Il dentifricio radioattivo




e altre

scorie di famiglia


Sinossi. Quando Joe Dunthorne si sposa, la madre gli regala un anello: un eliotropio nero screziato di rosso che, a detta della donna, era «scampato ai nazisti» nel 1935 – o forse no? A poco a poco, Dunthornecomincia a sospettare che le cose non siano andate esattamente come ha sempre pensato, e che la storia della sua famiglia ebreo-tedesca in realtà sia una narrazione creata ad arte per nascondere qualche segreto particolarmente scomodo. Mentre rovista in casa della nonna alla ricerca di documenti d’archivio, si imbatte in un corposo faldone intitolato Le memorie di Siegfried Merzbacher. Siegfried è il suo bisnonno, che grazie all’invenzione del dentifricio radioattivo aveva ottenuto un posto importante in un laboratorio di armi chimiche a Oranienburg, «il borgo sonnolento in cui Berlino nascondeva i suoi segreti», ed è proprio in quelle carte che sono sepolte tutte le scorie di famiglia. Nelle pagine di quelle memorie, tra una ricostruzione storica e un aneddoto d’infanzia, Dunthorne scopre che Siegfried ha nascosto una lunga confessione, che getta un’ombra scura sulla sua parabola esistenziale: piano piano, prende forma un’indagine in cui coesistono sensi di colpa e tentativi di autoassoluzione, ammissioni e omissioni – un’indagine senza esclusione di colpi, in cui Dunthorne accetta di rinunciare alla narrazione eroica a cui aveva sempre preferito credere pur di «capire qual è il cemento che tiene insieme le mie verità». Con l’estro di un giallista, la precisione di uno storico e, soprattutto, la verve comica di un romanziere che sa fare dell’ironia un vero e proprio motore narrativo, Dunthorne dà vita a un memoir familiare di straordinaria effervescenza, capace di tenere col fiato sospeso fino all’ultima pagina. Senza mai cedere al pathos, scava tra le carte di Siegfried, le biblioteche pubbliche e le macerie del nazismo, e un po’ alla volta dissotterra la storia che la sua famiglia aveva tentato di seppellire – una storia che abbraccia Germania, Turchia, Scozia e Stati Uniti, e che si staglia sullo sfondo di una domanda esistenziale: su quali menzogne abbiamo costruito la nostra vita e quanta verità siamo disposti a sopportare?


Autore: Joe Dunthorne

Traduzione: Giulia Boringhieri

Editore: Einauri

Genere: Memoir

Pagine: 224

Anno di pubblicazione: 2026

 Recensione

di

Bruno Vigliarolo


Immaginate uno scrittore di successo, pronto a cimentarsi in un’impresa ardua ma necessaria: raccontare le vicissitudini dei propri antenati, la drammatica fuga di una famiglia ebrea-tedesca dalla Germania nazista. Immaginate, ora, che quell’autore incappi in qualcosa d’inatteso; una verità scomoda, dimenticata, che ribalta la prospettiva dell’opera in cantiere. Ecco allora apparire il background di: Il dentifricio radioattivo e altre scorie di famiglia, di Joe Dunthorne.

È una storia, questa, che cambia traiettoria nell’istante in cui Dunthorne sfoglia l’autobiografia del suo bisnonno, il chimico Siegfried Merzbacher: un colossale testo dattiloscritto, al cui interno serpeggia uno strano alone di reticenza e inquietudine. Un racconto ambiguo, che impedisce all’autore di proseguire lungo la via che si era prefisso; verso la stesura di una grande saga familiare.

Il dubbio diviene sospetto; il sospetto, certezza. E il ritratto di Siegfried (associato, fino ad allora, all’innocua invenzione del dentifricio al torio) viene accostato a pagine ben più oscure della storia tedesca: ai tumultuosi anni che videro l’ascesa del nazionalsocialismo, con un paese già proiettato alla guerra, bramoso di tecnologie e innovazioni scientifiche utili allo scopo.

Sulle tracce di quel passato sbiadito, anestetizzato, Dunthorne focalizza la sua ricerca su un vecchio laboratorio chimico di Oranienburg. Il punto di partenza di un’indagine che passerà anche dall’ex fabbrica Orgacid di Halle, per arrivare fino alla Turchia: un fil rouge intriso di sostanze tossiche e agenti radioattivi; scorie industriali e familiari che giacciono sottoterra ancora oggi, frammiste agli ordigni inesplosi della seconda guerra mondiale.

La prosa di Dunthorne riflette la poliedricità di un’opera che è, al contempo, memoir familiare, inchiesta giornalistica e ricerca storica. Uno stile asciutto e scorrevole, che riesce a stemperare il peso opprimente della verità – e l’inevitabile coinvolgimento emotivo – con un’ironia mordace.

Lasciando al lettore la possibilità di scoprire l’epilogo dell’indagine, posso comunque anticipare una svolta che – seppur preannunciata già nella prima metà del testo – risulterà tanto amara quanto paradossale.

Un intreccio di storia familiare e Storia con la esse maiuscola; un crudele scherzo del destino a cui sarà difficile sottrarsi.

E alla fine, il rimorso e l’imbarazzo cederanno il posto alla consapevolezza. Al ricordo. A una dolorosa, ma ineludibile presa di coscienza.

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Joe Dunthorne


Joe Dunthorne è nato a Swansea, in Galles. È l’autore di Submarine (2008), vincitore del premio Curtis Brown, tradotto in sedici lingue e adattato per il grande schermo nell’omonimo film di Richard Ayoade, di Wild Abandon (2011), vincitore del Society of Authors’ EncoreAward e di una selezione di poesie nella raccolta Faber New Poets 5. Ha pubblicato racconti e poesie sulla «Paris Review», «McSweeney’s» e la «London Review of Books». Per Einaudi ha pubblicato Gli adulteranti (2019) e Il dentifricio radioattivo e altre scorie di famiglia (2026). Vive a Londra.