: uno spazio dove il tempo ordinario perde il suo ritmo incurante degli uomini e gli elementi del paesaggio, un fiume, una pentola, una processione costruiscono un’atmosfera di serena malinconia, in cui ciò che si teme di perdere e ci si sforza di preservare insegna la virtù dell’attesa, della speranza di un imprevisto che può accadere e ricompensare proprio chi senza aspettarsi nulla ha chiesto alla propria esistenza di custodire qualcosa che non si deve spezzare, come il diamante che deve solo risplendere.»


Autore: Aldo Boraschi

Editore: Altrevoci Edizioni

Collana: AltreStorie

Anno edizione: 2026

Pagine: 200 p., Brossura

 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


«Che non perda mai il gusto delle partenze, dice sottovoce. Poi si volta verso la figlia. «Neanche tu, Diamante.»

La nostalgia di ciò che è stato, il bisogno ostinato di trovare un posto nel mondo, la fatica di lasciare andare e, insieme, quella spinta silenziosa a continuare comunque il cammino, anche quando la direzione non è ancora chiara, sono la spina dorsale emotiva di Diamante.

E il treno, intanto, li porta verso il mare. E arrivano.

Aria limpida. Profumo di sale. Un silenzio che si vede. Scelgono l’odore di Marina di Massa, un magico e tiepido miscuglio di aghi di pino, di salmastro, di muri che spolverano al sole. Il baluginio della distesa d’acqua, le navi all’orizzonte, la sabbia rovente dopo il lungo bagno, con la schiacciata del chiosco ancora calda, cosparsa di grandi cristalli di sale.

Una scrittura delicata, quella di Boraschi, ma mai fragile. Evocando senza forzature, sa essere lieve, incisiva e potente.  Racchiude il rumore di un treno estivo, il sapore di  una cucina d’inverno, una cartoleria che chiude la sera, il silenzio di certi affetti che non hanno bisogno di spiegarsi per esistere davvero.

Quelli che restano, che attecchiscono lentamente, che sopravvivono alle frane.

Non tutto, ma qualcosa sì. Che a volte l’amore non è fuoco. E pazienza. E radice. È quella cosa che ti ritrovi accanto anche quando pensavi che non sarebbe rimasto più niente. E sorride. Poco. È sufficiente.

Boraschi sottrae, rallenta, ascolta, lascia spazio ai vuoti, alle esitazioni, alle pause.  E proprio lì trova la verità.

Perché le cose belle nascono da lì, dall’ortodossia della scrittura: carta e penna.

E infatti Diamante sembra proprio nato così,  senza scorciatoie, senza artifici, senza il bisogno di effetti speciali.

Diamante è preziosa e  sfaccettata come il suo nome, e altrettanto pura. Porta dentro  una malinconia mai teatrale, mai esibita. 

E’ un personaggio in cerca. 

Di misura, di casa, di permanenza. Di un modo più umano di stare al mondo, di ricostruire un equilibrio. Di imparare finalmente a respirare senza rincorrere tutto. 

Senza rincorrere  Luca. 

Un vuoto che forse non si è mai riempito, neppure quando lui era lì, con lei.

Perché l’amore non muore, si reincarna  e gli affetti non scompaiono davvero,  cambiano forma, si infilano nei gesti, nelle abitudini, nelle piccole cose apparentemente  invisibili che un giorno, senza clamore, finiscono per salvare.

Ma Diamante è anche un romanzo attraversato dall’eco dell’emigrazione, da quella Lunigiana abituata per secoli alle partenze. Pontremoli, i paesi, le stazioni, le valigie, le famiglie lasciate indietro,  tutto porta il segno di chi è cresciuto sapendo che spesso amare significava anche partire.

E allora il Venezuela diventa il “nuovo mondo”.
La terra lontana dove tanti hanno cercato di rifarsi una vita lasciandosi alle spalle montagne, nebbie, orti e case di pietra. Dove Caracas è il simbolo di una generazione che ha attraversato oceani interi inseguendo dignità, lavoro, futuro. Un altrove pieno di promesse e insieme di nostalgia. Perché nemmeno chi parte davvero smette mai del tutto di appartenere al luogo da cui proviene.

Nel romanzo questa memoria migrante rimane addosso ai personaggi come il sale sulla pelle. Non viene trasformata in epopea, non viene romanticizzata. Boraschi la racconta per ciò che è stata davvero, fatica, sradicamento, speranza, sopravvivenza. 

