Il femore di Rimbaud




‎ Franz Bartelt


Sinossi. Il protagonista di questo romanzo, Majésu Monroe, fa il rigattiere. Propone alla sua clientela degli oggetti appartenuti alle celebrità: un ritratto di Cristo a matita, disegnato da un ufficiale romano, il calzino bucato di Rimbaud – sì, proprio il poeta maledetto, noto anche per aver subito l’amputazione di un femore – e altre mille rarità che odorano tanto di truffa e di poesia. Con la sua favella riesce a sedurre la giovane Noème, figlia di una coppia ricchissima, determinata nel far scontare ai propri genitori i crimini della borghesia. Tra i due hippie sboccia subito l’amore, basato sulla passione smodata per l’alcol. Quale presupposti migliori, per un’unione duratura? Un romanzo rocambolesco, dove Bartelt restituisce al lettore una visione caustica delle pecche della società, dal mondo degli accademici, agli ambienti della finanza, per non parlare della corruzione che coinvolge polizia e giudici. Franz Bartelt dimostra di saper giocare coi codici del genere noir e del poliziesco, per la sorpresa e l’ilarità del lettore, non senza ricordare le brusche sterzate di un certo Tarantino.


Autore: Franz Bartelt

Traduzione: Alice Laverda e Lamberto Santuccio

Editore: Prehistorica Editore

Genere: Narrativa

Pagine: 240

Anno di pubblicazione: 2026

 Recensione

di

Salvatore Argiolas


Nel “Till Ulenspiegel” di Charles De Coster il venditore di reliquie false giustifica le sue azione simoniache dicendo, in modo meno eufemistico, “Se dio ha fatto gli stupidi li ha creati per farsi infinocchiare, e io chi sono per oppormi al volere del buon Dio?”

Questa è anche la filosofia di vita di Majésu Monroe, il protagonista e voce narrante de “Il femore di Rimbaud”, romanzo di Franz Bartelt che unisce grande facondia ad una profondità della trama non usuale.

Non sono un tipo qualunque. Non lo sono mai stato. Solitario ma non socievole. Taciturno, ma bravo con le parole. Intelligente ma senza pretese.”

si presenta Majésu nell’incipit ed è davvero un tipo particolare che si procura da vivere facendo l’antiquario.

Quell’anno tenevo un banchetto di antiquariato. Solo oggetti di qualità. Niente vecchiume buono solo a vendere polvere, no, genuino antiquariato originale, per veri intenditori. Ad esempio, proponevo un fazzoletto ritagliato dalla Sacra Sindone di Torino. Autenticato da alcuni devoti della penisola.

Tra le meraviglie esposte, il collezionista aveva solo l’imbarazzo della scelta, un calzino di Arthur Rimbaud con un buco sull’alluce (il buco era di Arthur, il calzino della madre), un osso della mano di Napoleone, una provetta (sigillata) contenente la sifilide di Alfed de Musset, un barattolo (sigillato) pieno di piattole inglesi vecchie di tre secoli, in buono stato di conservazione.

Una delle cose di cui andavo più fiero era di essere riuscito a procurarmi il tubo digerente di Pantagruel. Ho dovuto separarmene per pagare l’assicurazione del furgoncino.”

Dapprima è stato questo dialogo a farmi pensare al Till, personaggio amatissimo della cultura nord europea che, nella versione di De Coster, ha un piglio popolare satirico e anticonvenzionale molto simile anche al nostro Arlecchino. ma in seguito tanti altri aspetti mi hanno fatto immaginare Majésu Monroe come un moderno Till Eulenspiegel

Il suo nome è composto da “Eule” (civetta) e “Spiegel” (specchio) e in tedesco antico ha anche il significato di “prendere per i fondelli” ma è anche una metafora molto potente considerando lo specchio come riflesso della verità.

Tutte queste caratteristiche le ho ritrovate nell’antiquario che ha anche una notevole carica anticapitalista come lo svolgersi della trama metterà bene in mostra.

