Dove cadono le comete 




Vito di Battista 


Editore: Feltrinelli

Collana: I narratori

Pagine: 368 p., Brossura 

Anno edizione: 2025


Sinossi. Con una voce magnetica e intensa, carica di suggestioni, Vito di Battista compone un affresco in cui vicende che ci toccano da vicino si tingono di un fascino visionario, e il reale e l’invisibile arrivano a fondersi in un solo orizzonte. Per terra o per mare alla fine è lo stesso: c’è sempre un po’ di spazio vuoto da chiamare proprio, in qualche spigolo già noto o sconosciuto.

«Fra tutte le cose che si dicono, almeno una è sempre vera. Ma a contare sono le altre.»

«Vito di Battista modella la prosa poetica sul parlato abruzzese nella saga di una famiglia atipica.» – Patrizia Violi, La Lettura 

Abruzzo, 1938. Un paese della costa dei trabocchi, a trecento gradini sul mare. Emma è una ragazza “due volte svergognata”, con mani e occhi carichi di una qualche capacità oscura. Partorisce un bambino nella stalla dove vive da quando è stata rinnegata dalla famiglia, ma sa che non può tenerlo con sé. All’ufficio anagrafe lavora invece Olimpo, che non è diventato calzolaio come tutti i maschi di casa sua, ma volendo fare il poeta ha preferito lavorare lì per guadagnarsi il pane. È lui che dà il nome al figlio di Emma prima che venga portato in un convento. Olimpo è sposato con Anita, l’unica donna bionda di tutto il paese e più grande di lui di dieci anni, che ha perso il braccio sinistro in un incidente. Sono appena diventati genitori per la seconda volta di una bambina, Bianca. Ma Anita sta ancora svezzando il primo figlio e non ha abbastanza latte per entrambe le creature; per questo Olimpo chiede a Emma di andare a vivere con loro e prendersi cura di Bianca. Anita non farà mai mistero di disdegnare la presenza di Emma, mentre Bianca crescerà con due madri, sentendo che forse nessuna le appartiene fino in fondo. Tutto questo è solo l’inizio di una saga familiare che si fa racconto corale di un intero paese, dove storie private dal sapore antico si intrecciano alla grande Storia, dall’occupazione durante la Seconda guerra mondiale e gli scontri sulla linea Gustav alla rinascita negli anni Sessanta. 


 Recensione

di

Sabrina De Bastiani


“E chi ti dice che è la coscienza tua a tenere la ragione dalla parte giusta?” 

“Una cosa che fa meno male agli altri è sempre quella dalla parte giusta.” 

C’è un silenzio particolare che accompagna certe letture. 

Non è quello del vuoto, ma dell’attesa. 

“(…) non funziona come credi tu. Non tiene mai la faccia nostra, la fine della strada. Tiene sempre quella di un’altra persona.” 

“E di chi?” 

“Lo capisci solo quando l’hai vista.” 

Dove cadono le comete non racconta  una storia, ma va alla sostanza stessa di cui le storie sono fatte: una luce breve, uno strappo nel cielo, una ferita che lascia un chiarore. 

È un romanzo che avanza con i passi scalzi della memoria e le dita affondate nella carne viva delle piccole cose. Come le comete, i suoi personaggi arrivano di traverso, brillano, si spengono. 

E nel frattempo modificano l’orbita di tutto il resto. 

Vito di Battista ci porta in un Abruzzo che  è  folklore, che è resistenza, che è dignità, mai lamento. 

Una terra di contenti e attaccabottoni, onesti e fidati, permalosi e dalla memoria a cui niente sfugge. Gente che tiene insieme le giornate con la tenacia della sopravvivenza e la grazia di chi sa che tutto passa, ma non per questo smette di avere valore.  

Anzi. 

Al centro c’è Olimpo, uomo  che non ha voluto diventare calzolaio, ma ha  scelto la poesia, ha scelto l’ufficio anagrafe, ha scelto una via di mezzo tra l’aria e la terra.  

Uomo  che guarda il mare e ci legge dentro l’origine e la fine.  

Uomo che ama con la testardaggine di chi non ha imparato a fare altrimenti. Olimpo aspirava a essere proprio come quella femmina lì, onesta e ardita, con lo sguardo accorto e la voce pacata, ma quello che lo salva, forse, è che è rotto pure lui,  e l’amore, nel mondo di di Battista, è una coincidenza tra crepe compatibili. 

Sua moglie, Anita, è una presenza fiera e ruvida, la donna bionda del paese, segnata da un incidente che le ha portato via un braccio, ma non la dignità. 

La verità, o quella che ci pare, è che si è presa Olimpo perché la trattava come una femmina intera,  parole da che sole basterebbero a giustificare ogni scelta, ogni fedeltà.  

Una femmina intera, che però la maternità fraziona: troppo latte per una creatura, troppo poco per due. 

La vita, le nascite e gli accadimenti  le impongono  di accogliere in casa Emma, la ragazza che vive  in una stalla da quando è stata rinnegata dalla famiglia, la ragazza che  ha partorito un figlio che non ha potuto tenere, un figlio a cui proprio Olimpo ha dato il nome e che verrà affidato a un convento, la ragazza che arriva come un’ombra in una notte senza luna, e da lì, tutto cambia. 

Emma si trasferisce nella casa di Anita e Olimpo per forte volere di quest’ultimo , “Perché non ci credo alla vergogna. È una cosa troppo facile, e una cosa troppo facile non è mai vera.”,  per allattare Bianca, la seconda figlia della coppia. 

