Franco Currò
Sinossi. Sullo sfondo di una Milano che cambia volto a ogni pagina, l’indagine diventa per Pietro un sofferto viaggio alla scoperta di sé, della sua rinuncia ad amare e di una generazione che ha creduto di cambiare il mondo ma che ancora oggi fatica a fare i conti con la storia. Ironico e disincantato, Il coltello della memoria è un romanzo sorprendente per la sua capacità di illuminare una stagione controversa e vitale del nostro passato. Che continua a pesare sul nostro presente, forse più di quanto non immaginiamo. “Conveniva a tutti” sta scritto nel biglietto di addio che viene ritrovato accanto al cadavere di Alberto Novelli, nel salotto del suo appartamento in Porta Venezia. Un colpo di pistola alla tempia. La polizia non ha dubbi: il critico cinematografico – un tempo celebre ma ormai dimenticato dai vecchi compagni di militanza del Sessantotto – si è ucciso. Incuriosito e insieme attratto dal messaggio, il vicecommissario Peppuccio Loporto si appassiona alla storia di Novelli, nella quale rivede le promesse mancate della propria giovinezza. E accanto a lui Pietro, il figlio di Alberto, da sempre un estraneo per quel padre che non aveva mai accettato di fare il padre. Ora Pietro è costretto ad affrontare ciò che ha sempre evitato: l’enigma di chi fosse davvero Alberto Novelli e della sua eredità politica e intellettuale, in grado di far tornare a galla ideali traditi e segreti che nessuno ha interesse a riesumare.
Autore: Franco Currò
Editore: Rizzoli
Collana: Le narrative
Anno edizione: 2026
Pagine: 240 p., Brossura
Recensione
di
Sabrina De Bastiani
A chi conveniva che quell’uomo venisse dimenticato e si facesse saltare il cervello?
Quanto può pesare un’eredità invisibile? Quella che non si sceglie, ma che finisce per abitarci dentro?
«Ciao, mi ha chiamato la polizia… Lui è morto. Si è sparato, pare che io debba tornare a Milano, non hanno trovato nessun altro cui rivolgersi.»
Anche se la narrazione parte da una morte, un presunto suicidio, il cuore de “Il coltello della memoria” di Franco Currò sta nella domanda più difficile, anche politicamente, ossia quanto si conoscano davvero le persone che ci hanno cresciuti e con cui siamo cresciuti, ‘Famiglia’ non era il termine più appropriato per indicare quel calderone di rancori, risentimenti,inganni, vendette, assenze, e, soprattutto, se si sia davvero pronti a conoscerle.
Pietro non aveva mai saputo nulla, se non che il padre aveva fatto politica da giovane ma poi si era ritirato con composta disillusione. E per la prima volta pensò che quell’uomo, che lui aveva sempre immaginato senza un perché, forse un suo qualche perché lo aveva avuto. Pensò che forse non meritava di essere considerato soltanto un pronome. Ma, cosa ancora più pericolosa, avvertì la tentazione di capirlo meglio.
Lo Zenith del romanzo sta proprio lì, in quella fenditura/ voragine del tutto umana che si spacca dentro al protagonista, Pietro Brusa Novelli, quando capisce che il padre, “lui”, forse, “non meritava di essere considerato soltanto un pronome”.
È un’agnizione devastante perché smonta il modo in cui spesso si “archivia” chi ci ha deluso, trasformandolo in funzione, in fastidio, in vuoto.
Currò invece spinge il protagonista, e con lui il lettore, a uscire dal proprio spazio protetto assecondando una tentazione, sempre più forte, quella di “capirlo meglio.”
Da qui in avanti, l’indagine su una morte diventa una vera e propria resa dei conti con la memoria collettiva nazionale.
… era necessario capire di più, di quegli anni, dei loro protagonisti, di sogni macchiati dal sangue
che comunque avevano cambiato il corso della storia italiana.
