Mirco Zilahy
Sinossi. Nel ventre del museo del Prado a Madrid, Tessa Vanetti, una giovane restauratrice specializzata nel Cinquecento olandese, sta ripulendo un’opera unica al mondo, il misterioso Trittico delle Delizie del pittore fiammingo Hieronymus Bosch. I suoi pannelli lignei rappresentano un’umanità vinta dal peccato, ibrida e deforme. Il lavoro procede spedito quando d’un tratto qualcosa la blocca: in corrispondenza di una delle figure più enigmatiche dell’opera – una lama tra due orecchie circondate da anime dannate – Tessa nota un’imperfezione. Un attimo dopo la pittura cede e sotto l’immagine dipinta da Bosch emerge un elemento inquietante. A Roma, nel parco della Caffarella, l’ispettrice capo Miriam Tiberi si trova di fronte a uno scenario grottesco: il corpo di un uomo con una bizzarra maschera animalesca viene rinvenuto nella vasca di una piccola fattoria. Quando la foto della vittima compare sulla stampa, nella squadra d’indagine entra Nemo Sperati, docente delle Belle Arti e consulente della polizia per casi “speciali”. L’unico in grado di sintonizzarsi con la scena del crimine e svelare simboli celati nell’opera dell’assassino. Sulle tracce di un mistero antico cinque secoli, Miriam, Nemo e Tessa dovranno fare i conti con un killer che sta usando Roma come sfondo per le sue installazioni mortali. Per ritrovarsi di fronte alla più assurda delle domande: Hieronymus Bosch ha nascosto un oscuro messaggio tra le ombre del Giardino delle Delizie?
“… chi cerca la verità senza sospettarla, già si trova in errore…”
Torna Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di leggere la scena del crimine come un quadro d’autore.
«Zilahy, che ha abituato il lettore a una scrittura ricercata, letteraria e sanguigna, conferma la capacità di creare immagini potente con descrizioni vivide, dettagliate; e l’abilità nel costruire atmosfere cupe, oscure con personaggi inquieti.» – Severino Colombo, La Lettura
Autore: Mirco Zilahy
Editore: Mondadori
Genere: Thriller
Serie: Nemo Sperati #2
Pagine: 288 p., R
Anno di pubblicazione: 2026
Recensione
di
Loredana Cescutti
e
Sabrina De Bastiani
“…era in grado di vedere, grazie alla sua capacità di rappresentazione della scena del crimine, ciò che nella realtà aveva lasciato un segno, ma non c’era più. Di scrutare l’invisibile, il non più visibile. Di scoprire tracce e indizi astratti. Eppure, decisivi.”
Nemo è uno di quei personaggi che affrontano la vita in perenne equilibrio su un filo sottile, incoscienti per scelta e senza porsi il dilemma di un domani certo, preferendo un oggi come capita, indefinito e nebuloso, ma per lui rassicurante.
“Non avrebbe mai messo a tacere la voce del grande padre. Perché ora che non aveva un centro – una casa, un lavoro, uno scopo – aveva delegato tutto alle pagine di quel diario, convinto di riuscire a ripescare qualcosa che spegnesse per sempre la sua ossessione. E invece.”
Un oblio continuo che utilizza per proteggersi dall’ingombrante passato di un padre ricco di segreti, col quale, non è riuscito a trovare una tregua, un compromesso, nonostante ormai sia solo un’ombra che non riesce a far scomparire e che lo schiaccia in modo pressante, sistematico a ogni briciola disseminata che il figlio non può far altro che raccogliere.
In altre parole “… voleva che lo spettro di suo padre fosse pacificato, almeno nel suo cuore. Voleva poterlo abbracciare nei suoi quotidiani pensieri senza paura.”
È raro incontrare un protagonista tanto lontano dall’eroe infallibile che domina molta narrativa di genere. Nemo inciampa, dubita, si lascia attraversare dalle proprie ferite. Ed è proprio questa vulnerabilità a renderlo credibile, non risolve misteri perché è superiore agli altri, ma perché accetta di attraversare il proprio buio. In fondo, ogni risposta che cerca nel mondo esterno nasce da una domanda rimasta irrisolta dentro di sé. Per questo ogni delitto è anzitutto un problema di sguardo.