E da allora la convivenza  si fa sia campo minato che rifugio. 

Le tensioni si insinuano, le alleanze si trasformano. 

… quella notte di settembre è stata l’unica volta che Emma l’ha toccata, l’unica volta che lei ha alzato gli occhi per implorare aiuto agli occhi dell’altra. 

L’unica volta che, pure se senza una parola, le ha chiesto di non lasciarla sola. 

La bimba cresce con due madri, sentendo che forse nessuna le appartiene fino in fondo. 

Si guardano, queste due femmine che la sorte ha raccolto e posato sulla stessa via. Per la prima volta la pensano uguale riguardo la creatura che all’una e all’altra appartiene, e che forse allora mai del tutto è appartenuta e mai lo sarà a nessuna. 

Ma per Emma, fino ad allora solo femmina disperata, solo un animale senza altro a cui aggrapparsi se non la propria salvezza,  si apre una nuova possibilità:  essere ancora qualcuno per qualcun altro. 

Si sgancia di nuovo la camiciola, e più 

Bianca mangia più lei pensa che credeva di sprecare tutta la vita sua come una foglia morta, ma poi ecco che una brezza diversa arriva e la solleva, la porta dalle fratte increspate fino alla strada, e pure se è solo un po’ di vento che serve soltanto a rinfrescare la sera, pure se è solo una notte che soltanto lei potrà tenere a memoria, forse quella vita che non valeva niente per adesso sta valendo qualcosa. 

Le donne di questa storia sono combattenti e dolenti, spesso sole, mai davvero vinte. Emma, Bianca, Anita,  incagliate tra la superstizione e il desiderio, tra l’istinto di scappare e quello di salvare. Donne che parlano poco e sentono troppo. Che svelano  la forza più grande proprio quando la debolezza si fa piena, riconosciuta, offerta.  

Accolta. 

C’è in queste pagine la poesia degli istanti secondari,  quelli che il mondo chiama scarti e che invece qui diventano destino, frasi che vibrano come rivoluzioni sussurrate  “Tu non dare retta alla gente che sentenzia, è solo perché in qualcosa deve pure comandare”,  verità non dogmatiche, che brillano a margine, che si ascoltano solo con un cuore allenato a stare zitto. 

Il tempo in questo straordinario romanzo somiglia piuttosto a una riva smangiata, a un cielo che si specchia nel mare senza sapere dove finisca l’uno e cominci l’altro. A un certo punto una cometa ha tagliato il cielo, la scia così chiara che si buttava a mare. “Forse quello ero io, ma mille anni fa,” ha sussurrato Olimpo. E noi, con lui, iniziamo a dubitare del presente: che cos’è una vita, se non il riflesso di ciò che è già accaduto, o che accadrà? 

Nel libro aleggia il sentimento struggente della nostalgia per qualcosa che è stato eppure ancora pulsa. Appiccicata alla pelle tutta tiene la nostalgia per una storia che esiste ancora ma è già morta, e quella storia è la vita sua intera. Non  basta essere vivi per essere presenti,  l’esistenza è fatta anche,  forse soprattutto, di quello che si è perso.  

Ma non c’è fatalismo qui, piuttosto una sorta di  rassegnazione attiva, una tenerezza testarda verso ogni cosa imperfetta. 

“Guarda poi questo cielo che sempre una bella quiete dentro gli fa montare”, e in questo sguardo si concentra tutta la potenza di un romanzo che parla sottovoce, ma lascia un rumore dentro. Perché il cielo, come la vita, non risponde. Però accompagna. E ogni tanto, quando meno te lo aspetti, una brezza diversa arriva e  solleva, e per un momento, tutto sembra possibile. 

L’Autore costruisce una narrazione intima e collettiva allo stesso tempo, dove ogni stanza, ogni piazza, ogni cucina piena di voci diventa il luogo dove dare una forma alla vita che passa. Pagine  che rimangono addosso e dentro  per i grandi eventi e per i piccoli, per la bellezza minuta dei dettagli, per il dolore che morde. 

E morde. 

E morde.  

Un’opera  così potente,  dove l’inferno è tutto mare e  il paradiso è tutto mare,  questa è la fregatura, ma anche la grazia, non può che affidarci   una verità semplice e dolorosa: le cose finite non puoi rivederle ancora e ancora se non tenevano una certa importanza prima.  

Ma proprio per questo, se qualcosa resta, allora è stato davvero. 

Davvero amore, davvero vita. 

E le comete? Questo fanno le comete: arrivano e spariscono e poi tornano quando uno meno se lo aspetta, e nel farlo pigliano tutto e lo rendono un’altra storia ancora. 

E questo romanzo? “È una cosa che dura.” 

E così, appena lo dice, capisce che è questa la misura della loro felicità tutta.  

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Vito di Battista


è nato nel 1986 in un paese d’Abruzzo a trecento gradini sul mare. Ha vissuto a  Firenze, dove si è laureato in Letterature comparate scegliendo una tesi su Romain Gary, Tarjei Vesaas e J.M. Barrie. Si è poi trasferito a Bologna, dove la stessa sorte è toccata a Ted Hughes, Sylvia Plath e Hart Crane. Nel 2012, grazie a un suo racconto, è stato selezionato per il Cantiere di Scritture Giovani del Festivaletteratura di Mantova. Suoi testi sono apparsi sulla rivista letteraria «Nuovi Argomenti». Ha pubblicato i libri L’ultima diva dice addio (SEM, 2018), Il buon uso della distanza (Gallucci Bros, 2023), Dove cadono le comete (Feltrinelli, 2025).