Gli anni Settanta non vengono trattati come archeologia ideologica da talk show, ma come ferita ancora aperta, piena di ambiguità, slanci, errori e sangue, senza scivolare nella caricatura nostalgica, tantomeno nella liquidazione cinica, perché la Storia è sempre più complicata degli slogan con cui si tenta di addomesticarla.
Sarebbe assurdo ridurre il Sessantotto
allo scontro tra un potere con il fiatone e un potere nascente ansioso di sostituirlo. Nel movimento degli studenti c’era di tutto, di fatto una intera generazione o quasi. Perché allora o stavi a sinistra, all’estrema sinistra, o stavi a destra, con i fascisti, che però erano in netta minoranza. In mezzo non c’era nulla. I ventenni di allora, rossi o neri, erano comunque contro.
Forse tutti stiamo scappando da qual-
cosa e, di fatto, il romanzo è pieno di personaggi in fuga.
Dal passato, dalle responsabilità, dalla mediocrità, dalla felicità stessa.
La stessa Milano, personaggio vivo e pulsante, è in qualche modo in fuga da se stessa.
I grattacieli di Porta Nuova, Costruzioni del genere potevi trovarle identiche a
Dubai come a Singapore, a Miami come a Berlino. (…) Se cent’anni prima non avresti esitato un attimo a distinguere un quartiere di Milano
da uno di Hong Kong, adesso guardando quelle torri belle ed eleganti non ci avresti trovato il minimo indizio sul Paese, il continente o l’emisfero
nel quale si trovavano. (…) Quale era, ammesso ci dovesse essere, la milanesità di quelle costruzioni?
Come si integravano con l’anima della confinante, vecchia, milanesissima Brera? Ebbe la sensazione, di una città in mezzo al guado, incerta sul proprio destino. (…) una metropoli
orgogliosamente arrivata all’aperitivo (…) ma inchiodata lì, senza i mezzi, le energie, le capacità per fare il salto al livello superiore, passare alla cena vera e propria.
Fotografia ironica e ferocemente vera di una città, e forse di un’Italia, che vuole disperatamente sembrare moderna senza aver capito cosa abbia perso nel frattempo.
… non esistono poteri cattivi da abbattere e sostituire con poteri buoni, il potere non è né buono né cattivo, è neutro e immutabile, sembra che cambi a seconda di chi lo esercita, ma succede il contrario: è il potere che lentamente modella e uniforma chi lo raggiunge.
E così anche i personaggi secondari funzionano perché non cercano mai di risultare simpatici. Sono contraddittori, frustrati, pieni di ego e di rimpianti. Proprio per questo veri.
Alla fine, appunto, che non esistono né il paradiso né l’inferno, esistono gli uomini con tutte le loro eterne ambiguità.
“Il coltello della memoria” è un romanzo appassionato e vibrante che tratta di politica senza fare propaganda, di ideali senza santificarli, di famiglia senza sentimentalismi, di scelte estreme e di non scelte, in entrambi i casi generatrici di sofferenza, di un passato vivo, che non si è mai allontanato davvero, in attesa del momento giusto.
Sentiva di poter ancora sfidare la verità.
Per venirci a cercare.
Acquista su Amazon.it:
Franco Currò
Nato a Genova il 9 luglio 1954, dopo gli studi in scienze politiche comincia l’attività giornalistica presso l’agenzia Ansa. Giornalista professionista dal 1978, lavora presso diversi quotidiani e periodici come cronista, inviato speciale e capo redattore economia e finanza. Dal 1990 al 1997 ricopre incarichi di vertice presso le testate del Gruppo Mondadori Fortune Italia, Epoca e Panorama. Nel 1997 entra in Fininvest S.p.A. a capo delle Iniziative speciale di comunicazione; nel 2003 diventa responsabile della direzione Comunicazione. È membro del Consiglio di amministrazione di Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. da aprile 2018.