Non basta osservare una scena del crimine, occorre imparare a vedere ciò che il tempo, il dolore e la paura hanno già cancellato. Nemo non interpreta soltanto gli indizi, ricostruisce le assenze. È in quello spazio vuoto, dove la logica si arresta e l’intuizione prende il sopravvento, che il romanzo trova la propria identità più originale.
“…gli occhi dei morti erano tutti uguali. Ma nella maniera sbagliata. Vuoti di vita mortale, pieni di morte vitale. Il cerchio nero delle pupille aveva conquistato il resto dell’iride trasformandoli in dure biglie persiane.”
Pregio della penna di Zilahy è proprio quello di saper tratteggiare con destrezza tutti i chiari e scuri di questa figura così complessa e fragile allo stesso tempo, riuscendo a ombreggiare, riportandoli in rilievo, i suoi silenzi e i suoi pensieri più intimi.
Zilahy non usa l’arte come semplice cornice narrativa, ma la trasforma in uno strumento investigativo e, insieme, emotivo. Ogni dipinto smette di essere contemplazione e diventa interrogazione, costringendo il lettore a chiedersi quanto di ciò che osserva appartenga davvero all’opera e quanto, invece, ai propri fantasmi.
Non a caso, rimanere folgorati da quest’uomo è stato immediato, sin dal precedente romanzo, “La stanza delle ombre” e qui l’immensità di questa figura assume contorni ancora più intensi.
Netti.
Un’indagine sanguinaria, folle, apparentemente onirica, un continuo slittamento tra realtà e simbolo rendono il romanzo così magnetico.
La soluzione del mistero diventa quasi secondaria rispetto al percorso che il lettore è chiamato a compiere, attraversando immagini che inquietano prima ancora di essere comprese, partendo dall’arte di un pittore come Hieronymus Bosch, oscuro, cupo e violento, che attraverso la sua arte cerca la vendetta, si attraversa la follia fra Spagna e Roma, catapultati in un incubo che sembra non avere fine.
L’arte, però, non rappresenta soltanto il terreno sul quale si muove l’indagine, ma è il codice stesso attraverso cui il romanzo chiede di essere letto. Bosch diventa una grammatica del male, un alfabeto composto di simboli, deformità, allegorie e dettagli apparentemente marginali che, come gli indizi disseminati sulla scena del crimine, acquistano senso solo quando lo sguardo impara a rallentare.
Zilahy invita il lettore ad abbandonare l’istinto della soluzione immediata per recuperare la contemplazione. Osservare un’opera d’arte significa sostare davanti all’ambiguità, accettare che non tutto debba essere spiegato subito. È lo stesso atteggiamento richiesto davanti ai delitti qui raccontati.
In questo senso Nemo Sperati è un investigatore anomalo. Non entra nelle immagini per spiegarle, ma per ascoltarle. Dove altri vedono un quadro, lui riconosce una memoria; dove altri individuano un dettaglio, lui percepisce una connessione. È un modo di procedere che ricorda quello dello storico dell’arte, ma anche quello dell’archeologo.
Scavare, togliere strati, riportare alla luce ciò che il tempo ha sepolto senza mai cancellarlo del tutto. La soluzione dell’enigma nasce così da un esercizio di interpretazione prima ancora che di deduzione. Ed è la scommessa più affascinante di Mirko Zilahy, ricordarci che l’arte non conserva soltanto la bellezza, ma anche le paure dell’umanità.
I mostri dipinti da Bosch non appartengono al passato, continuano a mutare volto attraversando i secoli, fino a riflettersi nelle ossessioni contemporanee. Per questo il dialogo tra pittura e thriller appare così naturale. Entrambi esplorano ciò che l’uomo preferirebbe non guardare. Cambia il linguaggio, non cambia la domanda, Che cosa si nasconde davvero dietro il volto del male? Bosch, allora, non rappresenta soltanto una suggestione artistica. Diventa un linguaggio.