E,  accanto, pagine che profumano letteralmente di mare e resina, di estate tirrenica, di pinete e vento caldo e pagine che hanno il respiro lento delle case abitate, il vapore sui vetri, la tramontana che batte contro le finestre, i pentoloni sul fuoco, le sedie in veranda.

Un paesaggio che chiama a sé e diventa memoria fisica, rifugio emotivo, geografia interiore.

Succede anche questo, a volte. Che la bellezza ti stringe la gola. E tu non puoi farci niente, solo lasciarti stringere.

Ecco, Diamante fa qualcosa di simile. Non urla, non usa il pungiglione emotivo, eppure a un certo punto ci si  rende conto di quanto prenda  il cuore,  con la forza silenziosa delle eredità invisibili, dei legami che continuano anche  nelle assenze, delle  persone che ci cambiano il modo di guardare il cielo.

Come se, dopo tanti anni a camminare curvi, qualcuno ti prendesse il mento e ti dicesse: guarda in alto. (…) Guarda che ci sei anche tu, in mezzo a tutto questo.

Là dove l’asfalto si spezza, lì lo trovi. (…) Una crepa nel marciapiede. E un verde minuscolo, ma tenace. (…) E lui cresce lì. Nella piega delle sue esitazioni. Nel piccolo spazio tra una ferita e l’altra, come l’erba, quella che nessuno semina, quella che prende tutto il tempo che vuole. Ma poi resta.

Le crepe. Le ferite. Le cose che sembravano finite. E la vita che, ostinata, continua comunque a crescere. Piano. Senza fare rumore. 

(Ri)Fiorendo.

Rami di ulivo: la pace, certo, ma anche l’ostinazione delle piante che crescono sui sassi, a fatica, l’amore vero. 

Le ferite restano, certo. Ma restano anche gli ulivi aggrappati alla roccia, la pazienza di chi semina senza pretendere subito un raccolto, la capacità di ricominciare dopo aver attraversato la perdita, di cercare luce anche quando tutto attorno sembra spento.

Si immagina lei all’età di Bartolo. Si vede ancora a Ponticello, che cura un piccolo orto dietro casa. Impara a coltivare la terra, e sarà chiudere un cerchio, il corpo si muoverà in modo nuovo, più lento, più consapevole. (…)  La pazienza di chi semina senza aspettarsi subito i frutti impregnerà i suoi movimenti. Vede almeno un cane, ma forse anche le galline. Gli inverni passati a cucinare dentro a un pentolone qualcosa dal gusto rassicurante e avvolgente. Il vapore che appanna i vetri della finestra, la tramontana che picchia alla porta. (…)  Le estati fiacche e calde, la sedia da campeggio sulla veranda tra il profumo dell’iris e il frinire delle cicale. Il sole che colora i visi di arancione. Si sveglierà presto, giusto in tempo per assaporare l’alba perché l’alba dà speranza, dà un senso a tutto. E l’inizio di qualcosa, di qualsiasi cosa.

(…) Le ricorderà, l’alba, che nulla dura in eterno, ma ogni cosa può ricominciare.

Aldo Boraschi non idealizza e non mitizza i sentimenti, li restituisce screziati di tempo, di attese, di silenzi, di errori. Li mostra consumati dalla vita e poi ricuciti come si può. E proprio per questo li rende veri. 

Veri come ciò che è destinato a durare.

A rimanere. 

«Credo a quello che resta. Le sue mani, la sua voce che mi chiamava, la sera. La tua faccia,  che gli somiglia. E il modo in cui guardi il mare, proprio come lui. Vedi?»

Come certe storie. Vedi?

E ho pensato che così, proprio così, doveva essere il centro esatto della felicità. Non un’apoteosi, non un trionfo. Ma un abbandono gentile, un modo nuovo di respirare.

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Aldo Boraschi


È nato nel 1964 ed è giornalista, scrittore e blogger. Ha lavorato per oltre vent’anni in redazioni giornalistiche di emittenti televisive, settimanali e quotidiani. Con AltreVoci Edizioni pubblica Il tempo che faceva (2020), La voce del geco e I Fieschi. Storia di una famiglia (2021), Cronache nere Vol.I (2022) e Cronache nere Vol.II (2023).