Un pomeriggio, durante un mercatino Majésu conosce Noème, figlia di un magnate proprietario di parecchie fiorenti aziende in Francia, Belgio e Lussemburgo ma che ha abbandonato la famiglia per seguire una vita più consona ai suo valori, frequentando poveri, emarginati e disperati.

La donna dice di essere ancora più a sinistra del partito comunista:

“Nel giro di un anno, ho capito che nemmeno i più incattiviti avevano la minima intenzione di impiccare i ricconi. E io che avevo sognato di cavare gli occhi ai capitalisti, di evirare i vescovi, di far stuprare le ricche ereditiere da cani di sinistra. E’ questo il programma con cuoi allettano i più ingenui per convincerli per convincerli a tesserarli e a sborsare i contributi mensili. Ma una volta che ci sei dentro, sta attenta compagna, non infamare i grossi azionisti, non torcere un capello ai magnati, e non provarci nemmeno, a contestare la proprietà privata.”

I due si piacciono subito e Majésu, come spesso fanno gli uomini, per conquistarla le dice di avere di aver ucciso un capitalista. Questo rende la donna totalmente succube dell’antiquario che le propone subito il matrimonio.

Noème gli chiede di uccidere i genitori proprio il giorno del matrimonio, come regalo ma l’uomo cincischia e cerca di troverà una via di fuga, procrastinando e promettendo ciò che non vorrebbe e non sarebbe capace di fare.

Quando però i genitori della donna muoiono in un attentato, le cose cambiano completamente e Noème reclama l’eredità, perché dice: “ Il mondo cambia costantemente e devo consacrarmi interamente all’opera della mia famiglia.”

Monroe non ci sta e cerca di riconquistare l’ereditiera in un crescendo di situazioni convulse e complicate che coinvolgono diversi personaggi, tutti implicati nella caccia all’eredità di Noème e inseriti in una cornice criminale piuttosto preoccupante.

Tra bevute di birra, dialoghi molto spumeggianti e una trama complessa ma intrigante Majésu Monroe, simpatico briccone, conquista il lettore con la sua prosa coinvolgente che, come un provetto venditore, convince  chi legge, di essere un irreprensibile uomo vittima delle circostanze.

Adesso, sarà quel che sarà. Se mi succede qualcosa, queste pagine dimostreranno che in fondo io non c’entravo niente, anche se  ho sempre avuto la tendenza a esagerare.”

Franz Bartelt si conferma uno degli scrittori contemporanei più coinvolgenti, con una spiccata ironia che coniuga ad un’affascinante eloquenza.

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Franz Bartelt


Figlio di un ebanista originario della Pomerania (terra di confine, tra Germania e Polonia) e di madre normanna, Franz Bartelt nasce in Francia nel 1949 e con la famiglia si stabilisce nelle Ardenne (la regione di Rimbaud) dove tuttora vive. Impara presto a leggere coi romanzi polizieschi divorati dalla madre e inizia a scrivere all’età di quattordici anni. L’anno successivo lascia la scuola per guadagnarsi da vivere con piccoli lavori e poi, dall’età di diciannove anni, in una cartiera. Nel 1985, e nella condizione di lasciare la fabbrica e dedicarsi esclusivamente alla scrittura e, nel 1995, pubblica con Gallimard Les fiancés du paradis. È l’inizio di una carriera letteraria versatile e feconda, costituita da una quarantina di libri – che spaziano dalla novella al romanzo, dalla poesia al teatro – e da riconoscimenti prestigiosi come il Grand Prix de l’humour noir (2001) con Les bottes rouges – a cui il regista Manuel Sanchez si e liberamente ispirato per il suo film del 2017 La Dormeuse Duval –, il Prix Goncourt de la nouvelle con Le bar des habitudes (2006), il Prix des hussards, conquistato alla sua prima edizione proprio dal Femore di Rimbaud (2014), il Prix Mystère de la critique e il Trophée 813 con Hotel del Gran Cervo (2017).