Le sue creature deformi, i simboli, le prospettive impossibili trasformano l’indagine in un dialogo continuo fra ciò che l’arte nasconde e ciò che la realtà preferirebbe dimenticare. Il thriller si fa così anche riflessione sul potere delle immagini, capaci di attraversare cinque secoli senza perdere la propria inquietante attualità.
Svelare un mistero, altresì, sarà necessario per arrivare al fulcro dell’indagine ma come fare se tutto appare così strano, incomprensibile, fumoso?
“La mente rigurgitava briciole di ricordi sepolti a cui non sapeva dare nome, ordine o senso, perché il passato si mescolava al presente e rilanciava la palla in un futuro che era vicino e lontano insieme. Un unico grande fiume temporale in cui si confondevano immagini, voci, memorie, volti.”
Un’indagine che si mescolerà prepotentemente con il vissuto dei personaggi, andando a creare confusione e uno smottamento interiore che raggiungerà livelli insopportabili da gestire, soprattutto per chi fa fatica a riconoscere e ad ammettere pensieri e sentimenti.
“…aveva minato le mura di un palazzo edificato nel tempo e trasformato lo sguardo che aveva su di sé.”
Un tour fra Roma, Venezia e Madrid, all’interno di luoghi e all’esterno di città ricche di storia e magia, magnetiche e misteriose, cultrici di segreti e misteri irrisolti, che avranno il potere di unire
“Dalle brume di quel mondo interiore era emersa una parola. Insieme. Quell’emozione condivisa l’aveva catturata. E l’aveva portata altrove.”
o separare
“Non voleva più credere nelle fole o nelle visioni di quella mente spostata, anche se in passato li avevano salvati. Non voleva più credere in lui. In loro.”
a seconda dei casi.
“Le domande rimbalzavano tra i suoi labirinti mentali, eppure la cosa peggiore non era quella confusione, ma la solitudine che in quel marasma la stava stremando.”
È proprio qui che Zilahy dimostra la maturità della sua scrittura, nel non rincorrere il colpo di scena fine a sé stesso, ma costruendo un romanzo che continua ad abitare il lettore anche una volta terminato. Alcuni thriller si ricordano per l’assassino. Altri per la trama. “Il giardino delle ombre” resta impresso per entrambi questi motivi, ma anche, cosa affatto trascurabile, per le domande che lascia aperte.
Sul male, sulla memoria, sull’eredità invisibile che ogni essere umano porta con sé.
Cosa aspettarsi, è imprescindibilmente un seguito che porti realmente luce e nitidezza laddove ora, vi è ancora stabilmente insinuata quella bruma grigia ed insidiosa che tenta di mascherare ciò che si vorrebbe portare in superficie.
“L’arte è fatta per disturbare, la scienza per rassicurare.” (Salvador Dali)
L’arte nella scrittura di Mirko Zilahy è sicuramente uno strumento da conservare con cura poiché, non è di alcun disturbo e semmai, permette a tutti noi lettori di ampliare la visuale sul mondo circostante.
Chi già conosce l’Autore, ritroverà la sua prosa colta, visiva e profondamente cinematografica, chi vi si avvicina per la prima volta scoprirà una penna che non utilizza l’arte come semplice decorazione narrativa, ma come chiave per interrogare la natura stessa dell’uomo. È questo il tratto che distingue il romanzo, la capacità di trasformare un’indagine in un viaggio dentro le zone d’ombra della coscienza.
Buona lettura!
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Mirko Zilahy
Scrittore e traduttore italiano (Roma1974). Laureato in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Roma, editor di diverse case editrici, ha scritto vari saggi su scrittori irlandesi ed è traduttore di testi dall’inglese, fra cui Il cardellino di D. Tartt. Nel 2016 si è distinto come uno dei più interessanti giallisti italiani emergenti con il romanzo thriller d’esordio È così che si uccide (ambientato in una Roma diversa dagli stereotipi, città piovosa e oscura su cui incombono i monumenti dell’archeologia postindustriale e dove si aggira un killer seriale), cui hanno fatto seguito La forma del buio (2017), Così crudele è la fine (2018), L’uomo del bosco (2021) e Nostra signora delle nuvole (2023). E’ poi uscito La stanza delle ombre (Mondadori 2025), prima avventura di Nemo Sperati.